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Genitori, arriva il weekend sportivo. Siete pronti?!
Sport & Scuola: indagine in corso!
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2016
Genitori, arriva il weekend sportivo. Siete pronti?!

Ecco alcuni consigli per trascorre una felice Domenica Sportiva, senza trasfigurarvi nei temuti hooligans della domenica!

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Genitori, arriva un nuovo weekend sportivo, siete pronti ad affrontarlo?
Lo sport per molti bambini è una grande passione, e un’importante palestra di vita. Ciò che imparano sul campo tornerà utile a scuola, in famiglia e anche in futuro, nel mondo del lavoro.
Potete fare molto per aiutare i vostri ragazzi a raccogliere i frutti dell’esperienza sportiva. Per esempio, tifando per loro in maniera corretta e costruttiva, senza trasfigurarvi nei temuti hooligans della domenica!
Ecco alcuni consigli pratici per una felice domenica sportiva:

1.    Valorizza il gruppo. Probabilmente tuo figlio è molto bravo e dimostrata evidenti doti in campo, ma  quando sei con lui non esprimere giudizi negativi sui suoi compagni.  Ogni forma di individualismo va a discapito della squadra. E’ proprio all’interno del gruppo che i ragazzi possono imparare ad accettare chi è diverso da loro. E quindi a rispettare anche i futuri avversari.

2.    Aiutalo, ma non allenarlo. Genitore e coach hanno due ruoli diversi. Quindi, tra le pareti domestiche, cerca di non lasciarti andare a consigli tecnici e analisi post-partita. È importante non sovrapporsi alla figura dell’allenatore, che non deve mai perdere la sua autorevolezza. Mamma e papà devono limitarsi a sostenere emotivamente il figlio, premiando il suo impegno e non il risultato.

3.    Dosa gli incoraggiamenti. Prima di una partita, cerca di non sovraccaricarlo emotivamente con troppi “Forza, dai, metticela tutta, sarai bravissimo…”. Un eccesso di esortazioni crea ansia e fa passare il messaggio che vuoi solo che la sua squadra vinca. Ciò che davvero conta, invece, è che il proprio figlio si impegni e si diverta. Se perde, ma ha dato tutto se stesso, ha comunque vinto.

4.    Non scaldarti durante il match. A bordo campo (ma anche quando guardate una partita in tv o allo stadio) ricorda che per tuo figlio sei il primo modello di etica sportiva. Evita quindi di urlare, sbraitare fare gesti o smorfie che lasciano trasparire disappunto e disprezzo per l’arbitro, per l’allenatore e per la squadra avversaria.

5.    Parla con rispetto dell’avversario. Dopo la partita può avere senso commentare le azioni dell’altra squadra, ma attenzione a quello che dici e a come lo dici. È meglio non dare giudizi troppo pesanti e generici, come: “Non sanno giocare”. Ma: “si può dire che questa volta non hanno giocato bene”, motivando il tuo giudizio. In questo modo tuo figlio capirà che chi indossa la maglietta di un altro colore non è il nemico, ma qualcuno da cui si può imparare.

6.    Apri i suoi orizzonti. Spesso l’attività agonistica diventa l’unica ragione di vita di un ragazzo. E questo non lo aiuta a viverlo per quello che è veramente: uno sport, un gioco. Così, ogni sconfitta è un dramma. Organizza il suo tempo in modo che non si divida solo tra scuola e campetto. E cerca di stimolare in lui anche altri interessi, altre passioni.


Sport & Scuola: indagine in corso!

Nel mio percorso diviso tra giornalismo e ruolo di dirigente sportivo, mi sono spesso trovato di fronte all’eterna dicotomia tra Scuola e Sport. Non volendo cadere nelle solite banalità e non volendo nemmeno utilizzare i consueti luoghi comuni per trattare l’argomento, ho deciso di fare un piccolo test a campione tra le famiglie della società […]

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Nel mio percorso diviso tra giornalismo e ruolo di dirigente sportivo, mi sono spesso trovato di fronte all’eterna dicotomia tra Scuola e Sport. Non volendo cadere nelle solite banalità e non volendo nemmeno utilizzare i consueti luoghi comuni per trattare l’argomento, ho deciso di fare un piccolo test a campione tra le famiglie della società con cui collaboro.

Si tratta di una realtà da circa 300 iscritti di settore giovanile dal minibasket all’under18. In particolare mi sono chiesto e ho chiesto:

1) Cosa si aspettano le famiglie dall’attività sportiva che hanno scelto i loro figli?
2) Cosa si aspettano dagli istruttori/allenatori?
3) Ritengono che la scuola sia a conoscenza dell’attività scelta dai figli?
4) Come si rapporta l’istituzione scolastica con l’attività sportiva dei figli?
5) Ritiene compatibile scuola e sport

I risultati sono stati da un certo punto di vista sorprendenti, oltre che, ovviamente, variegati.
In primo luogo il campione ritiene l’attività sportiva come parte integrante della vita dei propri figli, pur, spesso e volentieri, dovendo fare dei sacrifici per assicurare la presenza degli stessi a partite e allenamenti.
Quello che le famiglie si aspettano è non solo una crescita fisica, ma anche morale ed etica del figlio attraverso la pratica sportiva. Quindi lo sport è visto anche come strumento educativo dalle famiglie campione. Dunque la dicotomia sport-scuola, secondo quanto emerso, non dovrebbe esistere. Invece esiste, eccome.

Il campione infatti lamenta, nella stragrande maggioranza dei casi, un’assenza di rapporto diretto tra l’istituzione scolastica e l’attività sportiva dei ragazzi. Non solo: addirittura in alcuni casi la scuola tende anche a non vedere di buon’occhio l’impegno sportivo degli alunni. Come è giusto che sia, infine, il 100% del campione ritiene che, nel momento in cui le due attività non possano proseguire su linee compatibili, la scuola debba avere la precedenza.

Altro aspetto cruciale che il campione intervistato lamenta: l’attività di educazione fisica a scuola è trattata in modo non consono. C’è chi lamenta la scarsa professionalità degli insegnanti, soprattutto nelle scuole elementari, la vetustà delle strutture, ma soprattutto, in alcuni casi, il fatto che la valutazione di educazione fisica non faccia media con le altre materie squalificandola di fatto in linea generale.

Questo per quanto riguarda il campione. I dati, questi si incontrovertibili, pongono il nostro paese nettamente al di sotto della media europea. (vedi documento allegato). Le due ore settimanali previste nelle scuole medie inferiori e superiori dimostrano la scarsa considerazione da parte del sistema scolastico nei confronti dell’attività motoria. La Francia, ad esempio, ne prevede cinque a settimana per entrambi i cicli.

Questo significa che non è ancora chiaro il concetto che lo sport fa bene anche alla scuola e non solo alla persona.

Per esempio psicomotricità e gioco-sport praticati nella prima infanzia favoriscono l’apprendimento di lettura e scrittura perché insegnano la lateralità (riconoscere la destra e la sinistra) e a muoversi nello spazio.

Inoltre è dimostrato come in adolescenza praticare attività strutturate come lo sport sia correlato non solo con la continuazione degli studi, ma anche con la riduzione dell’insuccesso scolastico e dei problemi comportamentali e di devianza, come adempio il bullismo, l’uso di droghe o la cosiddetta sindrome della Bedroom Culture. Questo è possibile perché l‘ambiente sportivo può costituire un valido contenitore del malessere giovanile; un luogo di aggregazione, in cui il ragazzo vive l’esperienza delle regole e della condivisione dei vissuti in modo sano e gratificante.

Lo sport agisce positivamente sulle sensazioni d’inferiorità caratteristiche dell’età adolescenziale, garantisce obiettivi quotidiani e a lunga scadenza, educa alla programmazione e abitua alle regole. I ragazzi, hanno l’opportunità di confrontarsi e sostenersi a vicenda, creando quelle dinamiche di gruppo che si riproporranno ad ognuno nei diversi step della vita.

Entrando nel dettaglio, lo sport insegna a controllare e regolare le emozioni negative, come ansia paura stress e dolore; a conoscere le proprie risorse e i propri limiti. Con lo sport i ragazzi imparano a risolvere problemi, a prendere decisioni, a concentrarsi e a gestire le proprie risorse cognitive per i tempi prolungati delle gare.

Poter traslare tutte queste abilità al mondo scolastico è un indiscutibile vantaggio!

Ma soprattutto lo sport è per i ragazzi un terreno protetto dove sperimentare un sentimento chiave della vita da adulti, la frustrazione. Spesso infatti non ci si pensa, ma lo sport insegna a ricominciare: dopo una partita persa ho sempre la possibilità di rifarmi, la domenica successiva. Ma non solo, la sconfitta mi è utile per fare un bilancio dei mie punti di forza e capire su cosa posso lavorare per diventare più forte. Imparerò che se mi impegno in allenamento, posso migliorare le mie performance e contribuire magari al successo della mia squadra. Poter fare i conti con la frustrazione di una sconfitta sportiva costituisce insomma un preziosissimo strumento di supporto per l’autostima di una adolescente.

Flavio Suardi

Raccontateci le vostre esperienze su sport e scuola, scriveteci su sportellogenitori@psicosport.it!


Il Mio Sogno Americano

Siamo a fine Ottobre, il crocevia di molti sport a livello collegiale negli States. Tommaso Vitale ci racconta lo Sport made in U.S.A. in presa diretta: dalla St. John’s University di New York.
Siamo ormai giunti a fine Ottobre, crocevia di molti sport a livello collegiale negli States: Le stagioni calcistiche, pallavolistiche e di college football americano sono al giro di boa e quella più attesa è alle porte […]

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Ciao, sono Tommaso Vitale ho 21 anni e studio presso la St. John’s University a New York. Come molti altri prima di me, sono arrivato qui da “migrante” per inseguire un sogno, quello americano ça va sans dire. Come tutti i ragazzini italiani, anchio ero innamorato del Calcio e l’ho giocato ad alto livello nell’Academy A.C Milan… bella beffa per uno che tifa Inter. All’età di 14 anni ho dovuto lasciare il posto a ragazzi che forse c’entravano ancora poco con il pallone ma che già mi surclassavano fisicamente. Quindi sono passato nelle serie minori a farmi le ossa. Fino a che, dopo la maturità, ho preso la decisione della vita. La mia passione per il Calcio mi ha portato qui, a New York, per proseguire gli studi negli States, dove coniugare sport passione sogni e lavoro è davvero possibile!
Vi racconto lo Sport made in U.S.A.

Siamo ormai giunti a fine Ottobre, crocevia di molti sport a livello collegiale negli States: Le stagioni calcistiche, pallavolistiche e di college football americano sono al giro di boa e quella più attesa è alle porte.
In questi giorni, infatti, tutte le squadre della palla a spicchi inaugureranno i roster con presentazioni ufficiali nei propri stadi, palcoscenico di coreografie ed entrate di scena per tutta la serata; tra squadra maschile e femminile verranno infatti presentati all’intera scuola e non solo, oltre 20 giocatori, con musiche di entrata personalizzate e video di accompagnamento. In aggiunta alla tradizionale ondata di alunni della scuola, desiderosi di vedere i loro idoli giocare a basket – perché davvero di idoli si tratta, costretti a fermarsi a firmare autografi al termine di molte partite come fossero veri professionisti – troviamo anche spettatori paganti che, sia per appartenenza alla scuola nelle annate precedenti (Alumni), sia per competenza territoriale, accorrono con tutto il loro entusiasmo alla serata del Tip-Off.
A parti invertite rispetto alla nostra cara e amata Europa, Soccer and Volleyball hanno la attendance più bassa: secondo statistiche portate dalla NCAA stessa, risalenti al 2014, la più alta average attendance estesa per ogni singola partita casalinga fu registrata dalla University of California Santa Barbara con una media di 3844 persone a partita.

Come vogliamo commentare questi numeri?
Come troppo bassi se rapportato alla media di spettatori presenti alle partite dello sport nazionale statunitense, il Football Americano, che genera una media di circa 43.612 spettatori a partita. Ma di tutto rispetto se lo rapportiamo alle medie delle Serie D e Serie C del nostro sport nazionale, il Calcio! Non dimentichiamo infatti che i numeri sopracitati comparano sport collegiale e sport professionistico, per di più in Italia, dove il calcio è sport nazionale.

Stesso discorso può essere fatto per un altro sport considerato nazionale per popolarità in Italia: la Pallavolo. La media di spettatori per la Serie A di Volley femminile oscilla tra le 1500 e le 2000 persone a partita. Nei college americani la average attendance per questo sport colpisce positivamente: nei programmi più vincenti e competitivi, le giocatrici si trovano attorniate da almeno 3000 supporters. Non male vero?

Non mi sento tuttavia di condannare il movimento della Pallavolo Italiana, la FIPAV infatti è stata abile ad aggiudicarsi il Mondiale 2018 maschile, e in relazione all’importanza e spettacolarità dello sport, è riuscitita a fare passi da gigante.

Vi risparmio i numeri riguardanti i due sport maggiori, Basket e American Football, perché sarebbero troppo umilianti da una parte e strabilianti dall’altra.
L’unico dato significativo interpretabile senza uso di troppe parole è questo: otto dei primi dieci stadi al mondo per capienza (spettatori) appartengono ad atenei americani e ospitano le rispettive squadre di Football. Si assestano tra i 107.601 e 100.19 posti, ma ciò che impressiona maggiormente, é il Sold-Out ad ogni singola partita…non si trova un posto libero!

E allora mi sorge spontanea la domanda: come possiamo lamentarci qui in Italia della mancata concessione dei diritti ai tifosi, se siamo noi stessi a tenere un atteggiamento snobistico nei confronti dell’andare allo stadio, per sostenere dal vivo la nostra squadra, in nome del pigro convincimento che “a casa, al caldo e sul divano è meglio”?

E’ vero, in Italia lo sport non è non sarà mai parte così fondante della nostra cultura come lo è invece negli States, anche perché, lasciatemelo dire, forse di poco altro si possono vantare. Un fatto è certo, però: piangersi addosso è proprio “Cosa Nostra”!

 


OLTRE L’AULA: l’investimento formativo e la misurazione della sua efficacia

Oltre l’aula è uno spazio di riflessione, ospitato nel sito di SkillDynamics, nel quale vengono lanciati argomenti e stimoli di riflessione sul tema dello Sviluppo Organizzativo.
Per primo affronteremo il tema dell’investimento formativo e della misurazione della sua efficacia.

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Oltre l’aula è uno spazio di riflessione, ospitato nel sito di SkillDynamics, nel quale vengono lanciati argomenti e stimoli sul tema dello Sviluppo Organizzativo.
Per primo affronteremo il tema dell’investimento formativo e della misurazione della sua efficacia.

Benvenuto a chi volesse dare il suo contributo e ben trovato a chi da anni scambia con noi esperienze e pratiche, e che con noi condivide il principio che nel nostro mondo non esiste concorrenza, ma semplicemente “colleganza”. Tutti coloro che si occupano di migliorare l’essere ed il ben essere di sistemi complessi, siano essi organizzazioni o persone, fanno semplicemente lo stesso mestiere e solo tramite il confronto e lo scambio potranno farlo, tutti, molto meglio.

La cooperazione è la faccia più bella della competizione perché sancisce che l’antagonista non è chi fa il tuo stesso mestiere, ma l’antagonista è il disagio che vivono tutti coloro i quali hanno bisogno del tuo sostegno.

La Formazione

La formazione professionale altro non è se non il processo continuo di costruzione e consolidamento delle competenze, intese come l’insieme di conoscenze, capacità e comportamenti, necessarie per ottemperare ai requisiti specifici del ruolo ricoperto dalle persone nell’ambito della organizzazione per cui operano.

Può definirsi competente solo chi è in grado di trasformare gli input che riceve in output che soddisfano pienamente i destinatari del suo operare, ovvero dei suoi clienti, che possono essere interni, nel caso dei flussi di lavoro operativo, od esterni quando si tratta di coloro che pagano un prezzo per fruire dei prodotti/servizi dell’azienda. Ecco quindi che la competenza si manifesta sistematicamente ogniqualvolta il lavoratore è chiamato ad agire, a prescindere dal suo ruolo e dalla sua posizione gerarchica all’interno dell’azienda, ed è proprio per questa ragione che la competenza è uno dei fattori chiave della competitività dell’impresa.

Considerando che i termini competenza e competizione hanno la stessa radice etimologica: cum-petere – partecipare con altri – possiamo affermare che la competenza sia il pre-requisito per essere ammessi ad una competizione e che ciascun tipo di competizione abbia le sue proprie competenze distintive. Solo le aziende che presidiano al meglio le competenze distintive saranno competitive!

Identificare le competenze distintive, monitorarle, svilupparle, diffonderle e consolidarle diviene pertanto un imperativo categorico per le aziende che vogliono migliorare la loro posizione nel mercato.

Per acquisire informazioni predittive sulla competitività futura delle aziende sarà sufficiente analizzare gli investimenti fatti in formazione nel corso del tempo, sia in valore assoluto che in termini di incidenza su altre variabili socio-economiche (€/addetto, % investimenti, ecc.). Si scoprirà immediatamente che le aziende leader sono quelle che hanno maggiormente investito nella formazione.

Si può legittimamente obiettare che anche altre variabili concorrono, forse in misura maggiore, alla competitività: l’innovazione prodotti/mercati, l’efficienza dei processi, la qualità del prodotto/servizio, la motivazione delle persone. L’obiezione è inoppugnabile, va però ricordato che il livello di manifestazione delle variabili competitive elencate è determinato dalla competenza delle persone che hanno responsabilità gestionali e/o operative, ed è proprio per questa ragione che definiremo queste competenze chiave o, mutuando una diffusa locuzione anglosassone, core competencies.

Nel seguito del presente lavoro verranno affrontati i temi dell’apprendimento e dell’efficacia della formazione e della sua misurabilità.

L’apprendimento 

Qualsiasi intervento formativo deve avere l’obiettivo di colmare il gap esistente tra il livello corrente di competenza, di un individuo o addirittura di una intera organizzazione, ed il livello di competenza richiesto dalle dinamiche e dai cambiamenti esterni all’impresa e dalla stessa non governabili, quali le nuove tecnologie, l’aggressività della concorrenza, ecc.

Con la formazione vengono acquisite nuove competenze che permettono di incrementare il patrimonio di saperi dell’organizzazione – conoscenze, saper essere e saper fare – e di conseguenza di indurre nei fruitori cambiamenti, piccoli o grandi, che si devono tradurre in nuovi ed efficaci comportamenti.

La formazione può essere erogata in svariate differenti modalità che vanno dall’aula tradizionale fino alla formazione uno-a-uno (coaching) oppure in remoto con una gamma ampia di possibile interattività.

Queste modalità hanno costi ed efficacia molto diversi tra di loro ma, dato il fine che le accomuna, la loro efficacia si manifesta tramite l’adozione sistematica, da parte dei destinatari, di nuovi comportamenti.

La fase di applicazione delle nuove pratiche e la verifica dell’efficacia sono quindi parte integrante del processo formativo e vedremo ora come sia possibile realizzarla.

Suggeriamo che un percorso formativo venga impostato e gestito tramite i seguenti 5 passi:

Passo 1: qualsiasi intervento/percorso formativo deve esplicitare gli obiettivi che intende realizzare dichiarando quali sono i nuovi comportamenti osservabili che il partecipante dovrà adottare al termine del percorso a dimostrazione della effettiva acquisizione delle competenze.

Passo 2: durante i momenti formativi devono essere effettuati momenti di verifica dell’effettivo trasferimento di concetti/pratiche

Passo 3: ciascun momento formativo si concluderà con un piano di azione / applicazione degli apprendimenti, un impegno formale che ciascun partecipante assume con l’azienda, ma prima ancora con se stesso.

Passo 4: realizzazione del piano e monitoraggio, ove possibile utilizzando quali risorse altri partecipanti, suddivisi in piccoli gruppi di tre persone, ed applicando il modello Batesoniano dell’auto-aiuto.

Passo 5: a distanza di qualche settimana viene svolta una sessione di confronto e feedback tra i partecipanti che permette a tutti di fare tesoro dei vissuti altrui rinforzando gli apprendimenti avvalendosi dell’esperienza vicaria.

La misurazione del ritorno dell’investimento formativo

Le discipline economico-finanziarie distinguono con precisione i concetti di Costo e di Investimento.

Il costo è l’espressione monetaria (importo) del valore dei beni e servizi utilizzati per la produzione o l’acquisto di un bene o servizio che diventa investimento quando il beneficio indotto da tali beni o servizi si manifesta nel corso di più esercizi. Tale importo diviene quindi ammortizzabile ed ogni singolo esercizio si vedrà attribuita la sola quota di costo di sua competenza. Esattamente quello che accade per gli impianti e le attrezzature industriali.

Utilizzando questa accezione la formazione, producendo benefici nel tempo, è a pieno titolo un investimento ma mentre nel caso di investimenti industriali è sufficientemente semplice determinare il ritorno economico (ROI) o finanziario (IRR) quando si tratta di formazione la cosa si complica un poco.

In prima approssimazione si potranno valutare le variazioni di prestazioni della persona, ma con questo criterio non sarà possibile separare gli effetti specifici dovuti dall’incremento di competenze da altri legati al contesto, alla congiuntura, ecc. Il rischio che si corre in questi casi è duplice e speculare: premiare / punire per i risultati ottenuti con una forte incidenza di fattori esterni, confermando i comportamenti di per sé inefficaci o punendo e inducendo cambiamenti di comportamenti efficaci.

Si suggeriscono due modi per monitorare l’effettivo apprendimento da parte dei partecipanti nell’intervallo che intercorre tra l’attività d’aula ed il successivo momento di follow-up:

  1. valutare il grado di attuazione del piano di miglioramento individuale redatto a fine corso;
  2. effettuare un feedback a 360° discontinuo e temporaneo (3 osservazioni) coinvolgendo i principali stakeholder del partecipante per l’osservazione dei soli comportamenti obiettivo del corso di formazione.

Per l’applicazione di questa seconda modalità è necessaria la predisposizione di un Modello di Gestione delle Competenze nel quale sono riportate, per i principali ruoli organizzativi, le competenze chiave ed i comportamenti osservabili che ne dimostrano il possesso da parte delle singole persone titolari di ruolo.

Questo argomento sarà affrontato nel prossimo appuntamento con Oltre l’Aula.

 

Sergio Balzani


Sport Resilience Lab – Allenare la resilienza nello Sport

Quante volte abbiamo sentito dire che un atleta è “andato nel pallone” o “non ha retto la gara”.
Resilienza e Durezza Mentale sono qualità psicologiche che possono fare la differenza, specialmente nelle situazioni in cui ansia da prestazione e pressioni agonistiche influiscono sulla capacità dell’atleta di gestire lo stress.

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Quante volte abbiamo sentito dire che un atleta è “andato nel pallone” o “non ha retto la gara”.
Resilienza e Durezza Mentale sono qualità psicologiche che possono fare la differenza, specialmente nelle situazioni in cui ansia da prestazione e pressioni agonistiche influiscono sulla capacità dell’atleta di gestire lo stress. 
Nello sport le situazioni di Choking ovvero di un black-out mentale di fronte alla pressione di un evento agonistico, sono molto frequenti. Lo Sport però, è una grande palestra di resilienza e la psicologia dello sport dimostra come sia possibile allenare la resilienza stessa nello sport.

E tu, quanto sei Resiliente?
Sport Resilience Lab (S. Ortensi, 2016) è un protocollo che nasce in risposta a questa esigenza proponendo un training di potenziamento della Resilienza e della Durezza Mentale degli sportivi attraverso le tecniche di Mental Training.
Puoi valutare la tua capacità di resilienza con il nostro SPORT RESILIENCE QUESTIONNAIRE (Ortensi, 2016). Provaci!

Il metodo di allenamento del nostro Sport Resilience Lab ora è anche un ebook, puoi scaricare il primo capitolo gratuitamente qui   oppure il testo completo QUI
L’ebook Sport Resilience Lab è disponibile anche nei seguenti Store: IBS, Hoepli, Tim Reading, Euronics, Omniabuk.


Il tempo dell’infortunio

Spesso gli sportivi vivono il tempo dell’infortunio come sospensione e attesa passiva. Invece, imparare a sfruttarlo come una risorsa preziosa aiuta a tornare in campo più forti e consapevoli.

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Noi spettatori vediamo il risultato finale: la gioia oltre la linea del traguardo, il passaggio perfetto che manda un pallone in rete, l’ace che fa vincere una partita. Ma per arrivare quel punto, al culmine dell’espressione sportiva, un atleta soffre. E lo fa per la maggior parte del suo vissuto sportivo.

Come può un atleta sopportare tutto questo?
In realtà, uno sportivo possiede doti di resilienza superiori alla media ed è perciò preparato ad accettare e superare il dolore fisico. Pensiamo ad esempio a quelle sofferenze “di routine” come lo sforzo della preparazione atletica, le difficoltà di allenarsi in condizioni climatiche o ambientali critiche, la delusione per una sconfitta. Sono, queste, difficoltà accettabili e tollerate perchè si ha un percorso chiaro davanti a sè fatto di step, pur molto sfidanti, verso la prestazione eccellente.

Ma esiste un altro tipo di sofferenza: l’infortunio, un evento inaspettato e destabilizzante, che mina la sicurezza e l’equilibrio emotivo. L’evento traumatico dell’infortunio costringe lo sportivo a ridefinire il proprio ruolo sociale. Rabbia, paura del dolore, frustrazione e non accettazione dell’infortunio, sono alcune delle più immediate e comuni reazioni da affrontare e da trasformare in strumenti di crescita personale.

Spesso gli sportivi vivono il tempo dell’infortunio come sospensione e attesa passiva, congelando insieme all’attività sportiva anche tutti quei rapporti che ruotano intorno ad essa. Invece, mentre aspetta il momento di tornare in campo l’atleta continua a essere un atleta e il tempo che si trova ad avere per sé è una situazione che raramente può sperimentare durante la vita agonistica regolare, condizionata da allenamenti e gare. Diventa allora molto importante poterlo sfruttare, prevedendo un piano per allenare e acquisire competenze sportive, strategiche e psicologiche.
Psicosport ha messo a punto un piano di recupero dall’infortunio, un protocollo di intervento che si avvale degli strumenti diagnostici e delle tecniche proprie della preparazione mentale, dedicato in modo specifico alla gestione e al recupero dell’atleta infortunato. Contattaci per saperne di più!


Possiamo fidarci delle Intuizioni?

Non è magia, preveggenza e neppure istinto, l’intelligenza intuitiva è un superpotere che tutti abbiamo, ma che spesso sottovalutiamo.

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Non è magia, preveggenza e neppure istinto, ma come spiega la dott.ssa Stefania Ortensi, l’intelligenza intuitiva è un superpotere che tutti abbiamo, ma che spesso sottovalutiamo. Senza che ce ne rendiamo conto, la nostra mente immagazzina esperienze, informazioni ed elementi sensoriali, che l’inconscio poi elabora e ci restituisce al momento opportuno sotto forma di intuizioni.

Dove nascono le intuizioni?
Le neuro scienze hanno dimostrato che questi messaggi preziosi che spesso orientano le nostre scelte hanno origine nell’emisfero destro del cervello, ovvero dove hanno sede le emozioni.

L’intuito, infatti, si distingue dalla razionalità: il primo rappresenta una capacità di cognizione rapida ed emotiva, la seconda – continua Stefania Ortensi – si basa sul ragionamento e sull’analisi dei dati, un procedimento più lento e faticoso”.

Non tutte le intuizioni sono giuste, è ovvio. Ma di sicuro portano a prendere decisioni che ci somigliano di più. “Purtroppo oggi, la fretta, il bisogno di risposte certe e azioni produttive, ci stanno facendo perdere la capacità di ascoltarci e di fidarci delle sensazioni”, ammette l’esperta. “Preferiamo affidarci al pensiero logico, invece che gestire un’emozione”.

E se imparassimo di nuovo a credere nella nostra intelligenza intuitiva? Ecco come fare:

1 Coltivare i momenti di relax

Le intuizioni appaiono quando riduciamo al minimo lo stress, le attività, gli impegni. In uno stato di calma profonda possiamo guardarci dentro senza interferenze e lasciare spazio alle intuizioni.

2 Non giudicare

L’intuito deve essere ascoltato e basta. Ogni forma di giudizio o di analisi mette in moto il pensiero logico e annulla quello intuitivo. Quando si hanno delle sensazioni occorre accoglierle e ascoltare se modificano il nostro stato di benessere.

3 Allenare la fiducia

Se non si è più abituati a seguire l’intuito, possiamo creare un percorso graduale per stimolare la fiducia in ciò che sentiamo. Iniziamo dalle piccole cose. Per esempio potremo farci guidare dall’intuito per decidere accanto a chi sederci in un gruppo di persone mai frequentate prima.

4 Prestare attenzione ai preconcetti

L’intuizione è puro pensiero, deve fornirci indicazioni utili per scegliere, ma non trasformarsi in una presa di posizione affrettata. Per esempio se abbiamo la sensazione che una persona sia inaffidabile, è giusto alzare la guardia, ma non comportarci come se già avessimo la prova della sua scorrettezza.

 

L’articolo è tratto dall’intervista di Barbara Gabbrielli a Stefania Ortensi, pubblicata sul numero 40 della rivista Starbene


Lo Sport dei Ragazzi: istruzioni per l’uso!
Giovedì 05 Ottobre 2017

Conosciamoci! Il Team Psicosport incontra genitori, allenatori e operatori del mondo dello sport.

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Giovedì 5 Ottobre il Team Psicosport sarà a Laveno Mombello per incontrare genitori, allenatori e operatori del mondo dello sport giovanile. L’intento della serata è affrontare i principali temi della vita sportiva dei nostri figli con la mediazione di uno psicologo dello sport e accogliendo i punti di vista di tutti i principali attori dello sport giovanile: genitori, tecnici, dirigenti sportivi.

  • Parleremo di motivazioni e aspettative
  • Sport e autostima
  • Relazione genitore – allenatore
  • Gestione della gara
  • Sport e scuola

La serata è organizzata sotto il patrocinio del Comune di Laveno Mombello, grazie all’iniziativa dell’Associazione Genitori e la collaborazione delle società sportive del territorio.
L’ingresso è libero, ore 20.30 presso il Teatro Franciscum, via Redaelli 13.


Dimenticati dello smartphone! Non riesci a farne a meno?

Nel catalogo delle nuove ossessioni, la tecnologia gioca un ruolo da protagonista.
Niente paura! Ecco una strategia in 3 mosse per combattere la dipendenza!

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Arriva il week-end, ma non riesci a liberarti del telefono?
Le intenzioni sono buone, ma la tentazione di controllare la mail è troppo forte. Succede sempre più spesso di non riuscire mai a staccare veramente dal lavoro, il tempo in ufficio si dilata e ci segue fin dentro casa, a cena con gli amici, nell’intervallo del cinema. E il lunedì mattina siamo già stanchi.
 
Al catalogo delle piccole ossessioni vanno aggiunte nuove voci e sono per la maggior parte digitali. Sharon Begley nel libro “Non riesco a farne a meno – La Scienza dietro le nostre ossessioni” – in uscita ad Ottobre – spiega come gli impulsi a compiere determinate azioni oggi passino tutti attraverso lo smartphone, che diventa come una coperta di Linus che assorbe la paura di essere dimenticati o di perderci qualcosa.
 
La tecnologia ha decisamente amplificato l’ansia, l’emozione che sta alla base dei gesti compulsivi. Quante volte nelle ultime due ore avete controllato le notifiche dei social? A quante conversazioni su whatsapp avete risposto negli ultimi 30 minuti?
 
Controllare, rispondere in tempo reale non sono altro che compulsioni e “sono una risposta a questo stato d’animo perchè forniscono l’illusione di tenere sotto controllo almeno una parte della propria vita – spiega la dott.ssa Stefania Ortensi – Ma a differenza di ciò che accade nelle compulsioni tradizionali, in cui l’attenzione è rivolta verso l’esterno (spegnere il gas, riordinare i cassetti in modo maniacale), la tecnologia e il web hanno spostato il bisogno di controllo verso noi stessi”.
 
Essere sempre sotto i riflettori però amplifica l’ansia da prestazione e il bisogno di essere perfetti e aggiornati, ingigantendo anche l’illusione di non poter mai incorrere in imprevisti sia nella percezione che gli altri hanno di noi, sia nel rapporto con il mondo esterno.
 
E’ un processo irreversibile? Forse no, possiamo imparare a governarlo mettendo in atto una strategia semplice in tre mosse:
 
1 – Stabilisci una fascia oraria in cui smettere di rispondere alle mail.
Essere reperibili 24ore al giorno ci fa sentire efficienti e infallibili e spegnere il telefono all’inizio sarà fonte di ansia, ma ti accorgerai che il tuo valore non dipende dalla tua reperibilità.
 
2 – Trova da solo la soluzione
Prova a farcela da solo senza chiedere a google, senza controllare le mappe. Chiedi informazioni alle altre persone, fai affidamento alla tua memoria e al tuo senso dell’orietamento. Questo mettarà in moto un meccanismo che ci fa sentire capaci, aumentando la nostra self-efficacy.
 
3 – Decidi con chi vuoi comunicare
Una comunicazione è più efficace se è mirata. Postare su facebook un contenuto aperto tutti non ci garantisce di essere ricordati o desiderati, potrebbe anzi non essere nemmeno notato nell’immenso traffico di informazioni del social network. Prima di pubblicare una foto o un messaggio, scegli prima a chi dedicarlo.
 
 
L’articolo è tratto dall’intervista di Barbara Gabbrielli a Stefania Ortensi, pubblicata sul numero 40 della rivista Starbene

Allenare ad alto livello: stress, pressione, ossessione.

L’esperienza di Silvio Baldini dimostra quanto la motivazione intrinseca sia la benzina primaria anche per chi lavora nello sport di altissimo livello. La passione aiuta a gestire la pressione!

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5 ottobre 2011. Silvio Baldini viene esonerato dal Vicenza dopo la sconfitta con il Varese. Un tecnico, quello nativo di Massa, classe 1958, molto chiacchierato.

Allenatore vulcanico e uomo di campo in senso assoluto, Baldini vive nel quadriennio 1999-2003 il suo periodo migliore alla guida dell’Empoli, che conduce in Serie A e con cui si salva il primo anno. Da qui un tunnel che sembra senza fine.

ph @LaGazzetta

Esonerato nell’ordine da Palermo (2004), Parma (2005) e Lecce nel 2006. Torna in panchina nel 2007-08 alla guida del Catania ma anche qui i problemi non mancano: durante la prima giornata del campionato di Serie A si rende protagonista di un episodio disdicevole. Viene espulso all’85° minuto di gioco e, nei confronti dell’allenatore del Parma Domenico Di Carlo che lo invita ad uscire dal terreno di gioco, reagisce in modo violento, colpendo il collega con un calcio e rimedia un mese di squalifica. La stagione non va poi meglio, con il Catania che lo esonera a fine marzo. Il richiamo di casa è fortissimo: torna ad Empoli, per riportarlo in Serie A, ma manca l’obiettivo e la squadra toscana lo sostituisce nel giugno 2009. Due anni di stop ed ecco il Vicenza che non gli lascia terminare il campionato e lo esonera nuovamente.

STRESS E FELICITÀ – Dopo il quinto esonero consecutivo, Baldini stacca la spina. “Il calcio mi portava ansia e stress da star male, mi ero rotto di vivere con queste pressioni e mi sono messo da parte. Anche se dentro di me il calcio è sempre stato una parte importante. Basta, non ne potevo più. Preferivo allenare i miei cani da caccia”. Sei anni e mezzo dopo, Baldini torna ad allenare a due passi dalla natia Massa e assume la guida della Carrarese in Lega Pro.

ph.@LaNazione

Lo fa gratis, per scelta personale mettendo, a suo dire, il benessere psicofisico al primo posto. “Sto benissimo e mi sembra di essere tornato indietro di 20 anni all’inizio della mia carriera, quando vivevo il calcio come una gioia e non come un’ossessione”.

Stress, pressione, ossessione. Quando lo sport diventa così distorto, come fare a non entrare in un tunnel pericoloso?

“Nel Calcio si è messi quotidianamente davanti al confronto con il risultato e questo alimenta ansia da prestazione che se viene mal gestita – spiega Stefania Ortensi, Psicologa dello sport – può sfociare anche in atteggiamenti aggressivi o sopra le righe”.

È bene però ricordare non esistono solo l’alto agonismo, i risultati e gli scudetti. Il Calcio può essere inteso anche in modo differente, come passione pura e divertimento. Quando nello sport si mette al primo posto il benessere davanti alla prestazione, allora questo torna essere una preziosa e stimolante risorsa. È forse quello che è successo a Mister Baldini: un cambio radicale di prospettiva. Cambiamento che gli ha permesso di tornare alle origini e recuperare la motivazione intrinseca, cioè quella spinta all’azione che nasce da dentro noi stessi e ci spinge a fare le cose per il puro piacere di farle, indipendentemente da risulta e gratificazioni esterne.

Tornare alle motivazioni più profonde, ritrovare l’esperienza autotelica, il Flow – quello stato di grazia che viviamo quando proviamo grande gratificazione da quello che stiamo facendo – dandosi obiettivi di prestazione e non di risultato è certamente uno dei modi migliori per gestire l’ansia da prestazione e affrontare prontamente le responsabilità di allenare ad alto livello.

Flavio Suardi


Stop all’ansia da rientro!

Si chiama post-vacation-blues e ne soffre il 40% degli italiani. Come uscirne con le tecniche di mental training.

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Si chiama post-vacation-blues e ne soffre il 40% degli italiani. Come uscirne con le tecniche di mental training?

La post vacation blues o sindrome da rientro di solito inizia a farsi sentire durante gli ultimi giorni di ferie, per poi esplodere una volta tornati alle vecchie routine. Malinconia e sensazione di non aver avuto abbastanza tempo per noi si amplificano: eccessiva spossatezza, difficoltà di concentrazione e apatia, irritabilità sono i sintomi più frequenti della depressione da fine vacanza.

“La sindrome da rientro è legata alla difficoltà di accettare la fine della vacanza, che rappresenta la perdita del tempo e dello spazio per se stessi, una sorta di lutto da elaborare” spiega la dott.ssa Stefania Ortensi, psicologa dello sport e del benessere.

Ma niente paura, questa situazione di malessere e rimpianto continuo può essere curata in autonomia, a partire già dagli ultimi giorni di ferie. Possiamo disintossicarci dall’ansia da routine adottando alcuni accorgimenti mutuati dalle tecniche di mental training più utilizzate dagli atleti professionisti!

1. Performance Profile
Le ferie ci offrono l’occasione d’oro di avere del tempo per noi.
Così come gli atleti compilano il Performance Profile, noi possiamo redigere una sorta di bilancio di competenze, riflettendo con serenità su ciò che non ci soddisfa e su ciò che invece più amiamo della nostra quotidianità.

2. Goal Setting
Il secondo passo è pianificare nuovi obiettivi per la nostra “stagione agonistica”: un desiderio o un progetto da realizzare, qualcosa di nuovo da imparare una volta rientrati. Piccoli goal che ci stimoleranno a riprendere con più energia.

3. Dare importanza al recupero
Come è ben noto, una parte fondamentale della preparazione degli atleti è l’allenamento fisico, ma spesso ci si dimentica che i tempi di recupero tra una seduta e l’altra rivestono un’importanza pari se non maggiore. Il nostro consiglio quindi è di non gettarsi a capofitto nella vita di prima, ma di conservare spazi programmati di relax e momenti da dedicare se stessi: sarà come vivere delle microvacanze!

4. Visualizzazione
Nei momenti più duri, quando siamo demotivati, irritati e privi di energie, la nostra esperta consiglia di utilizzare la visualizzazione del posto sicuro. Consiste nel richiamare alla mente i luoghi delle vacanze che più ci sono piaciuti, per rievocare le sensazioni di benessere che abbiamo vissuto. Mentalmente attingeremo agli effetti benefici di quei momenti e terremo lontano ansia e stress.

Leggi l’articolo correlato uscito su Starbene n°35:


Tecniche di Mental Training applicate… alle ferie!

I segreti dello sport agonistico ci vengono in aiuto anche per progettare le nostre vacanze, in modo da ottenere il massimo e tornare a casa carichi di energie.

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I segreti e le tecniche di preparazione degli atleti agonisti ci sono di ispirazione in molti ambiti della vita quotidiana. Possiamo trarne vantaggio anche per programmare le nostre ferie in modo da ottimizzare al massimo rendimento e benefici del periodo più atteso dell’anno.

La vacanze sono il traguardo ambito dell’estate, le identifichiamo spesso come l’unico rimedio a stress e stanchezza accumulati durante l’anno. Ed in parte è vero. Come spiega Stefania Ortensi, psicologa dello sport: “le ferie sono una risorsa importante per il nostro benessere perchè ci consentono un cambiamento di ritmo che stimola e rigenera“. Attenzione allora a non sottovalutarle o improvvisarle, si rischia di trasformarle in fonte di ansia e delusione.

Se vogliamo ottenere il massimo dalle nostre vacanze, possiamo fare ricorso ad alcune tecniche che utilizzano gli sportivi agonisti. Parliamo per esempio di Goal Setting, la pianificazione degli obiettivi che ci vogliamo prefiggere per il nostro periodo di stacco.
Quali caratteristiche devono avere? Per prima cosa devono essere realistici e realizzabili in tempi ragionevoli. La cosa migliore è prendere carta e penna e fare una lista di ciò che vorreste vedere e di attività che vorreste fare: ink it, don’t think it! Vi aiuterà non disperdere energie mentali inseguendo un ideale di vacanza irrealizzabile.

Nei percorsi di Mental Training insegnamo agli atleti a rimanere nel Qui ed Ora, a concentrare cioè tutta la loro attenzione nel momento presente, per evitare di rimanere ancorati per esempio ad un errore appena commesso, oppure al contrario di correre troppo avanti con il pensiero, disperdendo energie mentali in pensieri astratti.

Come può tornare utile per un turista in partenza questo accorgimento?
Il 72% degli Italiani si rende reperibile anche in ferie, ma ogni mail, ogni telefonata ci riportano in ufficio o ci fanno fare un balzo in avanti verso il momento del rientro, minando lo stato di benessere e tranquillità appena raggiunto. Se proprio non ne potete fare a meno, riservate alle questioni lavorative un momento circostanziato della giornata.
I viaggi ci conducono in luoghi sconosciuti e avere una meta da esplorare ci porta a fantasticare e proiettare desideri sulla novità. Per evitare l’ansia tipica di quando si esce dalla propria zona di comfort è utile dare importanza a ogni attimo, ogni angolo, ogni volto nuovo. E’ ciò che rende unica una vacanza e terrà inoltre alla larga lo stress da rientro!

Scarica l’intervista qui:


Come nasce lo Sport Outdoor Training®

A partire dagli evidenti parallelismi sport-azienda e affrontando il problema del rendimento lavorativo secondo la metafora della performance sportiva, si aprono nuove prospettive formative.

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Analogamente a quanto accade nello sport, la competizione nel mondo aziendale si è fatta sempre più accesa, puntando su valori quali la centralità del cliente, l’eccellenza del prodotto/servizio, l’innovazione continua e, soprattutto, il valore e la motivazione delle risorse umane interne, integrate in un gruppo di lavoro affiatato e determinato. In altre parole, un team vincente.

La preparazione mentale, che rappresenta un supporto e un completamento indispensabile nella preparazione tecnico-atletica dello sportivo di alto livello, oggi può essere applicata nello sviluppo, nel potenziamento e nell’ottimizzazione delle capacità psicologico-cognitive fondamentali nel top-management. Il risultato consiste nel cambiare il modo di pensare delle persone su ciò che è desiderabile, possibile e necessario.

Da qui la nascita dei moduli di Sport Outdoor Training come mezzo di comprensione e di risoluzione delle problematiche aziendali: una metodologia formativa innovativa, che guida il cliente nella sperimentazione su campo di attività sportive e che, grazie ad un forte coinvolgimento fisico, cognitivo ed emozionale, favorisce il raggiungimento di specifici obiettivi aziendali.
Nelle sessioni di Sport Outdoor Training, infatti, i manager hanno la possibilità di sperimentare situazioni sportive che rimandano facilmente a situazioni vissute in ambito professionale. In questo modo, le competenze apprese sul campo vengono traslate al contesto lavorativo.

La variegata offerta di diverse discipline sportive proposte dallo Sport Outdoor Training è un’occasione per scoprire abilità nascoste, ritrovare il piacere del lavoro in team e di valori come collaborazione e coesione.

Nella costruzione del percorso formativo Skilldynamics si pone come partner e non come semplice fornitore, rispettando le esigenze aziendali specifiche.
Una filosofia che consente di tramutare ciò che era passivo ed unidirezionale in attivo e reciproco, passando dalla correzione dei punti deboli alla valorizzazione dei punti di forza, dall’apprendimento di contenuti all’apprendimento di metodi, dalla centralità del formatore a quella dell’utente.


La felicità nello Sport: il Flow!

Se ci pensate, l’attività sportiva è un’attività fine a se stessa. Con questo non voglio dire che sia inutile, anzi, ma che non è fondamentale per la sopravvivenza umana. Se scendessero da un’astronave degli alieni sono sicuro che […]

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Se ci pensate, l’attività sportiva è un’attività fine a se stessa. Con questo non voglio dire che sia inutile, anzi, ma che non è fondamentale per la sopravvivenza umana. Se scendessero da un’astronave degli alieni sono sicuro che troverebbero l’attività sportiva senza senso: uomini che soffrono, si sacrificano, si fanno male, si sfidano per qualcosa di intangibile o per un pezzo di metallo come una medaglia. Se è per questo gli animali non praticano sport, quindi lo sport è dell’uomo.

 

Perché lo facciamo?
La risposta è semplice: perché siamo umani. La nostra forza vitale sta nel ricercare sempre qualcosa d’altro, qualcosa da provare, da vedere, da sfidare. Il piacere (anche qualcosa che va al di là di esso, diceva Freud) guida le nostre vite e anche la nostra scelta di praticare sport (o perlomeno dovrebbe). Nonostante le fatiche, le perdite, gli infortuni, i sacrifici.

Nello sport esiste uno stato, simile alla trascendenza, ma del tutto umano e terreno, assolutamente non mistico, in cui i nostri confini corporei vengono infranti, come se si potesse vedere oltre quello che si sta facendo: il nuotatore si percepisce tutt’uno con l’acqua, il corridore con il vento, una ginnasta con il gesto atletico. Questo è il flow.

In psicologia è lo stato psicologico che si sviluppa a partire da un completo coinvolgimento della propria attenzione sull’attività, in una condizione di totale equilibrio percepito tra le difficoltà del compito e le proprie abilità. Il flow non è una condizione rara, ma implica consapevolezza e attenzione nel compito.

Il flow ha più sfaccettature – dimensioni in gergo scientifico: è un equilibrio tra sfida e capacità, presuppone mete chiare, una concentrazione totale sul compito, un senso di controllo e un coinvolgimento talmente profondo che tutto diventa automatico, semplice. Noi siamo nel gesto, noi siamo nello strumento, noi sappiamo esattamente cosa fare.

Quanto dura?
Il flow non ha tempo: lo scorrere delle lancette è alterato, rallentato o accelerato, non ce ne si rende conto. Come in tutte le cose belle. Il flow però va ricercato, va allenato, va sperimentato. Sono sicuro che alla fine ogni sportivo possa ricordare almeno uno stato di flow e che la magia dello sport sia data anche un po’ dalla ricerca di questo strano, piacevole, misterioso e sempre diverso stato mentale.  Che travalica i rischi, la fatica, le botte, le delusioni ma anche le vittorie e i risultati.
Il flow non è una vittoria in campo ma una vittoria dentro se stessi. La felicità allora sta nel controllo, nel tempo che impazzisce, nel crede nella proprie abilità, nel gesto automatico, nell’immersione nella natura e, forse, anche nell’insensatezza. Se si capisce questo si capisce lo sport. Allora, siete ancora sul divano?

Dott. Nicola Tonetti – Psicologo dello Sport
ha partecipato al 22°Master in Psicologia dello Sport di Psicosport.
Vuoi più info sul Master in Psicologia dello Sport? Guarda il nostro video

 


Juve: questione di choking

La Juve cade ancora sul più bello: su 9 finali di Champions, è arrivata la settima sconfitta. Come liberarsi dalla Maledizione da Finale.

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“Il mio compito non è giudicare trenta minuti di blackout, ma un’intera annata. E io sono orgoglioso di questo gruppo, perché abbiamo la consapevolezza di aver raggiunto una dimensione europea totale. In tutti noi c’è la volontà di migliorare e di continuare a crescere sapendo che questa è una competizione in cui se si sbagliano 10-15 minuti non si arriva ad alzare il trofeo. Questa finale ci deve rendere ancora più cattivi”. Così Andrea Agnelli, presidente della Juventus, dopo la sconfitta di Cardiff.

“Ci è girato tutto male”, ha detto a fine partita Gigi Buffon. Che ha poi anche aggiunto: “Il Real Madrid ha dimostrato di essere più abituato di noi a certi palcoscenici e a vincere determinate partite, quando la forza mentale ti deve sorreggere”.

“Sul gol di Casemiro abbiamo mollato mentalmente. Invece bisognava restare aggrappati alla partita, è quello che andrà fatto l’anno prossimo, dobbiamo migliorare nella gestione della partita”. Questa invece una sintesi del pensiero di Max Allegri, tecnico juventino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre persone, tre dichiarazioni, un unico filo conduttore che lega i concetti di blackout, forza mentale e gestione delle energie in un contesto così importante.

Sarebbe ovviamente riduttivo pensare di spiegare la sconfitta della Juventus solo ed esclusivamente parlando di inadeguatezza dal punto di vista della preparazione mentale, però è indubbio che da quando il Real Madrid ha segnato il gol del 2-1, le facce dei giocatori di Allegri sono cambiate e la tensione li ha completamente abbandonati, lasciando agli spagnoli campo sostanzialmente libero.
E così la Juventus è caduta nuovamente sul più bello: su 9 finali di Champions disputate, è arrivata la settima sconfitta. La seconda sul altrettante finali disputate in tre anni. La squadra, per usare un paragone ciclistico, ha le caratteristiche per competere nelle grandi corse a tappe, campionato su tutte, arriva in fondo ad una stagione logorante come quella di Champions League, ma poi al momento di concretizzare non riesce a scacciare la scimmia che ormai le staziona sulla spalla.

“Nello sport si possono rilevare quotidianamente situazioni di Choking ovvero di un black-out mentale di fronte alla pressione di un evento agonistico – afferma la dott.ssa Stefania Ortensi, Direttore del Master di Psicosport – e alla base di questo fenomeno gioca sicuramente un ruolo centrale l’ansia da prestazione e la relativa capacità di gestione dello stress dell’atleta, ma esistono anche qualità psicologiche come Resilienza e Durezza Mentale che possono fare la differenza nella prevenzione del fenomeno”.

-Come si possono integrare nel contesto di una manifestazione sportiva così importante i concetti di durezza mentale e resilienza?

“Per Durezza Mentale si intende un costrutto multidimensionale che comprende la capacità mentale di recuperare dopo sconfitte e errori, l’abilità di controllare la tensione agonistica, la capacità di mantenere l’attenzione per tempi prolungati, il livello di autostima sportivo e il grado di coinvolgimento e impegno nel raggiungere gli obiettivi – continua Ortensi – mentre il concetto di Resilienza deriva originariamente dalla tecnologia metallurgica dove indica la proprietà di un materiale di resistere alle forze che vi vengono applicate (sollecitazioni come piegamenti, allungamenti, compressioni od urti) riprendendo la sua forma originale. Altri riconducono l’etimologia della parola al verbo latino “resalio”, ovvero il tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate. In psicologia si definisce resilienza la capacità di resistere alle frustrazioni, allo stress ed alle difficoltà della vita. La resilienza è quindi la capacità di fronteggiare efficacemente gli eventi critici – come un evento traumatico, un infortunio o una sconfitta – reagendo in modo positivo”.
Resilienza e durezza mentale non sono solamente qualità innate, ma caratteristiche che si possono apprendere, sviluppare e “allenare” attraverso un lavoro di preparazione mentale. Il Mental Training è un allenamento psicologico composto da diverse tecniche, selezionate in base alla specificità della singola disciplina sportiva, agli obiettivi da raggiungere e al profilo personologico dell’atleta che consente di rafforzare durezza mentale e resilienza dell’atleta portando un’automatizzazione delle strategie di gara, consentendo un esame critico degli aspetti della prestazione, favorendo l’apprendimento dei particolari della tecnica e aumentando il controllo delle situazioni stressanti e/o dolorose.
La preparazione mentale è una componente essenziale del programma di preparazione globale di un atleta per imparare a migliorare la gestione dello stress agonistico, pianificare gli obiettivi, stendere un profilo di prestazione, lavorare su concentrazione e abilità attentive, alimentare la motivazione intrinseca, migliorare la capacità di presa di decisione in tempi rapidi, acquisire tecniche di controllo del respiro e rilassamento o gestire in modo ottimale le risorse proprie fisiche, emotive e cognitive.

-A detta di molti commentatori e degli stessi protagonisti in campo, la Juventus ha sbattuto contro la criticità del gol del 2-1 per il Real, arrivato in maniera molto fortunosa. Buffon ha parlato di “episodi che girano male”. Ma come si può cercare di reagire ad un evento del genere provando a salvaguardare la prestazione?

“Un’efficace reazione all’errore inizia paradossalmente prima ancora che l’errore venga commesso – spiega la dott.ssa Ortensi – essa parte infatti dalla lettura o interpretazione a priori che l’atleta fa del possibile errore. Si tratta quindi di un lavoro che va fatto “a secco”, prima dell’evento, solo così l’allenatore nel momento decisivo potrà far leva sui giocatori per una spronarli a reagire. E’ fondamentale che un atleta lavori in Mental Training alla propria capacità di reazione all’errore”.
“Per voltare pagina dopo un errore e reagire efficacemente senza compromettere il resto della prestazione serve lavorare su una lettura funzionale da parte dell’atleta dell’errore.
È fondamentale che ogni atleta metta in conto preventivamente la possibilità di commettere errori o di “bucare” una prestazione lavorando a pieno sul proprio senso di autoefficacia così da non correre mai il rischio di identificarsi nell’errore stesso. “Io NON sono l’errore, ma ho commesso un errore come è ovvio e normale che prima o poi succeda del mio sport”. Questo è l’approccio da cui iniziare.
La presa di consapevolezza che l’errore è “fisiologico” per l’atleta e non ne cambia il valore in campo – per quanto si lavori duramente per ridurne la probabilità – e la sua accettazione consente agli sportivi di gestire efficacemente una prestazione negativa e voltare le spalle all’errore più rapidamente.
Creare inoltre una routine di reazione all’errore che contenga immagini mentali, respiri e self-talk positivo può implementare la capacità di lasciarsi alle spalle velocemente la prestazione negativa, mantenendo un atteggiamento positivo, sia a livello mentale che fisico-posturale, attivando strategie di rilassamento, Re-Focus e concentrazione.

-Come si può ripercuotere questa sconfitta sugli impegni futuri?

“Certamente qualora la sconfitta non venga rielaborata correttamente e ricontestualizzata può generare nell’atleta vissuti di frustrazione, demotivazione e in qualche caso depressione. Non è un caso se i più recenti studi evidenziano come gli atleti siano una categoria di popolazione ad alto rischio di depressione. Il mondo dello sport, infatti, presenta alcuni stressors che vanno ad esacerbare il rischio di fenomeni depressivi negli sportivi.
“Il macigno di aspettative, interne ed esterne, che a volte opprime l’atleta e il dover fare quotidianamente i conti con una cultura sportiva concentrata troppo sul risultato e troppo poco sulla qualità della performance, che troppo velocemente incorona i propri eroi dopo una medaglia “pesante” per poi abbandonarli o darli per “bolliti” alla prima difficoltà, portano l’atleta ad identificarsi erroneamente con le sue prestazioni attribuendo un valore quasi assoluto ad ogni gara. Ogni perfomance assume quindi in valore di un esame o ancora peggio un giudizio rispetto al proprio valore e alla propria identità di atleta, secondo un principio dicotomico del tutto-o-niente – o sei un campione o sei un incapace – che porta a fragilizzare lo sportivo”.
Anche in questo caso il Mental Training può essere un prezioso alleato per ripianificare i propri obiettivi dopo una sconfitta, valorizzare i propri punti di forza, trovare nuovi sproni motivazionali, focalizzarsi sulla qualità della prestazione più che sul mero risultato agonistico, ritrovando quello stato di grazia estremamente appagante, piacevole e motivante che accompagna le prestazioni eccellenti. Ciò che viene definito Flow.

-Esiste una sorta di “sindrome da finale”, dato che nel caso specifico la Juventus ne ha perse 7 sulle 9 disputate e che questo peso si ripercuota sui giocatori ancora prima di scendere in campo?

L’ansia da prestazione e di conseguenza il Choking sono fenomeni da tempo descritti in diverse discipline sportive, pensiamo al braccino del tennista, allo Yip nel Golf, al Target Panic nel tiro con l’arco o al Brick del Basket. Più in generale in altri sport si parla di Icing o Cracking. Tutti modi per descrivere un deterioramento della prestazione a seguito di uno stato mentale caratterizzato da ansia da prestazione e forte pressione psicologica che accadono più frequentemente nei momenti decisivi della stagione agonistica ove le pressioni sono maggiori, come una finale”.
Per esempio, Nicolò Campriani, Oro Olimpico alla Carabina a Londra 2012 e Rio 2016, nel proprio libro parla di “blocco dell’ultimo colpo” che gli è costato la medaglia Olimpica a Pechino 2008.
“In questi momenti clou la percezione dell’atleta di eccessive pressioni, richieste di compito elevatissime e la sensazione di “non poter perdere” o “dover vincere” portano vissuti di ansia da prestazione che peggiorano drasticamente la performance dello sportivo e di conseguenza della squadra”.
Ancora una volta, grazie alle tecniche di Mental Training è possibile imparare ad affrontare la prestazione sportiva momento per momento, focalizzandosi solo sul “qui ed ora”, dimenticando paure e pressioni esterne e ritrovando la qualità del proprio gioco.

Flavio Suardi


Atleti e depressione: dalla P.O.D. Syndrome al Fine Carriera

Staff PsicosportL’incidenza della depressione sulla popolazione generale è del 6%, tra gli sportivi questa percentuale arriva al 20%, per poi alzarsi fino al 50% se si parla del fine carriera di un atleta. Cosa succede nella mente degli sportivi?

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Dietro l’immagine patinata e di successo che viene associata al mondo dello sport spesso si cela un’ombra inaspettata: cosa c’è dietro ad un risultato eccellente o ad un colpo perfetto, Cosa sta accadendo nel mondo interiore di quell’atleta?

Troppo spesso lo sport diventa un catalizzatore di tensioni interne e disagi emotivi. Non è quindi un caso se uno dei disturbi psichici più studiati rispetto allo sport sia proprio la depressione.

Se è vero, come numerose ricerche dimostrano, che una regolare attività fisica può migliorare la qualità di vita e il benessere delle persone che ne soffrono, è altrettanto verificato che proprio gli atleti siano una categoria ad alto rischio di depressione. Si pensi che se l’incidenza della depressione sulla popolazione generale è del 6% (350 milioni di persone ne soffrono), tra gli sportivi questa percentuale arriva al 20%, per poi alzarsi fino al 50% se si parla del fine carriera di un atleta (dati Adnkronos Salute, 2011).

L’ambiente sportivo infatti può diventare causa di ansia e depressione quando contiene al suo interno dinamiche disfunzionali e frustranti. Basti pensare al peso delle aspettative di risultato che spesso possono portare al burn-out.

Un recente studio del dottor David Fletcher, ricercatore inglese di Psicologia della Performance presso l’Università di Loughborough (UK), evidenzia come in otto biografie su dodici di sportivi professionisti emerga la parola depressione.

Ormai sono molti gli atleti che non fanno mistero di averne sofferto. Dal calciatore inglese Aaron Lennon a Gigi Buffon, da Federica Pellegrini a Serena Williams, passando per Ian Thorpe, Andrè Agassi, Marco Pantani, Andy Baddeley, Jack Green, Natasha Danvers, Allison Schmitt, Dame Kelly Holmes e Lindsey Vonn. Solo alcuni esempi fra tanti per comprendere come la ricerca del successo sportivo, del perfezionismo tecnico, della gloria olimpica abbiano inevitabilmente i loro costi in termini psicologici ed emotivi.

I FATTORI DI STRESS

Il mondo dello sport presenta alcuni stressors che vanno ad esacerbare il rischio di fenomeni depressivi: il rischio di infortuni, il sovrallenamento, la gestione della propria immagine pubblica, il bisogno di vincere per avere sostegni economici, le richieste tecniche in continua crescita, il terrore del fallimento, lo spettro della fine della propria carriera agonistica, sono solo alcuni tra questi.

Oltre al peso delle aspettative interne ed esterne, l’atleta deve fare i conti quotidianamente con una cultura sportiva concentrata in modo esasperato sul risultato e decisamente poco sulla qualità della performance; una cultura sportiva che troppo velocemente incorona i propri eroi dopo una medaglia pesante per poi abbandonarli o darli per bolliti alla loro prima difficoltà. Questo cosa comporta? L’atleta tende a  identificarsi, sbagliando, con le sue prestazioni, attribuendo ad ogni gara un valore quasi assoluto.

Ad ogni prestazione, quindi, viene messo in discussione il proprio valore. Ogni performance è un esame o ancora peggio un giudizio rispetto al proprio valore e alla propria identità di atleta, secondo un principio dicotomico del tutto-o-niente – o sei un campione o sei un incapace – che porta a fragilizzare lo sportivo.

Secondo il Prof. Jurgen Beckmann, Direttore del dipartimento di Psicologia dello Sport presso l’Università Tecnica di Monaco, questo disturbo colpirebbe maggiormente gli atleti che praticano sport individuali perché generalmente attribuiscono il fallimento in grande parte a se stessi, vivendo maggiori sensi di colpa, rispetto agli atleti che praticano sport di squadra, in cui vi è una maggiore distribuzione di responsabilità.

Un’altra causa frequente di depressione nello sport è poi legata all’infortunio. L’esperienza, sempre critica per l’atleta, richiede una corretta elaborazione psicologica dell’evento traumatico e delle sue conseguenze, soprattutto quando possono comportare un fine carriera anticipato e non programmato. Non è un caso che il recupero post-infortunio sia uno dei principali ambiti di intervento dello psicologo sportivo, perché la paura di re-infortunarsi può diventare un pensiero autolimitante e disfunzionale, con un impatto importante sulla salute mentale dell’atleta e sulla sua serenità e che paradossalmente potrebbe aumentare la probabilità di farsi ancora male.

LA DEPRESSIONE POST-OLIMPICA

Oggi si parla spesso di una particolare forma depressiva che colpisce gli sportivi, la depressione post olimpica o Sindrome POD (Post Olympic Depression): si fa riferimento a quel particolare disagio che avverte l’atleta al termine dell’impegno olimpico, quando si sente svuotato, apatico, disorientato e demotivato.

I Giochi sono il sogno di ogni atleta, l’evento che ha desiderato da bambino e per cui si è preparato una vita, staccare l’agognato pass olimpico è una chance che per pochi. La sua vita sportiva viene scadenziata nei cosiddetti quadrienni olimpici. Risulta dunque evidente la portata del carico di stress ed aspettative cui sono soggetti gli atleti olimpionici, in aggiunta alle pressioni che già caratterizzano lo sport agonistico in genere.
Succede spesso che un atleta che si allena per i Giochi programmi la sua vita in funzione di essi,  identificandosi talvolta con l’evento stesso. E quando le Olimpiadi finiscono, al di là del risultato ottenuto, lasciano un grande vuoto.

Sono molti gli atleti ad aver dato una descrizione di questa esperienza.
Dopo Allison Schmitt e Ian Thorpe anche Niccolò Campriani ne parla senza remore nella sua autobiografia: come lui stesso scrive, dopo “aver perso le Olimpiadi” nel 2008  Pechino, non è più riuscito a guardare avanti, né al presente né tanto meno al futuro. Un disagio che l’ha portato a lavorare uno psicologo dello sport, Edward F. Etzel, professore della West Virginia University, il quale lo ha accompagnato nell’affrontare il momento delicato e nel trovare nuove spinte motivazionali per programmare un nuovo ciclo olimpico.

Grazie alle tecniche di Mental Training, Campriani ha imparato ad affrontare le gare un colpo alla volta, focalizzandosi sul qui ed ora, dimenticando paure e pressioni esterne. Imparando a focalizzarsi sulla qualità della prestazione e non sul mero risultato agonistico, ha recuperato lo stimolo per andare a caccia del tiro perfetto, ritrovando quello stato di grazia estremamente appagante, piacevole e motivante che accompagna le prestazioni eccellenti. Ciò che viene definito Flow.

DEPRESSIONE E FINE CARRIERA

Alcune volte la depressione post-olimpica coincide con il fine carriera dell’atleta e in questo caso può assumere le fattezze psicologiche della rielaborazione di un lutto. Il lutto per l’atleta che era e che non sarà più, unito alla necessità doversi reinventare in un nuovo ruolo professionale. Non è un caso che alcuni atleti reagiscano posticipando il ritiro quasi all’infinito.

Si è riscontrato che più l’atleta è di alto livello, maggiore è il rischio di depressione, in linea con l’entità dell’investimento di tempo, emozioni e vita messo in campo fino al momento del ritiro. Vivere la transizione dal mondo dello sport al mondo reale può rappresentare una vera sfida. Basti pensare alla quantità di ore impiegate con gli allenamenti, alle trasferte, ai ritiri, ai periodi di preparazione, alle abitudini alimentari, alla propria identità personale, che spesso si sovrappone a quella sportiva.
Come nel caso di una grave perdita si può andare incontro ad un temporaneo abbassamento del tono dell’umore, ad una diminuzione della voglia di fare, ad un orientamento della propria esistenza in senso depressivo. Per alcuni lo shock del ritiro è così intenso da provocare veri e propri sintomi post traumatici da stress.

Anche in questo caso l’intervento di uno Psicologo dello Sport può essere determinante, sia per elaborare la fase depressiva, che per accompagnare l’atleta verso l’accettazione del cambiamento e supportarlo nella riprogrammazione della propria vita professionale attraverso la strutturazione di percorsi personalizzati di Outplacement.

Stefania Ortensi


Tutti al traguardo!

Cala il sipario sul 23° Master Psicosport.

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Cala il sipario sul 23° Master Psicosport.
Un percorso formativo intenso e ricco di contenuti per i nostri nuovi aspiranti colleghi psicologi dello sport, a cui auguriamo di poter seguire fin da subito le proprie passioni e di poter dare una nuova forma alla propria vita professionale.
Ma è stata un’esperienza di crescita importante anche per il nostro Team Psicosport, che ha consolidato una rete davvero prolifica di nuove idee, nuovi modelli applicativi e ha posto le basi di alcuni progetti che stanno rapidamente vedendo la luce.
Quindi grazie ragazzi, grazie Team e grazie a tutti i docenti e i testimonial intervenuti in aula, che sono stati parte della nostra super squadra. Ci vediamo al 24° Master!


Outplacement – Perchè è così difficile smettere?

Non capita solo ai professionisti, l’horror vacui da fine attività colpisce tutti gli appassionati sportivi.

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Non capita solo ai professionisti, l’horror vacui da fine attività colpisce tutti gli appassionati sportivi. 

Per i grandi atleti una delle principali difficoltà consiste nel riconvertirsi in un ruolo professionale nuovo, che non sempre è vicino al mondo agonistico frequentato per gran parte della vita. Ritrovarsi in una veste nuova, con ritmi di vita completamente diversi può essere destabilizzante, oppure può costituire un altro tipo di sfida. Gli interventi di Outplacement di Psicosport supportano l’ex atleta proprio in questo senso: nel traslare le esperienze, l’atteggiamento verso la sfida, la pianificazione degli obiettivi dal mondo agonistico a quello lavorativo.
È un passaggio delicato e molto importante, che comporta un profondo bilancio delle competenze, verso una nuova percezione di sé.

E per i non professionisti, quali sono gli effetti del fine carriera?

In questo caso lo sport accompagna la vita lavorativa, la compensa e l’arricchisce con tutte quelle skills che si allenano sul campo e vengono poi riversate subito nel vissuto quotidiano; pensiamo per esempio alla resistenza alla fatica o alla frustrazione di una sconfitta, ma anche alla capacità di lavorare in team o per obiettivi.
Uno sportivo non professionista, forse, è più allenato a vedersi in una doppia veste; e se in ottica lavorativa l’abbandono dell’attività sportiva risulterà meno destabilizzante, potrebbe invece avere ripercussioni più profonde nella sfera personale. 

Anche a livello amatoriale, l’attività agonistica comporta un investimento di tempo e di emozioni molto importante. Le routine costruite in tanti anni sono difficili da abbandonare; le relazioni sociali legate alla pratica di uno sport non sempre possono essere coltivate anche fuori dal campo. Un intervento di Outplacement può allora essere molto utile per creare una nuova percezione di sé, ottimizzando tutte le competenze acquisite durante le esperienze di sport.



Alice Buffoni – Staff Psicosport


Se parli da solo migliori te stesso

Il Self-Talk, o dialogo interiore, è una pratica molto usata dagli sportivi professionisti ed è un buon metodo per riorganizzare i pensieri. Intervista a Stefania Ortensi.

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Sport, Alimentazione e Valore del Team
Martedì 31 Gennaio 2017

I nostri professionisti al servizio del mondo sportivo: una serata per parlare di temi importanti

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Appuntamento con i professionisti del Team Psicosport per parlare di alimentazione sportiva e di come si costruisce una squadra vincente.
L’incontro di Martedì 31 gennaio è organizzato da Asd Luino Volley con il supporto di Ethicom e Associati, ed è aperto su invito agli atleti e alle società del territorio.

Presso la palestra delle scuole medie di Germignaga, a partire dalle ore 19:00 Elena Casiraghi introdurrà gli atleti all’alimentazione ottimale per il benessere e la performance sportiva. A seguire, con Lilli Ferri e Roberta Lecchi, si scoprirà come costruire un team vincente: leadership, rispetto dei ruoli e comunicazione come basi per l’evoluzione ottimale del gruppo in squadra.

L’invito è rivolto anche ai genitori degli atleti e agli allenatori, figure chiave nella crescita sportiva dei ragazzi.

L’appuntamento da non perdere è dunque in calendario per il giorno 31 gennaio dalle ore 18.45 presso la palestra di via Ai Ronchi a Germignaga. Ingresso libero.

Scarica la locandina dell’evento.


Il Flow: fattori inibenti e fattori favorenti

Il Flow è la condizione che predispone la peak performance, ma quali sono i fattori che lo favoriscono e lo inibiscono?

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Il Flow, teorizzato da Csikszentmihalyi negli anni ’70, è quello stato psicologico che si sviluppa a partire da un completo coinvolgimento delle proprie risorse attentive sull’attività in condizioni di equilibrio percepito tra le difficoltà del compito e le proprie abilità individuali.

In Psicologia dello Sport il modello del flow viene analizzato per lo studio della prestazione eccellente (peak performance). Le prestazioni sono influenzate dagli stati e dai processi psichici dell’atleta. Il flow è la condizione che predispone la peak performance, perché corrisponde alle condizioni mentali più favorevoli per l’espressione ottimale della prestazione sportiva. Più l’atleta riesce a percepire le condizioni di flow, maggiori saranno le probabilità di raggiungere la prestazione eccellente.

Possiamo dire che il flow si può allenare: lavorando sui fattori individuali che lo predispongono, imparando a gestire gli stimoli ambientali in cui è immerso l’atleta.
Esistono quindi fattori favorenti e fattori inibenti il Flow. Questi variano per ogni singolo atleta e ciò che è ottimale per alcuni può essere problematico per altri.

Ad esempio, cosa può accadere nella mente di un sportivo, quando scopre che il suo più grande rivale non gareggerà? Siamo portati a credere che questo sia un notevole vantaggio, in ottica di raggiungimento del risultato. Ma dal punto di vista della prestazione, una notizia di questo tipo costituisce sempre un fattore favore il Flow?
In che modo potrebbe incidere nella routine di preparazione alla gara, nell’attivazione dell’atleta e nella performance stessa?
Vediamo alcuni esempi.

Mondiali Aarhus 2006. Vanessa Ferrari è in finale nell’All Around. All’improvviso, la statunitense Chelsie Memmel, favorita, si ritira per problemi alla spalla.

Vanessa apprende la notizia prima di salire alla trave: “Calma, devi fare la tua competizione. Non pensare a nient’altro”[da Effetto Farfalla, V.Ferrari, Mondadori], si dice. Ma sbaglia l’avvitamento e cade.
Vanessa diventerà poi Campionessa del Mondo e come sostiene da sempre il suo allenatore Enrico Casella, fu quell’errore a farla trionfare.

Kazan 2015: Gregorio Paltrinieri si appresta a scendere in vasca per la finale dei 1500, ma il suo grande avversario, Sun Yang, dà forfait all’ultimo momento.
“Io sono un tipo preciso, che pensa a tutte le eventualità: il suo forfait mi ha gettato nel panico. Mi chiedevo: che farò adesso? Con lui sapevo che potevo anche perdere ma sarebbe stato con il grande Sun. Così invece…”[Intervista Corriere della Sera 18/01/2016].
Gregorio ha perso poco prima della gara un punto riferimento che lui stesso ha definito interiore: “Scontrarmi con Sun era quello che sognavo da sempre. Mi sono sentito quasi tradito”.

Gli imprevisti, anche quando positivi vanno rielaborati perché spostano i punti di riferimento e i nostri “ancoraggi” mentali, rischiando di trasformare un vantaggio apparente in un elemento di disturbo che potrebbe compromettere la prestazione. Anche questa è durezza mentale e si può allenare.

Continua Paltrinieri: “Mi ripetevo: ora non puoi buttarla via. Non che avessi proprio paura, ma quell’inquietudine è stata un avversario complicato da sconfiggere. Resistere è stato una prova fondamentale per me”.

Ed è per questo che in un percorso di mental training è centrale un lavoro sullo stato di Flow, lo stato mentale ottimale che consente all’atleta di esprimere al massimo le proprie potenzialità.
In primis lo si indaga con la Flow State Scale*, somministrandola nel tempo e in diverse situazioni di resa eccellente, così da osservare per ogni atleta la combinazione ottimale dei tratti che la caratterizzano.
In seguito se ne vanno ad analizzare i fattori favorenti e inibenti così da poter lavorare con le tecniche di mental training sulle condizioni predisponenti lo stato di grazia, per riuscire a rievocarlo volontariamente diventandone padroni.

*(Muzio et al., 1998; da Jackson, Marsh, 1996, modificata)


Lo sport dei ragazzi, istruzioni per l’uso
Martedì 25 Ottobre 2016

Quali sono i vantaggi che lo Sport apporta nella crescita dei ragazzi? Una serata per scoprirlo.

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Quale occasione migliore per scoprire quanti vantaggi apporta lo Sport alla crescita dei ragazzi?

A scuola e nella vita quotidiana chi ha praticato un’attività sportiva ha una marcia più. Il 25 Ottobre insieme alla dott.ssa Roberta Lecchi del Team Psicosport e alle Società Sportive di A.S.S.Legnano parleremo di come Allenatori, Dirigenti e Genitori possano lavorare insieme per costruire un ambiente sano e stimolante, non solo per i giovani atleti, ma per tutti gli attori della realtà sportiva giovanile.

Ci sarà inoltre ampio spazio per conoscere gli strumenti e le tecniche del Mental Training: quando sono utili, come si applicano, come aiutano la prestazione in campo.

DOVE: ASSL, via Mons.Girardelli 10, Legnano(MI)
QUANDO: 25 ottobre 2016, ore 20.30
CHI: Team Psicopsort, Atleti, Allenatori, Dirigenti
INGRESSO LIBERO

Locandina


ISTDP: l’alleato che non ti aspetti
Venerdì 14 Ottobre 2016

Due incontri per conoscere il metodo ISTDP – intensive short-term dynamic psychotherapy

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L’ISTDP – Intensive Short-Term Dynamic Psychotherapy è la forma di psicoterapia sviluppata da H.Davanloo della Mc.Gill University di Montreal a partire dagli anni ‘70. Rappresenta un’evoluzione dei modelli psicodinamici tradizionali, finalizzata all’accelerazione del percorso terapeutico attraverso un uso attivo dei fondamentali concetti psicoanalitici di Ansia, Difesa ed Impulso.

 

Saranno due gli appuntamenti per conoscere il metodo ISTDP:
DOVE: Milano, via Leopardi 2
QUANDO: 14 ottobre e 25 novembre, ore 19.

Durante gli incontri (INGRESSO LIBERO con registrazione) verranno presentate parti di una terapia breve che utilizza l’ansia come strumento di diagnosi e sblocco mostrando l’efficacia della Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve (ISTDP). Verrà presentato inoltre il programma 2016-2017 del MASTER SPAI in Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve.
Gli incontri saranno tenuti dal dott. Leone Baruh, punto di riferimento in Italia nel campo delle psicoterapie brevi, direttore del Educational Commitee della IEDTA (l’associazione internazionale che raggruppa le più importanti Terapie Dinamico Esperienziali) e unico italiano nel consiglio direttivo (www.iedta.com).


NEW! Biofeedback applicato allo sport – Corso di specializzazione
Giovedì 09 Giugno 2016

La scienza al servizio degli atleti? Ecco un appuntamento da non perdere per chi vuole fare dello sport una professione: Biofeedback applicato allo sport, workshop di taglio pratico-esperienziale finalizzato a trasmettere le competenze necessarie all’utilizzo in ambito sportivo del Biofeedback, uno dei più efficaci e innovativi approcci terapeutici e di miglioramento della prestazione. PROGRAMMA Il […]

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La scienza al servizio degli atleti? Ecco un appuntamento da non perdere per chi vuole fare dello sport una professione: Biofeedback applicato allo sport, workshop di taglio pratico-esperienziale finalizzato a trasmettere le competenze necessarie all’utilizzo in ambito sportivo del Biofeedback, uno dei più efficaci e innovativi approcci terapeutici e di miglioramento della prestazione.
PROGRAMMA
Il programma del corso si articola in 12 ore di lezione e prevede momenti di apprendimento attraverso l’esperienza diretta, con la strumentazione messa a disposizione da Righetto srl., al fine di sperimentare i segnali psicofisiologici e le procedure di intervento. L’esperienza è guidata e assistita dal docente e dal tecnico fornitore. Il corso include il materiale didattico e scientifico.

INFO
Il corso è a numero chiuso e verrà attivato al raggiungimento del numero minimo di partecipanti. Gli iscritti avranno la possibilità di noleggiare o acquistare con agevolazioni il sistema più adatto alle esigenze individuali.
Agevolazioni sul costo di iscrizione al Corso per gli ex allievi del Master in Psicologia dello Sport.

Il corso fornisce le basi per poter accedere ai diversi livelli di qualificazione in linea con i criteri di certificazione della BFE- Biofeedback Federation of Europe.

QUANDO
9-10 Giugno 2016

DOVE
MILANO, QUANTA Village – via Assietta 19

CHI
psicologi, psicoterapeuti, psicologi dello sport, neuropsicologi, psicofisiologi

DOCENTE RESPONSABILE
Dott. Guido Bresolin: Psicologo dello sport,  responsabile del centro PERFORMIND
Docente presso il Master in Psicologia dello Sport di  PSICOSPORT e del C.I.S.S.P.A.T di Padova, con pluriennale esperienza nel campo di biofeedback applicato allo sport. Ha partecipato a numerosi workshop e convegni internazionali della Biofeedback Foundation of Europe  (BFE).

Scarica la locandina del corso


Ragazzi in crescita: uno sport a misura di teenagers
Venerdì 20 Maggio 2016

Ciclo di incontri in-formativi sulla tematica Sport e Adolescenza.

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Sporteen: in gioco per loro è un progetto in-formativo dedicato agli operatori in campo educativo e formativo in campo sportivo e culturale con gli adolescenti.

Il ciclo di incontri è voluto da Coop. Energicamente, con APD Sport+ e la Coop. Dire, Fare, Giocare, nell’ambito del Progetto «Sporteen» realizzato con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, con il Patrocinio delle Amministrazioni Comunali della Valle Olona.

Il Team Psicosport condurrà il secondo incontro, dal titolo: RAGAZZI IN CRESCITA – UNO SPORT A MISURA DI TEENAGERS.

RELATORI: Roberta Lecchi, psicologa dello sport e Lilli Ferri, partner psicosport

DOVE: Sala Conferenze Centro Civico Polivalente – Piazza Soldini, Castellanza.

QUANDO: 7 giugno, ore 21.

INFO: psicosport@psicosport.it – 0331411984

INGRESSO LIBERO

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Scuola Calcio Magenta colpisce… di testa!
Giovedì 26 Maggio 2016

La Scuola Calcio Magenta si rinnova e … colpisce di testa siglando la Partnership Psicosport.

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La Scuola Calcio Magenta si rinnova e … colpisce di testa siglando la Partnership Psicosport.
Primo step della collaborazione sarà l’appuntamento del 26 Maggio 2016: una serata dedicata a genitori, allenatori, dirigenti sui fondamenti della preparazione mentale.

Relatore della serata sarà Flavio Nascimbene, psicologo dello sport e psicoterapeuta, professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano, Coordinatore del progetto di Psicologia dello sport dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e docente di presso i Corsi UEFA B della FiGC Lombardia.

Durante l’incontro parlermo di:
-Motivazioni e Aspettative
-Gestione della gara
-Sport e Autostima
-Sport e Scuola
-Relazione Genitori/Allenatori

DOVE: Sala Consiliare di via Fornaroli 30, Magenta – MI

QUANDO: 26 Maggio ore 20.30

INFO: psicosport@psicosport.it  – 0331 411984

Scarica il poster dell’evento

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Testa, Lupi e… hamburger

Che l’allenamento mentale vada di pari passo con quello atletico e tecnico, non è una formula astratta da corsi di psicologia sportiva, ma un costrutto che trae linfa e legittimazione proprio dal campo.

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Come si porta la psicologia sportiva in un team?
Ad esempio Goal setting di squadra, niente cultura dell’alibi e attenzione per prima cosa sempre alla performance, possono essere alcuni degli ingredienti di un buon percorso di preparazione mentale, che coinvolga i giocatori, ma anche lo staff tecnico.
E per creare il giusto Team Spirit si può costruire insieme una routine pre partita che coinvolga i ragazzi e lo staff, ad esempio cenare tutti insieme dopo l’ultimo allenamento.

Scaramanzia? Può darsi, ma noi psicologi sportivi preferiamo considerarla una parte integrante del percorso di avvicinamento alla gara, un momento in cui gli atleti staccano la mente dal campo e recuperano la dimensione ludica dello stare in team.

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Leadership: cosa succede quando il coach è una donna?

Intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sul numero 41 di Starbene.
Non è più una novità sentire di una donna coach alla guida di squadre e o singoli atleti uomini.

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Intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sul numero 41 di Starbene.
Non è più una novità sentire di una donna coach alla guida di squadre e o singoli atleti uomini. Possiamo annoverare diversi esempi.

Nel calcio, il team francese Clermont-Ferrand (serie B) passa dalla leadership di  Elena Costa a quella di Corinna Diacre; la Fiorentina sceglie Laura Paoletti come team manager.
Nel basket, nientemeno che nella NBA troviamo Becky Hammon Assistant Coach del guru Popovich negli SPURS e altre donne inserite negli staff tecnici di Cleveland Cavaliers e Sacramento Kings.
Anche nel tennis fenomeni simili sono all’ordine del giorno: pensiamo a Murray, TOP 10 ATP,  che ha voluto la Mauresmo come coach.

Superati quindi pregiudizi e stereotipi culturali iniziali, le donne hanno dimostrato non solo di poter ricoprire queste cariche con successo, ma di poter dare un valore aggiunto.

STILI DI LEADERSHIP
Ricerche nell’ambito della Psicologia delle Organizzazioni dimostrano che le donne tendono ad avere una leadership più attenta alle relazioni e soprattutto maggiormente orientata ad uno stile più democratico.
Le donne leader spesso tendono ad uno stile trasformazionale e interattivo, cioè che prevede negoziazione, in un rapporto di scambio “alla pari” tra coach e giocatori, basando il proprio rapporto su leve più emozionali. Stile che risulta più efficace in contesti di rapido mutamento e innovazione come lo sport. Lo stile che generalmente prediligono gli uomini, invece, è di tipo transazionale, ossia tendono ad assumere una disposizione conservativa delle dinamiche già presenti nella squadra, il leader fissa gli obiettivi e si occupa di mantenere gli standard individuati.

Ovviamente non esiste uno stile “giusto o sbagliato” in termini assoluti perché la leadership è situazionale, ovvero non si presuppone un approccio univoco a ogni situazione. Il leader, infatti, deve sapere quando e come modulare il proprio stile direzionale per ottenere i risultati desiderati in funzione delle caratteristiche dei membri.
Ogni situazione, ogni squadra, ha il proprio “stile di guida”. Starà all’abilità del leader comprendere in che occasione attuare uno stile piuttosto che un altro, a seconda delle circostanze.

INTELLIGENZA EMOTIVA
Le donne si sono rivelate più capaci di creare relazioni, risolvere conflitti, aumentare la coesione e la partecipazione interna nei gruppi, incrementando i flussi comunicativi.
In una parola, le donne si sono dimostrate più capaci di intelligenza emotiva, ovvero la capacità di una persona di entrare in contatto con la propria e l’altrui sfera emotiva ed utilizzare strategie per rendere le emozioni una risorsa preziosa su cui contare.
È una capacità che tutti possiedono, ma in misure differenti ed esserne consapevoli è il primo passo per allenarla visto che l’intelligenza emotiva predispone a prestazioni eccellenti sia nello sport che in azienda.

COME REAGISCONO GLI UOMINI?
Certamente sarà necessario superare l’empasse iniziale legato a possibili pregiudizi. Parliamo ad esempio di una ancora molto diffusa stereotipizzazione per genere degli incarichi con relativa diffidenza e prevenzione nei confronti della professionalità femminile. A si aggiungano gli scarsi riconoscimenti e valorizzazioni delle competenze delle donne.
Ma se una donna è preparata, capace e competente riuscirà a guadagnarsi su campo la stima, la credibilità e l’autorevolezza che merita, anche in un team maschile.

Ecco l’intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sull’argomento, a firma di Rossana Campisi in edicola questa settimana su Starbene: