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Come nasce lo Sport Outdoor Training®
La felicità nello Sport: il Flow!
Juve: questione di choking
Atleti e depressione: dalla P.O.D. Syndrome al Fine Carriera
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Come nasce lo Sport Outdoor Training®

A partire dagli evidenti parallelismi sport-azienda e affrontando il problema del rendimento lavorativo secondo la metafora della performance sportiva, si aprono nuove prospettive formative.

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Analogamente a quanto accade nello sport, la competizione nel mondo aziendale si è fatta sempre più accesa, puntando su valori quali la centralità del cliente, l’eccellenza del prodotto/servizio, l’innovazione continua e, soprattutto, il valore e la motivazione delle risorse umane interne, integrate in un gruppo di lavoro affiatato e determinato. In altre parole, un team vincente.

La preparazione mentale, che rappresenta un supporto e un completamento indispensabile nella preparazione tecnico-atletica dello sportivo di alto livello, oggi può essere applicata nello sviluppo, nel potenziamento e nell’ottimizzazione delle capacità psicologico-cognitive fondamentali nel top-management. Il risultato consiste nel cambiare il modo di pensare delle persone su ciò che è desiderabile, possibile e necessario.

Da qui la nascita dei moduli di Sport Outdoor Training come mezzo di comprensione e di risoluzione delle problematiche aziendali: una metodologia formativa innovativa, che guida il cliente nella sperimentazione su campo di attività sportive e che, grazie ad un forte coinvolgimento fisico, cognitivo ed emozionale, favorisce il raggiungimento di specifici obiettivi aziendali.
Nelle sessioni di Sport Outdoor Training, infatti, i manager hanno la possibilità di sperimentare situazioni sportive che rimandano facilmente a situazioni vissute in ambito professionale. In questo modo, le competenze apprese sul campo vengono traslate al contesto lavorativo.

La variegata offerta di diverse discipline sportive proposte dallo Sport Outdoor Training è un’occasione per scoprire abilità nascoste, ritrovare il piacere del lavoro in team e di valori come collaborazione e coesione.

Nella costruzione del percorso formativo Skilldynamics si pone come partner e non come semplice fornitore, rispettando le esigenze aziendali specifiche.
Una filosofia che consente di tramutare ciò che era passivo ed unidirezionale in attivo e reciproco, passando dalla correzione dei punti deboli alla valorizzazione dei punti di forza, dall’apprendimento di contenuti all’apprendimento di metodi, dalla centralità del formatore a quella dell’utente.


La felicità nello Sport: il Flow!

Se ci pensate, l’attività sportiva è un’attività fine a se stessa. Con questo non voglio dire che sia inutile, anzi, ma che non è fondamentale per la sopravvivenza umana. Se scendessero da un’astronave degli alieni sono sicuro che […]

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Se ci pensate, l’attività sportiva è un’attività fine a se stessa. Con questo non voglio dire che sia inutile, anzi, ma che non è fondamentale per la sopravvivenza umana. Se scendessero da un’astronave degli alieni sono sicuro che troverebbero l’attività sportiva senza senso: uomini che soffrono, si sacrificano, si fanno male, si sfidano per qualcosa di intangibile o per un pezzo di metallo come una medaglia. Se è per questo gli animali non praticano sport, quindi lo sport è dell’uomo.

 

Perché lo facciamo?
La risposta è semplice: perché siamo umani. La nostra forza vitale sta nel ricercare sempre qualcosa d’altro, qualcosa da provare, da vedere, da sfidare. Il piacere (anche qualcosa che va al di là di esso, diceva Freud) guida le nostre vite e anche la nostra scelta di praticare sport (o perlomeno dovrebbe). Nonostante le fatiche, le perdite, gli infortuni, i sacrifici.

Nello sport esiste uno stato, simile alla trascendenza, ma del tutto umano e terreno, assolutamente non mistico, in cui i nostri confini corporei vengono infranti, come se si potesse vedere oltre quello che si sta facendo: il nuotatore si percepisce tutt’uno con l’acqua, il corridore con il vento, una ginnasta con il gesto atletico. Questo è il flow.

In psicologia è lo stato psicologico che si sviluppa a partire da un completo coinvolgimento della propria attenzione sull’attività, in una condizione di totale equilibrio percepito tra le difficoltà del compito e le proprie abilità. Il flow non è una condizione rara, ma implica consapevolezza e attenzione nel compito.

Il flow ha più sfaccettature – dimensioni in gergo scientifico: è un equilibrio tra sfida e capacità, presuppone mete chiare, una concentrazione totale sul compito, un senso di controllo e un coinvolgimento talmente profondo che tutto diventa automatico, semplice. Noi siamo nel gesto, noi siamo nello strumento, noi sappiamo esattamente cosa fare.

Quanto dura?
Il flow non ha tempo: lo scorrere delle lancette è alterato, rallentato o accelerato, non ce ne si rende conto. Come in tutte le cose belle. Il flow però va ricercato, va allenato, va sperimentato. Sono sicuro che alla fine ogni sportivo possa ricordare almeno uno stato di flow e che la magia dello sport sia data anche un po’ dalla ricerca di questo strano, piacevole, misterioso e sempre diverso stato mentale.  Che travalica i rischi, la fatica, le botte, le delusioni ma anche le vittorie e i risultati.
Il flow non è una vittoria in campo ma una vittoria dentro se stessi. La felicità allora sta nel controllo, nel tempo che impazzisce, nel crede nella proprie abilità, nel gesto automatico, nell’immersione nella natura e, forse, anche nell’insensatezza. Se si capisce questo si capisce lo sport. Allora, siete ancora sul divano?

Dott. Nicola Tonetti – Psicologo dello Sport
ha partecipato al 22°Master in Psicologia dello Sport di Psicosport.
Vuoi più info sul Master in Psicologia dello Sport? Guarda il nostro video

 


Juve: questione di choking

La Juve cade ancora sul più bello: su 9 finali di Champions, è arrivata la settima sconfitta. Come liberarsi dalla Maledizione da Finale.

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“Il mio compito non è giudicare trenta minuti di blackout, ma un’intera annata. E io sono orgoglioso di questo gruppo, perché abbiamo la consapevolezza di aver raggiunto una dimensione europea totale. In tutti noi c’è la volontà di migliorare e di continuare a crescere sapendo che questa è una competizione in cui se si sbagliano 10-15 minuti non si arriva ad alzare il trofeo. Questa finale ci deve rendere ancora più cattivi”. Così Andrea Agnelli, presidente della Juventus, dopo la sconfitta di Cardiff.

“Ci è girato tutto male”, ha detto a fine partita Gigi Buffon. Che ha poi anche aggiunto: “Il Real Madrid ha dimostrato di essere più abituato di noi a certi palcoscenici e a vincere determinate partite, quando la forza mentale ti deve sorreggere”.

“Sul gol di Casemiro abbiamo mollato mentalmente. Invece bisognava restare aggrappati alla partita, è quello che andrà fatto l’anno prossimo, dobbiamo migliorare nella gestione della partita”. Questa invece una sintesi del pensiero di Max Allegri, tecnico juventino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre persone, tre dichiarazioni, un unico filo conduttore che lega i concetti di blackout, forza mentale e gestione delle energie in un contesto così importante.

Sarebbe ovviamente riduttivo pensare di spiegare la sconfitta della Juventus solo ed esclusivamente parlando di inadeguatezza dal punto di vista della preparazione mentale, però è indubbio che da quando il Real Madrid ha segnato il gol del 2-1, le facce dei giocatori di Allegri sono cambiate e la tensione li ha completamente abbandonati, lasciando agli spagnoli campo sostanzialmente libero.
E così la Juventus è caduta nuovamente sul più bello: su 9 finali di Champions disputate, è arrivata la settima sconfitta. La seconda sul altrettante finali disputate in tre anni. La squadra, per usare un paragone ciclistico, ha le caratteristiche per competere nelle grandi corse a tappe, campionato su tutte, arriva in fondo ad una stagione logorante come quella di Champions League, ma poi al momento di concretizzare non riesce a scacciare la scimmia che ormai le staziona sulla spalla.

“Nello sport si possono rilevare quotidianamente situazioni di Choking ovvero di un black-out mentale di fronte alla pressione di un evento agonistico – afferma la dott.ssa Stefania Ortensi, Direttore del Master di Psicosport – e alla base di questo fenomeno gioca sicuramente un ruolo centrale l’ansia da prestazione e la relativa capacità di gestione dello stress dell’atleta, ma esistono anche qualità psicologiche come Resilienza e Durezza Mentale che possono fare la differenza nella prevenzione del fenomeno”.

-Come si possono integrare nel contesto di una manifestazione sportiva così importante i concetti di durezza mentale e resilienza?

“Per Durezza Mentale si intende un costrutto multidimensionale che comprende la capacità mentale di recuperare dopo sconfitte e errori, l’abilità di controllare la tensione agonistica, la capacità di mantenere l’attenzione per tempi prolungati, il livello di autostima sportivo e il grado di coinvolgimento e impegno nel raggiungere gli obiettivi – continua Ortensi – mentre il concetto di Resilienza deriva originariamente dalla tecnologia metallurgica dove indica la proprietà di un materiale di resistere alle forze che vi vengono applicate (sollecitazioni come piegamenti, allungamenti, compressioni od urti) riprendendo la sua forma originale. Altri riconducono l’etimologia della parola al verbo latino “resalio”, ovvero il tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate. In psicologia si definisce resilienza la capacità di resistere alle frustrazioni, allo stress ed alle difficoltà della vita. La resilienza è quindi la capacità di fronteggiare efficacemente gli eventi critici – come un evento traumatico, un infortunio o una sconfitta – reagendo in modo positivo”.
Resilienza e durezza mentale non sono solamente qualità innate, ma caratteristiche che si possono apprendere, sviluppare e “allenare” attraverso un lavoro di preparazione mentale. Il Mental Training è un allenamento psicologico composto da diverse tecniche, selezionate in base alla specificità della singola disciplina sportiva, agli obiettivi da raggiungere e al profilo personologico dell’atleta che consente di rafforzare durezza mentale e resilienza dell’atleta portando un’automatizzazione delle strategie di gara, consentendo un esame critico degli aspetti della prestazione, favorendo l’apprendimento dei particolari della tecnica e aumentando il controllo delle situazioni stressanti e/o dolorose.
La preparazione mentale è una componente essenziale del programma di preparazione globale di un atleta per imparare a migliorare la gestione dello stress agonistico, pianificare gli obiettivi, stendere un profilo di prestazione, lavorare su concentrazione e abilità attentive, alimentare la motivazione intrinseca, migliorare la capacità di presa di decisione in tempi rapidi, acquisire tecniche di controllo del respiro e rilassamento o gestire in modo ottimale le risorse proprie fisiche, emotive e cognitive.

-A detta di molti commentatori e degli stessi protagonisti in campo, la Juventus ha sbattuto contro la criticità del gol del 2-1 per il Real, arrivato in maniera molto fortunosa. Buffon ha parlato di “episodi che girano male”. Ma come si può cercare di reagire ad un evento del genere provando a salvaguardare la prestazione?

“Un’efficace reazione all’errore inizia paradossalmente prima ancora che l’errore venga commesso – spiega la dott.ssa Ortensi – essa parte infatti dalla lettura o interpretazione a priori che l’atleta fa del possibile errore. Si tratta quindi di un lavoro che va fatto “a secco”, prima dell’evento, solo così l’allenatore nel momento decisivo potrà far leva sui giocatori per una spronarli a reagire. E’ fondamentale che un atleta lavori in Mental Training alla propria capacità di reazione all’errore”.
“Per voltare pagina dopo un errore e reagire efficacemente senza compromettere il resto della prestazione serve lavorare su una lettura funzionale da parte dell’atleta dell’errore.
È fondamentale che ogni atleta metta in conto preventivamente la possibilità di commettere errori o di “bucare” una prestazione lavorando a pieno sul proprio senso di autoefficacia così da non correre mai il rischio di identificarsi nell’errore stesso. “Io NON sono l’errore, ma ho commesso un errore come è ovvio e normale che prima o poi succeda del mio sport”. Questo è l’approccio da cui iniziare.
La presa di consapevolezza che l’errore è “fisiologico” per l’atleta e non ne cambia il valore in campo – per quanto si lavori duramente per ridurne la probabilità – e la sua accettazione consente agli sportivi di gestire efficacemente una prestazione negativa e voltare le spalle all’errore più rapidamente.
Creare inoltre una routine di reazione all’errore che contenga immagini mentali, respiri e self-talk positivo può implementare la capacità di lasciarsi alle spalle velocemente la prestazione negativa, mantenendo un atteggiamento positivo, sia a livello mentale che fisico-posturale, attivando strategie di rilassamento, Re-Focus e concentrazione.

-Come si può ripercuotere questa sconfitta sugli impegni futuri?

“Certamente qualora la sconfitta non venga rielaborata correttamente e ricontestualizzata può generare nell’atleta vissuti di frustrazione, demotivazione e in qualche caso depressione. Non è un caso se i più recenti studi evidenziano come gli atleti siano una categoria di popolazione ad alto rischio di depressione. Il mondo dello sport, infatti, presenta alcuni stressors che vanno ad esacerbare il rischio di fenomeni depressivi negli sportivi.
“Il macigno di aspettative, interne ed esterne, che a volte opprime l’atleta e il dover fare quotidianamente i conti con una cultura sportiva concentrata troppo sul risultato e troppo poco sulla qualità della performance, che troppo velocemente incorona i propri eroi dopo una medaglia “pesante” per poi abbandonarli o darli per “bolliti” alla prima difficoltà, portano l’atleta ad identificarsi erroneamente con le sue prestazioni attribuendo un valore quasi assoluto ad ogni gara. Ogni perfomance assume quindi in valore di un esame o ancora peggio un giudizio rispetto al proprio valore e alla propria identità di atleta, secondo un principio dicotomico del tutto-o-niente – o sei un campione o sei un incapace – che porta a fragilizzare lo sportivo”.
Anche in questo caso il Mental Training può essere un prezioso alleato per ripianificare i propri obiettivi dopo una sconfitta, valorizzare i propri punti di forza, trovare nuovi sproni motivazionali, focalizzarsi sulla qualità della prestazione più che sul mero risultato agonistico, ritrovando quello stato di grazia estremamente appagante, piacevole e motivante che accompagna le prestazioni eccellenti. Ciò che viene definito Flow.

-Esiste una sorta di “sindrome da finale”, dato che nel caso specifico la Juventus ne ha perse 7 sulle 9 disputate e che questo peso si ripercuota sui giocatori ancora prima di scendere in campo?

L’ansia da prestazione e di conseguenza il Choking sono fenomeni da tempo descritti in diverse discipline sportive, pensiamo al braccino del tennista, allo Yip nel Golf, al Target Panic nel tiro con l’arco o al Brick del Basket. Più in generale in altri sport si parla di Icing o Cracking. Tutti modi per descrivere un deterioramento della prestazione a seguito di uno stato mentale caratterizzato da ansia da prestazione e forte pressione psicologica che accadono più frequentemente nei momenti decisivi della stagione agonistica ove le pressioni sono maggiori, come una finale”.
Per esempio, Nicolò Campriani, Oro Olimpico alla Carabina a Londra 2012 e Rio 2016, nel proprio libro parla di “blocco dell’ultimo colpo” che gli è costato la medaglia Olimpica a Pechino 2008.
“In questi momenti clou la percezione dell’atleta di eccessive pressioni, richieste di compito elevatissime e la sensazione di “non poter perdere” o “dover vincere” portano vissuti di ansia da prestazione che peggiorano drasticamente la performance dello sportivo e di conseguenza della squadra”.
Ancora una volta, grazie alle tecniche di Mental Training è possibile imparare ad affrontare la prestazione sportiva momento per momento, focalizzandosi solo sul “qui ed ora”, dimenticando paure e pressioni esterne e ritrovando la qualità del proprio gioco.

Flavio Suardi


Atleti e depressione: dalla P.O.D. Syndrome al Fine Carriera

Staff PsicosportL’incidenza della depressione sulla popolazione generale è del 6%, tra gli sportivi questa percentuale arriva al 20%, per poi alzarsi fino al 50% se si parla del fine carriera di un atleta. Cosa succede nella mente degli sportivi?

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Dietro l’immagine patinata e di successo che viene associata al mondo dello sport spesso si cela un’ombra inaspettata: cosa c’è dietro ad un risultato eccellente o ad un colpo perfetto, Cosa sta accadendo nel mondo interiore di quell’atleta?

Troppo spesso lo sport diventa un catalizzatore di tensioni interne e disagi emotivi. Non è quindi un caso se uno dei disturbi psichici più studiati rispetto allo sport sia proprio la depressione.

Se è vero, come numerose ricerche dimostrano, che una regolare attività fisica può migliorare la qualità di vita e il benessere delle persone che ne soffrono, è altrettanto verificato che proprio gli atleti siano una categoria ad alto rischio di depressione. Si pensi che se l’incidenza della depressione sulla popolazione generale è del 6% (350 milioni di persone ne soffrono), tra gli sportivi questa percentuale arriva al 20%, per poi alzarsi fino al 50% se si parla del fine carriera di un atleta (dati Adnkronos Salute, 2011).

L’ambiente sportivo infatti può diventare causa di ansia e depressione quando contiene al suo interno dinamiche disfunzionali e frustranti. Basti pensare al peso delle aspettative di risultato che spesso possono portare al burn-out.

Un recente studio del dottor David Fletcher, ricercatore inglese di Psicologia della Performance presso l’Università di Loughborough (UK), evidenzia come in otto biografie su dodici di sportivi professionisti emerga la parola depressione.

Ormai sono molti gli atleti che non fanno mistero di averne sofferto. Dal calciatore inglese Aaron Lennon a Gigi Buffon, da Federica Pellegrini a Serena Williams, passando per Ian Thorpe, Andrè Agassi, Marco Pantani, Andy Baddeley, Jack Green, Natasha Danvers, Allison Schmitt, Dame Kelly Holmes e Lindsey Vonn. Solo alcuni esempi fra tanti per comprendere come la ricerca del successo sportivo, del perfezionismo tecnico, della gloria olimpica abbiano inevitabilmente i loro costi in termini psicologici ed emotivi.

I FATTORI DI STRESS

Il mondo dello sport presenta alcuni stressors che vanno ad esacerbare il rischio di fenomeni depressivi: il rischio di infortuni, il sovrallenamento, la gestione della propria immagine pubblica, il bisogno di vincere per avere sostegni economici, le richieste tecniche in continua crescita, il terrore del fallimento, lo spettro della fine della propria carriera agonistica, sono solo alcuni tra questi.

Oltre al peso delle aspettative interne ed esterne, l’atleta deve fare i conti quotidianamente con una cultura sportiva concentrata in modo esasperato sul risultato e decisamente poco sulla qualità della performance; una cultura sportiva che troppo velocemente incorona i propri eroi dopo una medaglia pesante per poi abbandonarli o darli per bolliti alla loro prima difficoltà. Questo cosa comporta? L’atleta tende a  identificarsi, sbagliando, con le sue prestazioni, attribuendo ad ogni gara un valore quasi assoluto.

Ad ogni prestazione, quindi, viene messo in discussione il proprio valore. Ogni performance è un esame o ancora peggio un giudizio rispetto al proprio valore e alla propria identità di atleta, secondo un principio dicotomico del tutto-o-niente – o sei un campione o sei un incapace – che porta a fragilizzare lo sportivo.

Secondo il Prof. Jurgen Beckmann, Direttore del dipartimento di Psicologia dello Sport presso l’Università Tecnica di Monaco, questo disturbo colpirebbe maggiormente gli atleti che praticano sport individuali perché generalmente attribuiscono il fallimento in grande parte a se stessi, vivendo maggiori sensi di colpa, rispetto agli atleti che praticano sport di squadra, in cui vi è una maggiore distribuzione di responsabilità.

Un’altra causa frequente di depressione nello sport è poi legata all’infortunio. L’esperienza, sempre critica per l’atleta, richiede una corretta elaborazione psicologica dell’evento traumatico e delle sue conseguenze, soprattutto quando possono comportare un fine carriera anticipato e non programmato. Non è un caso che il recupero post-infortunio sia uno dei principali ambiti di intervento dello psicologo sportivo, perché la paura di re-infortunarsi può diventare un pensiero autolimitante e disfunzionale, con un impatto importante sulla salute mentale dell’atleta e sulla sua serenità e che paradossalmente potrebbe aumentare la probabilità di farsi ancora male.

LA DEPRESSIONE POST-OLIMPICA

Oggi si parla spesso di una particolare forma depressiva che colpisce gli sportivi, la depressione post olimpica o Sindrome POD (Post Olympic Depression): si fa riferimento a quel particolare disagio che avverte l’atleta al termine dell’impegno olimpico, quando si sente svuotato, apatico, disorientato e demotivato.

I Giochi sono il sogno di ogni atleta, l’evento che ha desiderato da bambino e per cui si è preparato una vita, staccare l’agognato pass olimpico è una chance che per pochi. La sua vita sportiva viene scadenziata nei cosiddetti quadrienni olimpici. Risulta dunque evidente la portata del carico di stress ed aspettative cui sono soggetti gli atleti olimpionici, in aggiunta alle pressioni che già caratterizzano lo sport agonistico in genere.
Succede spesso che un atleta che si allena per i Giochi programmi la sua vita in funzione di essi,  identificandosi talvolta con l’evento stesso. E quando le Olimpiadi finiscono, al di là del risultato ottenuto, lasciano un grande vuoto.

Sono molti gli atleti ad aver dato una descrizione di questa esperienza.
Dopo Allison Schmitt e Ian Thorpe anche Niccolò Campriani ne parla senza remore nella sua autobiografia: come lui stesso scrive, dopo “aver perso le Olimpiadi” nel 2008  Pechino, non è più riuscito a guardare avanti, né al presente né tanto meno al futuro. Un disagio che l’ha portato a lavorare uno psicologo dello sport, Edward F. Etzel, professore della West Virginia University, il quale lo ha accompagnato nell’affrontare il momento delicato e nel trovare nuove spinte motivazionali per programmare un nuovo ciclo olimpico.

Grazie alle tecniche di Mental Training, Campriani ha imparato ad affrontare le gare un colpo alla volta, focalizzandosi sul qui ed ora, dimenticando paure e pressioni esterne. Imparando a focalizzarsi sulla qualità della prestazione e non sul mero risultato agonistico, ha recuperato lo stimolo per andare a caccia del tiro perfetto, ritrovando quello stato di grazia estremamente appagante, piacevole e motivante che accompagna le prestazioni eccellenti. Ciò che viene definito Flow.

DEPRESSIONE E FINE CARRIERA

Alcune volte la depressione post-olimpica coincide con il fine carriera dell’atleta e in questo caso può assumere le fattezze psicologiche della rielaborazione di un lutto. Il lutto per l’atleta che era e che non sarà più, unito alla necessità doversi reinventare in un nuovo ruolo professionale. Non è un caso che alcuni atleti reagiscano posticipando il ritiro quasi all’infinito.

Si è riscontrato che più l’atleta è di alto livello, maggiore è il rischio di depressione, in linea con l’entità dell’investimento di tempo, emozioni e vita messo in campo fino al momento del ritiro. Vivere la transizione dal mondo dello sport al mondo reale può rappresentare una vera sfida. Basti pensare alla quantità di ore impiegate con gli allenamenti, alle trasferte, ai ritiri, ai periodi di preparazione, alle abitudini alimentari, alla propria identità personale, che spesso si sovrappone a quella sportiva.
Come nel caso di una grave perdita si può andare incontro ad un temporaneo abbassamento del tono dell’umore, ad una diminuzione della voglia di fare, ad un orientamento della propria esistenza in senso depressivo. Per alcuni lo shock del ritiro è così intenso da provocare veri e propri sintomi post traumatici da stress.

Anche in questo caso l’intervento di uno Psicologo dello Sport può essere determinante, sia per elaborare la fase depressiva, che per accompagnare l’atleta verso l’accettazione del cambiamento e supportarlo nella riprogrammazione della propria vita professionale attraverso la strutturazione di percorsi personalizzati di Outplacement.

Stefania Ortensi


Tutti al traguardo!

Cala il sipario sul 23° Master Psicosport.

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Cala il sipario sul 23° Master Psicosport.
Un percorso formativo intenso e ricco di contenuti per i nostri nuovi aspiranti colleghi psicologi dello sport, a cui auguriamo di poter seguire fin da subito le proprie passioni e di poter dare una nuova forma alla propria vita professionale.
Ma è stata un’esperienza di crescita importante anche per il nostro Team Psicosport, che ha consolidato una rete davvero prolifica di nuove idee, nuovi modelli applicativi e ha posto le basi di alcuni progetti che stanno rapidamente vedendo la luce.
Quindi grazie ragazzi, grazie Team e grazie a tutti i docenti e i testimonial intervenuti in aula, che sono stati parte della nostra super squadra. Ci vediamo al 24° Master!


Outplacement – Perchè è così difficile smettere?

Non capita solo ai professionisti, l’horror vacui da fine attività colpisce tutti gli appassionati sportivi.

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Non capita solo ai professionisti, l’horror vacui da fine attività colpisce tutti gli appassionati sportivi. 

Per i grandi atleti una delle principali difficoltà consiste nel riconvertirsi in un ruolo professionale nuovo, che non sempre è vicino al mondo agonistico frequentato per gran parte della vita. Ritrovarsi in una veste nuova, con ritmi di vita completamente diversi può essere destabilizzante, oppure può costituire un altro tipo di sfida. Gli interventi di Outplacement di Psicosport supportano l’ex atleta proprio in questo senso: nel traslare le esperienze, l’atteggiamento verso la sfida, la pianificazione degli obiettivi dal mondo agonistico a quello lavorativo.
È un passaggio delicato e molto importante, che comporta un profondo bilancio delle competenze, verso una nuova percezione di sé.

E per i non professionisti, quali sono gli effetti del fine carriera?

In questo caso lo sport accompagna la vita lavorativa, la compensa e l’arricchisce con tutte quelle skills che si allenano sul campo e vengono poi riversate subito nel vissuto quotidiano; pensiamo per esempio alla resistenza alla fatica o alla frustrazione di una sconfitta, ma anche alla capacità di lavorare in team o per obiettivi.
Uno sportivo non professionista, forse, è più allenato a vedersi in una doppia veste; e se in ottica lavorativa l’abbandono dell’attività sportiva risulterà meno destabilizzante, potrebbe invece avere ripercussioni più profonde nella sfera personale. 

Anche a livello amatoriale, l’attività agonistica comporta un investimento di tempo e di emozioni molto importante. Le routine costruite in tanti anni sono difficili da abbandonare; le relazioni sociali legate alla pratica di uno sport non sempre possono essere coltivate anche fuori dal campo. Un intervento di Outplacement può allora essere molto utile per creare una nuova percezione di sé, ottimizzando tutte le competenze acquisite durante le esperienze di sport.



Alice Buffoni – Staff Psicosport


Se parli da solo migliori te stesso

Il Self-Talk, o dialogo interiore, è una pratica molto usata dagli sportivi professionisti ed è un buon metodo per riorganizzare i pensieri. Intervista a Stefania Ortensi.

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Sport, Alimentazione e Valore del Team
Martedì 31 Gennaio 2017

I nostri professionisti al servizio del mondo sportivo: una serata per parlare di temi importanti

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Appuntamento con i professionisti del Team Psicosport per parlare di alimentazione sportiva e di come si costruisce una squadra vincente.
L’incontro di Martedì 31 gennaio è organizzato da Asd Luino Volley con il supporto di Ethicom e Associati, ed è aperto su invito agli atleti e alle società del territorio.

Presso la palestra delle scuole medie di Germignaga, a partire dalle ore 19:00 Elena Casiraghi introdurrà gli atleti all’alimentazione ottimale per il benessere e la performance sportiva. A seguire, con Lilli Ferri e Roberta Lecchi, si scoprirà come costruire un team vincente: leadership, rispetto dei ruoli e comunicazione come basi per l’evoluzione ottimale del gruppo in squadra.

L’invito è rivolto anche ai genitori degli atleti e agli allenatori, figure chiave nella crescita sportiva dei ragazzi.

L’appuntamento da non perdere è dunque in calendario per il giorno 31 gennaio dalle ore 18.45 presso la palestra di via Ai Ronchi a Germignaga. Ingresso libero.

Scarica la locandina dell’evento.


Il Flow: fattori inibenti e fattori favorenti

Il Flow è la condizione che predispone la peak performance, ma quali sono i fattori che lo favoriscono e lo inibiscono?

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Il Flow, teorizzato da Csikszentmihalyi negli anni ’70, è quello stato psicologico che si sviluppa a partire da un completo coinvolgimento delle proprie risorse attentive sull’attività in condizioni di equilibrio percepito tra le difficoltà del compito e le proprie abilità individuali.

In Psicologia dello Sport il modello del flow viene analizzato per lo studio della prestazione eccellente (peak performance). Le prestazioni sono influenzate dagli stati e dai processi psichici dell’atleta. Il flow è la condizione che predispone la peak performance, perché corrisponde alle condizioni mentali più favorevoli per l’espressione ottimale della prestazione sportiva. Più l’atleta riesce a percepire le condizioni di flow, maggiori saranno le probabilità di raggiungere la prestazione eccellente.

Possiamo dire che il flow si può allenare: lavorando sui fattori individuali che lo predispongono, imparando a gestire gli stimoli ambientali in cui è immerso l’atleta.
Esistono quindi fattori favorenti e fattori inibenti il Flow. Questi variano per ogni singolo atleta e ciò che è ottimale per alcuni può essere problematico per altri.

Ad esempio, cosa può accadere nella mente di un sportivo, quando scopre che il suo più grande rivale non gareggerà? Siamo portati a credere che questo sia un notevole vantaggio, in ottica di raggiungimento del risultato. Ma dal punto di vista della prestazione, una notizia di questo tipo costituisce sempre un fattore favore il Flow?
In che modo potrebbe incidere nella routine di preparazione alla gara, nell’attivazione dell’atleta e nella performance stessa?
Vediamo alcuni esempi.

Mondiali Aarhus 2006. Vanessa Ferrari è in finale nell’All Around. All’improvviso, la statunitense Chelsie Memmel, favorita, si ritira per problemi alla spalla.

Vanessa apprende la notizia prima di salire alla trave: “Calma, devi fare la tua competizione. Non pensare a nient’altro”[da Effetto Farfalla, V.Ferrari, Mondadori], si dice. Ma sbaglia l’avvitamento e cade.
Vanessa diventerà poi Campionessa del Mondo e come sostiene da sempre il suo allenatore Enrico Casella, fu quell’errore a farla trionfare.

Kazan 2015: Gregorio Paltrinieri si appresta a scendere in vasca per la finale dei 1500, ma il suo grande avversario, Sun Yang, dà forfait all’ultimo momento.
“Io sono un tipo preciso, che pensa a tutte le eventualità: il suo forfait mi ha gettato nel panico. Mi chiedevo: che farò adesso? Con lui sapevo che potevo anche perdere ma sarebbe stato con il grande Sun. Così invece…”[Intervista Corriere della Sera 18/01/2016].
Gregorio ha perso poco prima della gara un punto riferimento che lui stesso ha definito interiore: “Scontrarmi con Sun era quello che sognavo da sempre. Mi sono sentito quasi tradito”.

Gli imprevisti, anche quando positivi vanno rielaborati perché spostano i punti di riferimento e i nostri “ancoraggi” mentali, rischiando di trasformare un vantaggio apparente in un elemento di disturbo che potrebbe compromettere la prestazione. Anche questa è durezza mentale e si può allenare.

Continua Paltrinieri: “Mi ripetevo: ora non puoi buttarla via. Non che avessi proprio paura, ma quell’inquietudine è stata un avversario complicato da sconfiggere. Resistere è stato una prova fondamentale per me”.

Ed è per questo che in un percorso di mental training è centrale un lavoro sullo stato di Flow, lo stato mentale ottimale che consente all’atleta di esprimere al massimo le proprie potenzialità.
In primis lo si indaga con la Flow State Scale*, somministrandola nel tempo e in diverse situazioni di resa eccellente, così da osservare per ogni atleta la combinazione ottimale dei tratti che la caratterizzano.
In seguito se ne vanno ad analizzare i fattori favorenti e inibenti così da poter lavorare con le tecniche di mental training sulle condizioni predisponenti lo stato di grazia, per riuscire a rievocarlo volontariamente diventandone padroni.

*(Muzio et al., 1998; da Jackson, Marsh, 1996, modificata)


Lo sport dei ragazzi, istruzioni per l’uso
Martedì 25 Ottobre 2016

Quali sono i vantaggi che lo Sport apporta nella crescita dei ragazzi? Una serata per scoprirlo.

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Quale occasione migliore per scoprire quanti vantaggi apporta lo Sport alla crescita dei ragazzi?

A scuola e nella vita quotidiana chi ha praticato un’attività sportiva ha una marcia più. Il 25 Ottobre insieme alla dott.ssa Roberta Lecchi del Team Psicosport e alle Società Sportive di A.S.S.Legnano parleremo di come Allenatori, Dirigenti e Genitori possano lavorare insieme per costruire un ambiente sano e stimolante, non solo per i giovani atleti, ma per tutti gli attori della realtà sportiva giovanile.

Ci sarà inoltre ampio spazio per conoscere gli strumenti e le tecniche del Mental Training: quando sono utili, come si applicano, come aiutano la prestazione in campo.

DOVE: ASSL, via Mons.Girardelli 10, Legnano(MI)
QUANDO: 25 ottobre 2016, ore 20.30
CHI: Team Psicopsort, Atleti, Allenatori, Dirigenti
INGRESSO LIBERO

Locandina


ISTDP: l’alleato che non ti aspetti
Venerdì 14 Ottobre 2016

Due incontri per conoscere il metodo ISTDP – intensive short-term dynamic psychotherapy

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L’ISTDP – Intensive Short-Term Dynamic Psychotherapy è la forma di psicoterapia sviluppata da H.Davanloo della Mc.Gill University di Montreal a partire dagli anni ‘70. Rappresenta un’evoluzione dei modelli psicodinamici tradizionali, finalizzata all’accelerazione del percorso terapeutico attraverso un uso attivo dei fondamentali concetti psicoanalitici di Ansia, Difesa ed Impulso.

 

Saranno due gli appuntamenti per conoscere il metodo ISTDP:
DOVE: Milano, via Leopardi 2
QUANDO: 14 ottobre e 25 novembre, ore 19.

Durante gli incontri (INGRESSO LIBERO con registrazione) verranno presentate parti di una terapia breve che utilizza l’ansia come strumento di diagnosi e sblocco mostrando l’efficacia della Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve (ISTDP). Verrà presentato inoltre il programma 2016-2017 del MASTER SPAI in Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve.
Gli incontri saranno tenuti dal dott. Leone Baruh, punto di riferimento in Italia nel campo delle psicoterapie brevi, direttore del Educational Commitee della IEDTA (l’associazione internazionale che raggruppa le più importanti Terapie Dinamico Esperienziali) e unico italiano nel consiglio direttivo (www.iedta.com).


NEW! Biofeedback applicato allo sport – Corso di specializzazione
Giovedì 09 Giugno 2016

La scienza al servizio degli atleti? Ecco un appuntamento da non perdere per chi vuole fare dello sport una professione: Biofeedback applicato allo sport, workshop di taglio pratico-esperienziale finalizzato a trasmettere le competenze necessarie all’utilizzo in ambito sportivo del Biofeedback, uno dei più efficaci e innovativi approcci terapeutici e di miglioramento della prestazione. PROGRAMMA Il […]

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La scienza al servizio degli atleti? Ecco un appuntamento da non perdere per chi vuole fare dello sport una professione: Biofeedback applicato allo sport, workshop di taglio pratico-esperienziale finalizzato a trasmettere le competenze necessarie all’utilizzo in ambito sportivo del Biofeedback, uno dei più efficaci e innovativi approcci terapeutici e di miglioramento della prestazione.
PROGRAMMA
Il programma del corso si articola in 12 ore di lezione e prevede momenti di apprendimento attraverso l’esperienza diretta, con la strumentazione messa a disposizione da Righetto srl., al fine di sperimentare i segnali psicofisiologici e le procedure di intervento. L’esperienza è guidata e assistita dal docente e dal tecnico fornitore. Il corso include il materiale didattico e scientifico.

INFO
Il corso è a numero chiuso e verrà attivato al raggiungimento del numero minimo di partecipanti. Gli iscritti avranno la possibilità di noleggiare o acquistare con agevolazioni il sistema più adatto alle esigenze individuali.
Agevolazioni sul costo di iscrizione al Corso per gli ex allievi del Master in Psicologia dello Sport.

Il corso fornisce le basi per poter accedere ai diversi livelli di qualificazione in linea con i criteri di certificazione della BFE- Biofeedback Federation of Europe.

QUANDO
9-10 Giugno 2016

DOVE
MILANO, QUANTA Village – via Assietta 19

CHI
psicologi, psicoterapeuti, psicologi dello sport, neuropsicologi, psicofisiologi

DOCENTE RESPONSABILE
Dott. Guido Bresolin: Psicologo dello sport,  responsabile del centro PERFORMIND
Docente presso il Master in Psicologia dello Sport di  PSICOSPORT e del C.I.S.S.P.A.T di Padova, con pluriennale esperienza nel campo di biofeedback applicato allo sport. Ha partecipato a numerosi workshop e convegni internazionali della Biofeedback Foundation of Europe  (BFE).

Scarica la locandina del corso


Ragazzi in crescita: uno sport a misura di teenagers
Venerdì 20 Maggio 2016

Ciclo di incontri in-formativi sulla tematica Sport e Adolescenza.

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Sporteen: in gioco per loro è un progetto in-formativo dedicato agli operatori in campo educativo e formativo in campo sportivo e culturale con gli adolescenti.

Il ciclo di incontri è voluto da Coop. Energicamente, con APD Sport+ e la Coop. Dire, Fare, Giocare, nell’ambito del Progetto «Sporteen» realizzato con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, con il Patrocinio delle Amministrazioni Comunali della Valle Olona.

Il Team Psicosport condurrà il secondo incontro, dal titolo: RAGAZZI IN CRESCITA – UNO SPORT A MISURA DI TEENAGERS.

RELATORI: Roberta Lecchi, psicologa dello sport e Lilli Ferri, partner psicosport

DOVE: Sala Conferenze Centro Civico Polivalente – Piazza Soldini, Castellanza.

QUANDO: 7 giugno, ore 21.

INFO: psicosport@psicosport.it – 0331411984

INGRESSO LIBERO

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Scuola Calcio Magenta colpisce… di testa!
Giovedì 26 Maggio 2016

La Scuola Calcio Magenta si rinnova e … colpisce di testa siglando la Partnership Psicosport.

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La Scuola Calcio Magenta si rinnova e … colpisce di testa siglando la Partnership Psicosport.
Primo step della collaborazione sarà l’appuntamento del 26 Maggio 2016: una serata dedicata a genitori, allenatori, dirigenti sui fondamenti della preparazione mentale.

Relatore della serata sarà Flavio Nascimbene, psicologo dello sport e psicoterapeuta, professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano, Coordinatore del progetto di Psicologia dello sport dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e docente di presso i Corsi UEFA B della FiGC Lombardia.

Durante l’incontro parlermo di:
-Motivazioni e Aspettative
-Gestione della gara
-Sport e Autostima
-Sport e Scuola
-Relazione Genitori/Allenatori

DOVE: Sala Consiliare di via Fornaroli 30, Magenta – MI

QUANDO: 26 Maggio ore 20.30

INFO: psicosport@psicosport.it  – 0331 411984

Scarica il poster dell’evento

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Testa, Lupi e… hamburger

Che l’allenamento mentale vada di pari passo con quello atletico e tecnico, non è una formula astratta da corsi di psicologia sportiva, ma un costrutto che trae linfa e legittimazione proprio dal campo.

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Come si porta la psicologia sportiva in un team?
Ad esempio Goal setting di squadra, niente cultura dell’alibi e attenzione per prima cosa sempre alla performance, possono essere alcuni degli ingredienti di un buon percorso di preparazione mentale, che coinvolga i giocatori, ma anche lo staff tecnico.
E per creare il giusto Team Spirit si può costruire insieme una routine pre partita che coinvolga i ragazzi e lo staff, ad esempio cenare tutti insieme dopo l’ultimo allenamento.

Scaramanzia? Può darsi, ma noi psicologi sportivi preferiamo considerarla una parte integrante del percorso di avvicinamento alla gara, un momento in cui gli atleti staccano la mente dal campo e recuperano la dimensione ludica dello stare in team.

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Leadership: cosa succede quando il coach è una donna?

Intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sul numero 41 di Starbene.
Non è più una novità sentire di una donna coach alla guida di squadre e o singoli atleti uomini.

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Intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sul numero 41 di Starbene.
Non è più una novità sentire di una donna coach alla guida di squadre e o singoli atleti uomini. Possiamo annoverare diversi esempi.

Nel calcio, il team francese Clermont-Ferrand (serie B) passa dalla leadership di  Elena Costa a quella di Corinna Diacre; la Fiorentina sceglie Laura Paoletti come team manager.
Nel basket, nientemeno che nella NBA troviamo Becky Hammon Assistant Coach del guru Popovich negli SPURS e altre donne inserite negli staff tecnici di Cleveland Cavaliers e Sacramento Kings.
Anche nel tennis fenomeni simili sono all’ordine del giorno: pensiamo a Murray, TOP 10 ATP,  che ha voluto la Mauresmo come coach.

Superati quindi pregiudizi e stereotipi culturali iniziali, le donne hanno dimostrato non solo di poter ricoprire queste cariche con successo, ma di poter dare un valore aggiunto.

STILI DI LEADERSHIP
Ricerche nell’ambito della Psicologia delle Organizzazioni dimostrano che le donne tendono ad avere una leadership più attenta alle relazioni e soprattutto maggiormente orientata ad uno stile più democratico.
Le donne leader spesso tendono ad uno stile trasformazionale e interattivo, cioè che prevede negoziazione, in un rapporto di scambio “alla pari” tra coach e giocatori, basando il proprio rapporto su leve più emozionali. Stile che risulta più efficace in contesti di rapido mutamento e innovazione come lo sport. Lo stile che generalmente prediligono gli uomini, invece, è di tipo transazionale, ossia tendono ad assumere una disposizione conservativa delle dinamiche già presenti nella squadra, il leader fissa gli obiettivi e si occupa di mantenere gli standard individuati.

Ovviamente non esiste uno stile “giusto o sbagliato” in termini assoluti perché la leadership è situazionale, ovvero non si presuppone un approccio univoco a ogni situazione. Il leader, infatti, deve sapere quando e come modulare il proprio stile direzionale per ottenere i risultati desiderati in funzione delle caratteristiche dei membri.
Ogni situazione, ogni squadra, ha il proprio “stile di guida”. Starà all’abilità del leader comprendere in che occasione attuare uno stile piuttosto che un altro, a seconda delle circostanze.

INTELLIGENZA EMOTIVA
Le donne si sono rivelate più capaci di creare relazioni, risolvere conflitti, aumentare la coesione e la partecipazione interna nei gruppi, incrementando i flussi comunicativi.
In una parola, le donne si sono dimostrate più capaci di intelligenza emotiva, ovvero la capacità di una persona di entrare in contatto con la propria e l’altrui sfera emotiva ed utilizzare strategie per rendere le emozioni una risorsa preziosa su cui contare.
È una capacità che tutti possiedono, ma in misure differenti ed esserne consapevoli è il primo passo per allenarla visto che l’intelligenza emotiva predispone a prestazioni eccellenti sia nello sport che in azienda.

COME REAGISCONO GLI UOMINI?
Certamente sarà necessario superare l’empasse iniziale legato a possibili pregiudizi. Parliamo ad esempio di una ancora molto diffusa stereotipizzazione per genere degli incarichi con relativa diffidenza e prevenzione nei confronti della professionalità femminile. A si aggiungano gli scarsi riconoscimenti e valorizzazioni delle competenze delle donne.
Ma se una donna è preparata, capace e competente riuscirà a guadagnarsi su campo la stima, la credibilità e l’autorevolezza che merita, anche in un team maschile.

Ecco l’intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sull’argomento, a firma di Rossana Campisi in edicola questa settimana su Starbene: