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25° Master in Psicologia dello Sport, noi ci siamo!
Eye Tracking e Mental Training insieme!
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Qual è il segreto per mettersi al collo un Oro Olimpico?
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25° Master in Psicologia dello Sport, noi ci siamo!

Siamo pronti per l’edizione d’argento del Master in Psicologia dello Sport di Psicosport®!
Entra nel nostri Team, studia con Noi!
Entro il 15 Giugno è possibile iscriversi con la formula speciale Early Bird: 500€ di sconto sulla retta.

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Siamo pronti per l’edizione d’argento del Master in Psicologia dello Sport! Entra nel nostro Team, studia con Noi!

Psicosport® mette a disposizione dei suoi studenti tutto il suo know-how in psicologia dello sport: dal Protocollo Psicosport®, ai nuovi modelli applicativi tra cui ad esempio Sport Resilience Lab e il Self-Talk 4StepModel. Non mancano approfondimenti su Biofeedback Training, Mindfulness, Alimentazione e Outplacement.

Il nostro Master è progettato pensando a chi è laureato in psicologia, il programma didattico prepara al mondo del lavoro: grazie a esercitazioni e homework gli studenti imparano come stendere progetti di intervento da rivolgere alle società sportive, ai singoli atleti o alle pubbliche amministrazioni. Ai  nostri studenti insegniamo le principali tecniche di mental training e le mettiamo a confronto grazie alla partecipazione docenti esterni e testimonial del mondo sportivo.

Gli otto moduli didattici sono distribuiti nei fine settimana da novembre a maggio, per agevolare chi è già inserito nel mondo del lavoro e per consentire a chi è ancora studente di continuare il regolare percorso accademico.

Entro il 15 Giugno è possibile iscriversi con la formula
speciale Early Bird: 500€ di sconto sulla retta

Scopri come iscriverti QUI


Eye Tracking e Mental Training insieme!

Per i nostri atleti cerchiamo sempre il meglio! Insieme alle tecniche di mental training più collaudate, affinate sul campo con i Campioni dello Sport e in studio con 24 edizioni di Master in Psicologia dello Sport, vogliamo mettere a disposizione degli sportivi le tecnologie più avanzate per la ricerca della performance eccellente. Ed è per questo motivo che abbiamo deciso di partecipare a un progetto sperimentale con SrLabs, società che si occupa di sistemi elettronici multimediali basati sulla tecnologia di Eye Tracking, ossia di sistemi di tracciamento oculare. La ricerca studia le possibili applicazioni di tale tecnologia in ambito sportivo e in abbinamento alle tecniche di Mental Training.

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Per i nostri atleti cerchiamo sempre il meglio. Insieme alle tecniche di mental training più collaudate, affinate sul campo con i Campioni dello Sport e in studio con 24 edizioni di Master in Psicologia dello Sport, vogliamo mettere a disposizione degli sportivi le tecnologie più avanzate per la ricerca della performance eccellente. E’ per questo motivo che abbiamo deciso di partecipare a un progetto sperimentale con SrLabs, società che si occupa di sistemi elettronici multimediali basati sulla tecnologia di Eye Tracking, ossia di sistemi di tracciamento oculare. La ricerca studia le possibili applicazioni di tale tecnologia in ambito sportivo e in abbinamento alle tecniche di Mental Training.

IL PROGETTO

Nel progetto abbiamo coinvolto una società di basket, la Pallacanestro Femminile Varese 95, che milita nel campionato di serie A2 e che si è resa disponibile a testare sul campo con le proprie giocatrici gli speciali occhiali forniti da SRLabs. L’esperimento in palestra è servito a verificare il loro possibile utilizzo anche nel basket. L’Eye Tracking è infatti una tecnica molto efficace che consente di effettuare la misurazione degli aspetti che colpiscono maggiormente l’attenzione. Questo avviene attraverso il monitoraggio oculare e l’analisi dei movimenti dello sguardo e dei punti di fissazione. Le ragazze hanno indossato occhiali a 50 hertz, in grado cioè di registrare 50 campionamenti al secondo, tali da indicare con precisione dove l’atleta guarda.

PERCHE’ LO SPORT?

La tecnologia Eye Tracking è applicata e in via di studio in molti settori che vanno dal marketing, al medicale, alla robotica, alla ricerca scientifica.
Perché testarla anche nello sport? Perché l’occhio si può allenare, come spiega Lorena Devino, Marketing Solution Manager SRLabs: “L’occhio, come i muscoli del nostro corpo, è allenabile: con le misurazioni abbiamo visto che è molto differente la performance oculare dell’atleta professionista o comunque ben allenato rispetto a quella degli amatori. E’ un pattern visivo, una strategia visiva molto differente. Capire come l’atleta agonista utilizza gli occhi può costituire un modello di apprendimento efficace per l’atleta giovane che si approccia allo sport o deve migliorare la sua performance”.

L’OBIETTIVO

L’obiettivo sotteso è quello integrare la tecnologia di tracciamento oculare nella vita quotidiana, migliorando l’efficenza delle attività delle persone. Lo sport può dare in questo senso una grossa mano, per varietà di situazioni ambientali e comportamentali che può fornire alla ricerca.

“Vogliamo concentrarci sul focus attentivo dell’atleta – dice Alessandro Russo, Junior Resarch SRLabs – perchè se impariamo a conoscere le sue strategie esplorative possiamo di conseguenza capire come migliorarle e potenziarle. Questo sia a livello di gioco di squadra che a livello di situazioni particolari come ad esempio il tiro libero nel basket.
Attraverso l’analisi delle fissazioni oculari dell’atleta, possiamo capire quali strategie esplorative mette in atto. Possiamo poi mettere a confronto le strategie di atleti diversi per età e livello agonistico per effettuare ciò che, in gergo, si definisce uno Skill-Transfer, cioè un trasferimento di competenze da un giocatore all’altro” . 
Come avviene il passaggio? “Dopo aver delineato la strategia attentiva più efficace si può mettere a punto un training volto a potenziale la strategia visiva, laddove questa non sia abbastanza efficace”.

IL MENTAL TRAINING

Allo sviluppo della tecnologia di tracciamento oculare di SRLabs, Psicosport® abbina l’attività di un team di psicologi che aiuta lo sportivo a migliorare la sua prestazione. Spiega Stefania Ortensi, Mental Trainer Psicosport® : “Con gli atleti lavoriamo in campo e in studio perché con le tecniche di mental training possano ottimizzare il proprio livello di attivazione e il focus attentivo, cioè quanto riescono a modulare e gestire la propria concentrazione durante le attività di gioco. Oggi sul campo abbiamo dato alle giocatrici indicazioni su come gestire questi due elementi, cioè ottimizzare la gestione emotiva nel momento della performance e ottimizzare il livello di concentrazione prima dell’esercizio”.

Prosegue Lilli FerriPresidente Centro Studi e Formazione in Psicologia dello Sport: “Siamo in fase sperimentale e speriamo si possano ottenere risultati interessanti. Naturalmente la gestione del focus attentivo in uno sport come il basket è fondamentale e allo stesso tempo complicata: essendo uno sport open skill, il focus deve continuamente aprirsi e chiudersi e tenere in considerazione molti fattori, dall’avversario, al pallone, alle situazioni di gioco. Stiamo cercando di capire, analizzando i giocatori per età e livello tecnico , dove va a finire il loro focus attentivo per meglio allenarlo in futuro”.


Good News per la Psicologia dello Sport

Buone notizie per la Psicologia dello Sport! Dopo anni di sforzi divulgativi, di promozione, di duro e appassionato lavoro, ora finalmente a fare notizia è chi il Mental Coach non ce l’ha!

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Roland Garros in Paris, France, 05 June 2018. EPA/YOAN VALAT

Good News per la Psicologia dello Sport!

👉Ora a fare notizia è chi il Mental Coach non ce l’ha!
Ne consegue forse che ormai la maggior parte dei campioni si è convinta ad allenare anche la testa?
Infatti, dopo la grandissima storica vittoria di Cecchinato al Roland Garros, i giornali sottolineano questa sua dichiarazione: “E’ scattato qualcosa nella mia testa, sto maturando giorno dopo giorno. Non ho un mental coach”.

Ora il dilemma per gli sportivi è quale paradigma seguire: aspettare che scatti qualcosa nella testa, o lavorare perché ciò avvenga il prima possibile?

Noi non possiamo rispondere, siamo di parte!
Scrivici, se desideri sapere come funziona un percorso di mental training. Il primo incontro con il nostro Team di Psicologi dello Sport è sempre gratuito e senza impegno: la nostra mission è sempre diffondere la cultura di sport, che passa soprattutto dal benessere dell’atleta. Per questo motivo siamo sempre molto felici di poter fare “due chiacchiere” e raccontare il nostro mondo a chi ne è incuriosito.

Qual è il segreto per mettersi al collo un Oro Olimpico?

Come la lavora il Mental Trainer con un Atleta? Non c’è una ricetta perfetta che si adatta indistintamente ad ogni sportivo, ma esistono strategie vincenti che portano chi le applica a migliorare la propria performance. E a volte migliorarsi significa anche vincere! La giornalista Piera Anna Fanini ha chiesto a Lucia Bocchi, psicologa dello Sport e Docente al Master Psicosport®, come ha accompagnato Sofia Goggia e Michela Moioli sul gradino più alto del podio a Pyeongchang

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Qual è il segreto per mettersi al collo un oro olimpico? Non c’è una ricetta perfetta che si adatta indistintamente ad ogni sportivo, ma esistono strategie vincenti che portano chi le applica a migliorare la propria performance. E a volte migliorarsi significa anche vincere!
La giornalista de Il Giornale Piera Anna Fanini ha chiesto a Lucia Bocchi, psicologa dello Sport e Docente al Master Psicosport®, come ha accompagnato Sofia Goggia e Michela Moioli sul gradino più alto del podio a Pyeongchang. [LEGGI ARTICOLO]

All’atleta è richiesto di essere presente a se stesso, cosa imprescindibile per una strategia vincente, cioè essere dentro l’azione motoria che si sta svolgendo, stare percettivamente ed emotivamente nel presente senza scivolare nel futuro pensando ossessivamente al risultato, o rimanere nel passato sull’errore commesso.

La chiave sta nel trovare lo stato di attivazione perfetta in cui corpo e mente sono allineati, pronti all’azione e lucidi. Questo lo si impara attivando strategie mentali che poi bisogna allenarsi ad automatizzare.

Il compito del Mental Trainer sta anche nell’insegnare queste strategie e controllare che vengano automatizzate. Per sfatare subito  ogni speranza mal riposta, anche le tecniche di mental training vanno allenate, tanto quanto si allenano tecnica e tattica di qualsiasi sport. Non basta una seduta per interiorizzarle e soprattutto automatizzarle, così come è impossibile imparare a servire come Nadal in un solo allenamento di tennis. Occorrono pazienza, perseveranza e pianificazione degli obiettivi, tutte abilità con cui ogni atleta ha già imparato a familiarizzare durante la sua vita agonistica.

Dietro a un campione si muove un team che in qualche caso può trasformarsi in una vera macchina da guerra. «È indispensabile: ormai il talento non riesce ad emergere se vive in solitudine, ha bisogno di uno staff di supporto. Una volta l’allenatore incarnava la figura del padre, del tecnico, dello psicologo.

Ora i profili professionali sono andati delineandosi in modo netto per cui c’è il preparatore, l’allenatore, lo psicologo, il nutrizionista.

L’importante è anche che le persone, familiari compresi, che gravitano attorno all’atleta siano allineate. E lo psicologo ha proprio il compito di concertare tutti questi elementi». E non è un caso se oggi finalmente la sua è una figura ormai presente d’ufficio in molte federazioni sportive. «I percorsi con gli atleti cambiano a seconda dell’età e della personalità. Quando uno è evoluto e maturo bastano poche strategie e sedute di sblocco, ma se si attraversa l’età evolutiva e si vive la fase di passaggio dalla tarda adolescenza alla giovinezza, allora il lavoro esige più continuità. Lo sport chiede ai ragazzi risposte da adulti, e loro le danno, ma affettivamente rimangono ragazzi».

Quanto emotivo e quanto razionale deve e può essere un campione?
«Troppa razionalità soffoca, ma allo stesso tempo, eccessi d’esuberanza tolgono lucidità per cui il rendimento diventa incostante. Il compito di noi psicologi consiste proprio nell’aiutare gli atleti ad essere centrati, creando un bilanciamento fra i due elementi».
Resta l’adagio, secondo cui lo sport è una palestra di vita, «e questa è una delle ragioni per cui facciamo fare sport ai nostri figli. l’individuo si misura con emozioni ed esperienze che poi applicherà nella vita reale.

Certo, lo sport è formativo se ben gestito, ma può essere altrettanto distruttivo se affidato a incompetenti.

Allenatori e familiari possono fare danni fisici e psicologici, prima di tutto in termini di autostima». Per pochissimi talenti che emergono c’è un esercito di ragazzi programmati in partenza per i quali le famiglie hanno predisposto tutto. E il 90% manca l’obiettivo. Il risultato è che si ritrovano perdenti e con l’infanzia rubata.

Team Psicosport®


Donne e Prestazione Sportiva
Domenica 10 Giugno 2018

Le differenze di genere nell’Allenamento.
Team Psicosport interviene al Seminario proposto dal CONI Lombardia in collaborazione con la Federazione Italiana Scherma e la Scuola Regionale dello Sport, il cui scopo è informare e sensibilizzare sullo stato dell’arte della ricerca sulle differenze di genere nell’allenamento illustrare quelle che potrebbero essere le prospettive future di un allenamento più personalizzato rispetto al genere.

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Locandina Evento

Le teorie che sostengono le metodologia dell’allenamento sono notevolmente cambiate negli ultimi anni. La ricerca scientifica applicata alle attività di “campo” ha evidenziato quanto le metodologie applicate negli anni passati non fossero poi così efficaci nella ricerca della prestazione. Da questo processo non è esente la preparazione e l’allenamento proposto alle atlete, ricavato spesso e con relativa efficacia da piani di allenamento strutturati e costruiti per atleti maschi.

Dove entra in gioco la componente fisica è fisiologico che le prestazioni non siano comparabili. Questo è dovuto alle diverse caratteristiche morfo-funzionali nei due sessi, alcune immediatamente evidenti come altezza, peso e massa muscolare, altre più nascoste come i livelli ormonali o le percentuali di emoglobina nel sangue.

 

 

L’obiettivo del seminario, proposto dal CONI Lombardia in collaborazione con la Federazione Italiana Scherma e la Scuola Regionale dello Sport, è quello di informare e sensibilizzare sullo stato dell’arte della ricerca sulle differenze di genere nell’allenamento e quelle che potrebbero essere prospettive future di un allenamento ideato in modo sempre più personalizzato rispetto al genere.

Per Psicosport, la dott.ssa Lucia Bocchi, docente al nostro 25° Master in Psicologia dello Sport, interverrà sul tema: “Aspetti psicologici della prestazione sportiva”.

QUANDO: 10 Giugno 2018
DOVE: MI.CO Milano Congressi, v.le Scarampo – GATE 3 – MILANO
ISCRIVITI


Progettare una Vittoria

Esiste la ricetta per il campionato perfetto? Troppo facile! Gli ingredienti che occorrono sono tanti e non sempre sono tutti sotto il nostro diretto controllo. Alcune variabili si possono allenare, altre si possono gestire, ma la maggior parte di esse sono semplicemente da affrontare una ad una, con la soluzione più funzionale, con l’atteggiamento giusto. Volendo indagare la nostra utopica formula perfetta, abbiamo intervistato Coach Lilli Ferri, che ha guidato la Pallacanestro Femminile Varese alla promozione in A2[…]

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Esiste la ricetta per il campionato perfetto? Troppo facile! Gli ingredienti che occorrono sono tanti e non sempre sono tutti sotto il nostro diretto controllo. Alcune variabili si possono allenare, altre si possono gestire, ma la maggior parte di esse sono semplicemente da affrontare una ad una, con la soluzione più funzionale, con l’atteggiamento giusto.

Questo è il lavoro fatto dalla Pallacanestro Femminile Varese, che è approdata in Serie A2 dopo una cavalcata trionfale nel suo campionato di Serie B, concluso con 29 vittorie e una sola sconfitta. Una prestazione maiuscola che non può essere nata dal caso. Volendo indagare la nostra utopica formula perfetta, abbiamo intervistato Coach Lilli Ferri, il timoniere di questa splendida attraversata oceanica. Partiamo, come si conviene, dall’inizio e da una formula che non lasciava scampo: una sola promozione al termine della stagione regolare, senza disputare i classici playoff, l’anima più magica del Basket. Un campionato così è difficilissimo da affrontare e non solo dal punto di vista tecnico: significa non poter mai concedersi un minimo di rilassamento.

Come avete gestito questo aspetto?
“Abbiamo cercato mentalmente di non fare mai un pensiero nel futuro o nel passato, un hic et nunc costante; non importava cosa avessimo fatto la domenica prima, né quello che sarebbepotuto accadere quella successiva. Ci siamo allenati a pensare sempre al presente, concentrandoci su ogni singolo allenamento e persino su ogni singolo possesso di palla durante la partita. Forse vi sembra una risposta banale, ma il nostro goal stagionale, la promozione in A2, era un obiettivo di risultato molto grande, quasi ingombrante, da far tremare le gambe. Così facendo, invece, abbiamo impostato il focus della squadra sulla prestazione e solo alla fine – ma con un mese di anticipo! – abbiamo tirato la riga e fatto i conti con il risultato”.

A raccontarla così sembra facile, invece serve partire dalle basi:
“Sicuramente da una struttura societaria che possa permettere ai giocatori di rimanere concentrati unicamente sul campo. Chiarezza di ruoli e condivisione di regole ci hanno permesso sempre di lavorare in serenità. Che si abbia un roster molto giovane o di giocatori esperti, è sempre bene ricordare loro che le regole sono opportunità che permettono a tutti di dare il meglio. Ah, le regole valgono anche per staff e dirigenza! Remare tutti nella stessa direzione, fin dal primo giorno di allenamento rende molto più semplice il passaggio da gruppo a squadra.

Come hanno reagito le ragazze al taglio dei playoff?
Mi hanno stupito per la velocità di adattamento: si sono messe subito in gioco, a disposizione del collettivo, pur avendo tutte la possibilità di emergere come protagoniste. E’ stato un passaggio importante, perché in un campionato che non ammette passi falsi è rischioso dipendere dalle individualità. Nessuno è infallibile, ma è difficile che tutte e dodici le giocatrici stecchino le stessa partita. Ho insistito molto – e dico proprio molto! – per far loro interiorizzare il concetto di autoesigenza, Ettore Messina docet! Allenarsi a pretendere sempre il massimo da se stesse aiuta a rimanere concentrati sulla prestazione – il risultato arriverà – e alimenta la motivazione intrinseca: miglioro e mi diverto, mi diverto e la fatica pesa di meno.

Lungo l’arco di una stagione è evidente che ci siano anche momenti di difficoltà, a partire dagli infortuni per finire con la gestione delicata di uno spogliatoio. Quali criticità hai incontrato?
“Le criticità sono nate dagli infortuni, in particolare quelli di Francesca Sorrentino alla seconda di campionato e di Marina Fumagalli a Dicembre. Oltre ad altre situazioni minori, che andavano però gestite. E’ stato fondamentale anche in questo caso usare la testa e farsi carico delle maggiori responsabilità che chi era “sano” doveva prendersi. Il mantra è sempre stato No Alibi! Non abbiamo dato spazio alle scuse e a turno è cresciuto chi doveva assumersi responsabilità per tamponare le emergenze. Abbiamo sempre fatto grandi partite con gli avversari più quotati, ma credo che la vera durezza mentale le mie giocatrici l’abbiano dimostrata quando a gennaio abbiamo accusato un po’ di stanchezza e il nostro gioco aveva perso freschezza e velocità.

In quel periodo è arrivata anche la prima e unica sconfitta stagionale.
Si, dopo due vittorie risicatissime portate a casa con le unghie, contro Trescore è arrivata la sconfitta. Ma invece di mollare il colpo le ragazze hanno stretto i denti e hanno incarnato nei fatti la simbologia del Branco con cui si identifica la Pallacanestro Femminile Varese. Abbiamo fatto un check degli obiettivi di inizio stagione e abbiamo anche cominciato a raccogliere i frutti dell’allenamento all’autoesigenza!

Guardando avanti, anche se l’input è quello di parlare sempre al presente, la prossima stagione chiamerà società, staff tecnico e giocatrici ad un grande salto: “Sicuramente è arrivato il momento di guardare al futuro; programmazione e organizzazione da qualche settimana hanno preso il sopravvento sulla tentazione di rilassarsi sul traguardo raggiunto. Sicuramente per molti sarà una sorta di prima volta, quindi dovremo gestire l’impatto non solo tecnico ma anche mentale con un campionato che ci proporrà sfide e criticità che non abbiamo mai affrontato prima. La coesione della squadra pur con i necessari nuovi equilibri sarà ancora più basilare per riuscire a consolidarci”.

Cosa ti preoccupa di più riguardo alla prossima stagione?
“Il passaggio da una realtà in cui si è praticamente sempre vinto ad una in cui si dovranno affrontare difficoltà legate alle sconfitte. Quindi dovremo lavorare tanto sulla capacità di reazione all’errore, sulla perseveranza nell’inseguire prima di tutto la prestazione, qualità mentali che per fortuna si possono allenare, come in palestra si allenano le capacità tecniche, tattiche e fisiche.

Molto di quello che ci hai raccontato affonda le sue radici nel mondo della psicologia sportiva, un settore che rimane tuttavia ancora poco praticato nello sport in Italia.
La mia passione sportiva mi ha portato a studiare più da vicino i meccanismi che portano alla prestazione eccellente. E’ stato un percorso intenso e molto stimolante che ha poi anche determinato le mie scelte professionali da dieci anni a questa parte. Quindi sì, direi che per me la psicologia dello sport è un tassello determinante della mia vita sportiva. Per lavoro mi confronto ogni giorno con il team di Mental Trainer della mia società e poi porto in palestra tutto ciò che può aiutare le mie ragazze a migliorarsi. E non solo in campo, perché si sa che lo Sport è una eccezionale palestra di vita!

Grazie Coach e in bocca al lupo per la prossima stagione!

Flavio Suardi

 


Non si vive di solo Sport – Autoimprenditorialità e mercato del Lavoro

Rischio di depressione e difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro sono punti critici che gli agonisti troppo spesso si trovano a dover affrontare in completa solitudine.
Per questo motivo si rende necessario un processo di accompagnamento al fine carriera che tenga conto delle reali necessità di uno sportivo.
“Non si vive di solo sport” è il progetto formativo dedicato al supporto degli atleti a fine carriera. Ecco come:

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Rischio di depressione e difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro sono punti critici che gli agonisti troppo spesso si trovano a dover affrontare in completa solitudine.

Per la maggior parte degli ex atleti il momento del ritiro è un problema serio. Per questo motivo si rende necessario un processo di accompagnamento al fine carriera che tenga conto delle reali necessità di uno sportivo.

“Non si vive di solo sport” è il progetto formativo dedicato al supporto degli atleti a fine carriera che fornisce agli atleti tutto il supporto necessario per entrare nel mondo del lavoro.

si tratta di un percorso Long Life Learning che accompagna l’atleta in un percorso di autovalutazione e autoconsapevolezza, agevolando il trasferimento efficace e produttivo delle competenze e delle skills mentali dallo sport al lavoro.

“Non si vive di solo sport” si articola in 4 aree tematiche:

1. Saper gestire i propri soldi
2. Il Bilancio delle Competenze

che abbiamo approfondito in un precedente articolo. Oggi vogliamo illustrare più nello specifico i punti

3. Quali competenze per il mercato del lavoro
4. Imprenditori di se stessi

3. Quali competenze per il mercato del lavoro

Come posso prepararmi all’ingresso nel mondo del lavoro o a fare carriera? Le aziende cambiano e l’onda lunga della crisi sta cambiando i parametri, come star dietro a questa evoluzione? Dando per scontate le competenze tecniche, sono altri tipi di “skill” che fanno davvero la differenza nel momento in cui ci si presenta sul mercato del lavoro. Secondo il World Econimic Forum, tra le skills più richieste ad esempio troviamo: Complex problem solving, Gestione delle persone, Intelligenza emotiva, Flessibilità cognitiva, Creatività.

4. Autoimprenditorialità

Al termine della carriera sportiva l’atleta può decidere di intraprendere la strada dell’imprenditorialità.
Diventare imprenditore partendo da zero è possibile, ma esiste un percorso preciso che parte prima di tutto da un cambio di mentalità e prosegue con la formazione specifica e la progettazione del futuro business. della persona destinata a diventare imprenditore o professionista, che poi passa alla sua preparazione ed infine, alla progettazione del futuro business.
Analizzeremo quindi con l’atleta quale sia l’atteggiamento giusto per diventare imprenditore, proseguiremo poi con una formazione tecnica adeguata al tipo di business che vorrà intraprendere. La preparazione includerà necessariamente affondi sulle competenze relazionali e di comunicazione, ma anche su elementi essenziali di Finanza con un’attenzione particolare a Business & Marketing Plan.

Una riflessione sul metodo.

Molti sono gli studi avviati per fornire prove indipendenti che possano aiutare i manager della formazione a valutare l’impatto dei modelli di formazione blended. Noi facciamo riferimento ad alcuni studi, in particolare il TMI, che hanno indagato sull’impatto dell’adozione di nuovi modelli per la formazione sul business e le performance.
Da qui ne deriva il modello 50:30:20, evoluzione italiana del 70:20:10, che consiste nella definizione delle percentuali di tipologie di formazione per un blend efficace: 50% di formazione integrata nel flusso di lavoro, il 30% sociale ed il 20% formale.

Marco Pirola
Sociologo, CEO di Holos srl. Dirigente ASD Mojazza di Milano, Professional Coach, da anni si occupa dei temi della managerialità e dello sviluppo personale. Già docente della Cattolica di Milano, accompagna le aziende sul percorso del miglioramento continuo e del knowledge Management.


Non si vive di solo Sport – Gestire i propri soldi e Bilancio di competenze

Smettere è una cosa seria. Per questo abbiamo costruito “Non si vive di solo sport” un progetto formativo dedicato al supporto degli atleti a fine carriera. Potremmo definire questo percorso una azione di Long Life Learning. Vediamo nel dettaglio le 4 aree tematiche che animano il progetto.

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Per la maggior parte degli atleti
il momento del ritiro è un problema serio.

In un nostro precedente articolo abbiamo affrontato il tema della difficoltà di inserimento in uno stile di vita cosiddetto normale, lontano dai campi da gioco e dalle dinamiche della vita sportiva che hanno permeato l’esistenza dello sportivo fino al momento del ritiro. La carriera di un agonista ha una parabola anomala rispetto a quella normale lavorativa poiché comincia abbastanza presto e termina in una fascia d’età (35-40 anni) in cui, solitamente, per qualsiasi altro tipo di lavoro, si è al massimo delle proprie potenzialità. L’atleta si trova quindi a dover reinventare la propria vita e la propria identità, scoprendosi spesso troppo “vecchio” per cominciare da zero un nuovo mestiere.
Alcune ricerche hanno dimostrato che il 20% degli atleti in attività soffre di depressione, ma che la percentuale sale addirittura al 50% se si considerano gli atleti che hanno concluso la propria carriera.

Come mai? Smettere e ritrovare un equilibrio, fisico e psicologico non è semplice. Si passa da ore di allenamenti giornalieri a zero, o quasi. Si passa dall’adrenalina di ogni domenica, ad un’esistenza normale, tutta da reinventare.

La depressione può avere molteplici cause: psicologiche, fisiologiche, sociali, ecc. Non è possibile quindi darne una spiegazione univoca, valida per ogni atleta colpito. Consideriamo però come durante la carriera l’agonista venga seguito da varie figure professionali che interagiscono con lui a livello tecnico, fisico e psicologico.

Ciò che invece manca del tutto, è una preparazione al dopo, a quando la “carriera” finisce.

Per questo abbiamo costruito un progetto formativo dedicato al supporto degli atleti a fine carriera, con particolare attenzione rivolta alle società che militano nelle categorie minori, alle quali gli atleti hanno dedicato anni di passione e impegno, a fronte di remunerazioni non di prima fascia.

“Non si vive di solo sport” vuole fornire agli atleti il supporto necessario per entrare nel mondo del lavoro tenendo conto delle competenze acquisite, delle aspettative e di quant’altro sia necessario per ridurre i rischi di depressione.

Potremmo definire questo percorso una azione di Long Life Learning che accompagna l’atleta in un percorso di autovalutazione e autoconsapevolezza, agevolando il trasferimento efficace e produttivo delle competenze e delle skills mentali dallo sport al lavoro.
Nello specifico il percorso è strutturato in 4 aree tematiche:

1. Saper gestire i propri soldi
2. Il Bilancio delle Competenze
3. Quali competenze per il mercato del lavoro
4. Imprenditori di se stessi

Entriamo oggi più nel dettaglio del primo punto – che può essere affrontato insieme all’atleta anche durante la carriera, in modo da agevolarlo in una migliore gestione finanziaria – e del secondo.

1. Saper gestire i propri soldi

Quando si affronta il problema della gestione dei propri soldi, occorre evitare di commettere errori che spesso comportano conseguenze irreversibili o sanabili con gravi perdite.
Per questo motivo, prima di affrontare gli argomenti più specifici, l’inizio di un percorso formativo sul tema “Saper gestire i propri soldi”, sarà una disamina di quelli che sono i principali errori e i pregiudizi, dovuti a limitata o errata informazione in materia.

Sarà trattato con molti esempi pratici, il tema della psicologia dell’investitore e illustrate le tecniche e le metodologie operative per non comportarsi emotivamente, trascurando la parte razionale.

Il programma prevede poi di fornire tutti gli elementi per poter distinguere i principali strumenti di investimento e di impiego del risparmio, che verranno illustrati per obiettivi d’investimento e per orizzonti temporali.

2. Il Bilancio delle Competenze

Il Bilancio di Competenze è una metodologia di intervento e di consulenza di processo in ambito lavorativo e nell’orientamento professionale per adulti. È un percorso che mira a promuovere la riflessione e l’auto-riconoscimento delle competenze acquisite nei diversi contesti di vita per renderle trasferibili e spendibili nella ridefinizione e riprogettazione del proprio percorso formativo-lavorativo. Durante questo processo l’atleta, con il supporto del consulente, mette a punto un progetto che consente di:
• elaborare una strategia d’azione;
• definire un percorso di formazione per sviluppare nuove competenze.

Quanto deve durare un percorso di Bilancio delle Competenze?
La durata di un Bilancio di Competenze può variare in relazione al tipo di beneficiario e all’obiettivo che si propone di conseguire. Tuttavia si ritiene che un bilancio di qualità debba avere una durata minima di 16 ore fino ad un massimo di 24 ore, da realizzarsi nell’arco temporale di almeno due mesi.
Queste ore includono le attività che il beneficiario svolge con la nostra l’équipe e le eventuali attività da svolgersi autonomamente. Le attività svolte possono comprendere sia colloqui individuali della durata di uno o due ore sia laboratori di gruppo della durata di tre o quattro ore. Comunque un percorso di Bilancio di Competenze deve prevedere almeno quattro colloqui individuali.

Al termine del percorso di consulenza l’atleta disporrà: 1) di un documento di sintesi redatto dal consulente di bilancio comprensivo di una scheda descrittiva delle competenze e del progetto professionale e/o formativo messo a punto durante il percorso; 2) di un portafoglio” di competenze.

 

 

Marco Pirola
Sociologo, CEO di Holos srl. Dirigente ASD Mojazza di Milano, Professional Coach, da anni si occupa dei temi della managerialità e dello sviluppo personale. Già docente della Cattolica di Milano, accompagna le aziende sul percorso del miglioramento continuo e del knowledge Management.


Da atleta ad allenatore, cosa succede quando si passa dall’altra parte?

Può capitare, soprattutto a chi è al suo primo incarico, di avere difficoltà a scindere i ruoli. La divisa da allenatore comporta responsabilità nuove e metodi diversi di programmazione degli obiettivi. Quali sono allora i suggerimenti per un ex atleta che passa dall’altra parte? Quattro consigli per non sbagliare.

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Federer con Edberg, Djokovic con Becker, sono solo alcuni dei molti grandi sportivi che hanno scelto di essere allenati dai campioni del passato. Non è una moda circoscritta al mondo del tennis, ma un fenomeno trasversale a tutti gli sport.

Un atleta cerca nel suo allenatore competenza tecnica prima di tutto, ed esperienza nel ruolo. Ma nei momenti di crisi di gioco, risultati o motivazione, un atleta cerca soprattutto uno specchio in cui riflettere i propri dubbi e trovare comprensione. Per questo motivo, probabilmente, è portato a cercare la guida di un guru della propria disciplina, qualcuno che oltre alle qualità tecniche abbia anche una grande esperienza sul campo, in termini di gioie e dolori, da portare in dote. Qualcuno che l’atleta senta vicino e cui si affidi con più fiducia.

Occorre però prestare attenzione ad alcune criticità che potrebbero presentarsi nella relazione tra atleta e allenatore – ex campione. Ad esempio, pur rilevando che il cambio della guida tecnica nella maggior parte dei casi coincide con un’impennata delle prestazioni – grazie agli stimoli e alle sfide che derivano da nuovi metodi di allenamento – l’atleta potrebbe subire un momentaneo appagamento e cadere nell’errore di pensare che con un coach tanto vincente, non sia possibile non vincere. Un atteggiamento mentale molto pericoloso perché delega ogni responsabilità a una figura esterna, mentre il principale attore del cambiamento non può che essere l’atleta stesso.

Difficoltà maggiori, invece, potrebbe incontrarle l’allenatore-ex campione. Può capitare, soprattutto a chi è al suo primo incarico, di avere difficoltà a scindere i ruoli. La divisa da allenatore comporta responsabilità nuove e metodi di programmazione degli obiettivi diversi. Quali sono allora, in generale, i suggerimenti per un ex atleta che passa dall’altra parte?

1 – Uno degli errori più frequenti è quello di proiettare il proprio vissuto sportivo sull’atleta, creando un filtro che non permettere di coglierne i bisogni reali o che induce a minimizzare le difficoltà avvertite, perché questi non trovano corrispondenza nell’esperienza da giocatore del Coach. Quindi mai dare per scontato che potenzialità e limiti dell’atleta coincidano con quelli sperimentati dal Coach: quello che ha reso grande un allenatore potrebbe non essere la formula esatta anche per i suoi atleti.

2 – Dare sempre molta importanza alla comunicazione coach-atleta, una capacità che si apprende con il tempo e l’esercizio, che va coltivata e solo raramente è innata. Saper dare feedback, saper spiegare una tecnica, una strategia nel modo più efficace è fondamentale per rendere fruibile all’atleta più giovane la preziosa esperienza accumulata dal coach.

3 – Un altro aspetto da non sottovalutare è la capacità di non lasciarsi eccessivamente coinvolgere dall’aspetto agonistico della gara, per poter mantenere una lucidità strategico- tattica.

4 – Spesso si sente parlare di solitudine dell’allenatore e prima o poi tutti i coach la sperimentano. Nel caso di un ex atleta che passa dall’altra parte è una sensazione più difficile da gestire, occorre abituarsi a un modo diverso di fare squadra, che coinvolga prima di tutto lo staff tecnico, senza ovviamente rinunciare al rapporto umano coi giocatori. Anche l’allenatore-amico deve sapere quando è meglio rimanere fuori dallo spogliatoio.

 

Alice Buffoni


Alimentazione e Sport
Mercoledì 28 Marzo 2018

Incontro per approfondire un aspetto fondamentale dell’allenamento sportivo: l’alimentazione!

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👉Mercoledì 28 marzo, ore 20:30👈
Parleremo di alimentazione e sport con la dott.ssa Ilasia Orsatti. L’incontro, organizzato da Ginnastica Skill e patrocinato dal Comune di Canegrate, è aperto a tutti coloro che vogliano approfondire questo aspetto importante dell’allenamento sportivo. Vi aspettiamo!


CALCIO – Allenatori che saltano, risultati che arrivano. Cosa può fare il Mister che subentra in un Team in crisi?

In serie A quest’anno sono saltate 8 panchine durante il girone di andata. Mai come in questa stagione, però, si può dire che i cambi di allenatore abbiano portato un incremento alla voce punti in classifica. Abbiamo chiesto alla psicologa dello sport Stefania Ortensi quali sono gli aspetti più importanti che il nuovo mister deve tenere in considerazione in questa fase delicata di “passaggio di consegne”.

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UDINE, ITALY – DECEMBER 10: Udinese players celebrate victory after the Serie A match between Udinese Calcio and Benevento Calcio at Stadio Friuli on December 10, 2017 in Udine, Italy. (Photo by Dino Panato/Getty Images)

In serie A quest’anno sono saltate 8 panchine durante il girone di andata. Mai come in questa stagione, però, si può dire che i cambi di allenatore abbiano portato un incremento alla voce punti in classifica. I puristi rabbrividiranno, ma la realtà è che ci sono alcuni casi in cui il cambio di guida tecnica qualche beneficio lo porta. In alcuni, addirittura, si parla di completa svolta e di salto di qualità. Ma andiamo nel dettaglio.

Il caso più eclatante è quello dell’Udinese, che esonera Delneri a fine novembre e affida la panchina a Massimo Oddo. La squadra ha 12 punti in classifica dopo 12 gare e la situazione si fa preoccupante. Oddo perde la prima con il Napoli, poi inanella una serie di cinque successi consecutivi e pareggia nell’ultimo turno prima della sosta invernale. Con questi 16 punti, l’Udinese passa dal guardarsi le spalle a sognare l’Europa. Altro caso di svolta è quello del Sassuolo: Bucchi viene esonerato il 27 novembre e al suo posto arriva Iachini che perde la prima a Firenze, ma poi conquista 10 punti in 4 partite e il Sassuolo tira il fiato dopo un periodo trascorso in zona retrocessione. C’è anche chi è tornato sul luogo del delitto: Davide Ballardini ha ripreso per la terza volta la panchina del Genoa ai primi di novembre e da quando è arrivato ha perso una sola volta in 8 partite conquistando 14 punti. Al momento del suo arrivo al Grifone, i punti in classifica erano 5 in 12 turni. Anche Diego Lopez ha riabbracciato una panchina sulla quale si era già accomodato, quella del Cagliari a metà ottobre. Subentra a Rastelli e colleziona 14 punti in 11 giornate, togliendo i sardi dai guai. Per non parlare del Milan che rinuncia a Montella, poi passato al Siviglia, e affida la panchina a Gattuso. Il rendimento parla di 8 punti in sei partite, ma con il passaggio del turno in Coppa Italia ai danni dell’Inter. Walter Zenga subentra a Crotone dopo le dimissioni di Davide Nicola, ma dopo aver battuto il Chievo per 1-0, la squadra inanella tre sconfitte consecutive ma con Napoli, Lazio e Milan. Persino Roberto De Zerbi ha saputo dare una scossa ad una squadra che sembrava perduta. Il Benevento ha messo assieme sette punti negli ultimi turni di campionato e spera ancora in una salvezza che avrebbe del miracoloso. De Zerbi era subentrato a Baroni a fine ottobre. L’ultimo subentro in ordine di tempo è stato quello di Walter Mazzarri al Torino al posto di Sinisa Mihajlovic, esonerato dopo l’eliminazione dalla Coppa Italia per mano della Juventus: per l’ex-tecnico dell’Inter esordio con vittoria prima della sosta contro il Bologna.

Abbiamo chiesto alla dott.ssa Stefania Ortensi del Team di psicologi di Psicosport® quali sono gli aspetti più importanti che il nuovo mister deve tenere in considerazione in questa fase delicata di “passaggio di consegne”.

“I cambiamenti portano sempre un rinnovamento che produrrà crepe significative in situazioni consolidate, da cui scaturiranno energie nuove. Starà al mister incanalare queste energie potenziali sulla strada giusta, la più funzionale agli obiettivi del team.

Ciò che non bisogna fare è presentarsi nel nuovo contesto con una ricetta predefinita, un modello già studiato da applicare ciecamente. Va ricordato, infatti, che la leadership è situazionale; è dunque fondamentale avere buona capacità adattamento e di comprensione della situazione, per poter attivare lo stile di leadership più efficace.

Una buona analisi della situazione permette al nuovo allenatore di comprendere le esigenze del tema e le strategie per soddisfarle. Un valido strumento da cui partire è l’analisi del punti forza, sui quali poi, facendo leva, è possibile andare a lavorare per modificare e cambiare tutto quello che è migliorabile. Utilizzare la cosiddetta comunicazione sandwich consente al mister di valorizzare tutto quello che già c’è di buono al momento dell’inserimento, per poi analizzare quello che non funziona e va cambiato, chiudendo infine con un nuovo rinforzo positivo”.

Quali i casi in cui diventa “inevitabile” cambiare rotta?

“Se qualcosa non funziona è già un ottimo indice per porsi delle domande. La prima possibile risposta è che la strategia applicata è buona, ma ha bisogno di tempo per risultare efficace. Si stabilirà quindi una dead-line, lasciando cioè un periodo fisiologico di assestamento per andare a regime. Se invece ci si rende conto che non è una questione di incubazione, ma di validità della strategia, allora si renderà necessario un cambiamento”.

E le criticità da gestire?

“Sicuramente si dovranno gestire le aspettative di chi riceve il cambiamento, quindi i giocatori in primis: immedesimarsi empaticamente nella situazione di atleti abituati a un determinato stile di leadership. Avranno bisogno di tempo per accettare la nuova realtà, adattarsi ad essa e comprendere può portare subito o per gradi a un miglioramento della situazione funzionale alla performance. Il cambiamento, infatti di per sé sempre spaventa perché vuol dire uscire da una zona di comfort, che può essere sì inefficace e addirittura distruttiva, ma che comunque rassicura.

Si può aiutare questo processo di metabolizzazione inserendo le novità attraverso progressione e gradualità, avendo cura in questa fase di passaggio di non privare in un colpo solo i giocatori di tutte le certezze consolidate. Se tutto cambia, la sensazione di spaesamento può indurre l’atleta a non riconoscersi più parte del gruppo che fino a poco prima aveva cercato di lavorare coeso per un obiettivo. Cosa può fare il Mister? Può lavorare in parallelo rinforzando il senso di identità e affiliazione, mentre introduce per gradi i cambiamenti necessari”.

Flavio Suardi


L’Effetto Mirror nello Sport – Le neuroscienze salgono in pedana

12-18 Marzo 2018 – La Settimana del Cervello: con la Dott.ssa Stefania Ortensi abbiamo dato uno sguardo al Mondo della Scherma, indagando l’effetto mirror in pedana. Le ricadute operative nel campo dello sport e della psicologia sportiva degli studi sui Neuroni Specchio sono un tema ancora poco indagato.

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Forse non tutti sanno che le neuroscienze possono aiutarci a comprendere alcune tra le principali dinamiche che regolano i comportamenti agonistici dell’atleta.
In particolare la psicologia dello sport fa leva sull’esistenza di una particolare classe di neuroni presenti nel cervello umano, chiamati “Neuroni Specchio”, nell’utilizzo di alcune delle principali tecniche di preparazione mentale, come l’allenamento ideomotorio.
Questi particolari tipi di neuroni scoperti dapprima nella corteccia motoria delle scimmie, poi nel cervello umano, si attivano sia quando si compie un’azione sia quando la si osserva mentre è compiuta da altri. I neuroni dell’osservatore “rispecchiano” letteralmente ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se fosse l’osservatore stesso a compiere l’azione.
Vera e propria replica dentro al nostro cervello di quello che fa l’altro, gli stessi neuroni che si attivano quando si compie un azione, si attivano anche quando osserviamo la stessa azione fatta da altri.

IL MECCANISMO MIRROR
La scoperta dei Neuroni Specchio, avvenuta a metà degli anni ’90 da parte del neuroscienziato Prof. Giacomo Rizzolatti, vincitore per questo del Brain Prize – l’Oscar della Scienza, e della sua equipe del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, spiega alcune dinamiche alla base del comportamento sociale e quindi anche di quello agonistico.
Attraverso il funzionamento di questi particolari neuroni capiamo, infatti, cosa fa l’altro, sfruttando le stesse risorse che agiamo quando lo facciamo noi.
Il Meccanismo Mirror ci consente di comprendere il significato delle azioni altrui, codificarle, imitarle, capire le intenzioni che ne stanno alla base, ma anche, come nel caso del comportamento agonistico, contrastarle, ottimizzando le nostre azioni di risposta.

I NEURONI SPECCHIO E LA SCHERMA
Lo sport e in particolare le discipline di confronto diretto, come la scherma, si inseriscono perfettamente in questa cornice. (altro…)


Vincenti in 3 mosse: autocritica, coraggio e qualità

Psicologia sportiva e risposte dal campo. Cosa chiede un allenatore alla sua squadra? E un Manager?

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Autocritica, coraggio e qualità. E’ ciò che io chiedo alla mia squadra, sul campo, e ai miei collaboratori in Azienda.

La prima mossa è vincere contro noi stessi. E dopo questa prima vittoria possiamo già cominciare ad avere una mentalità vincente, perchè sappiamo vincere i nostri difetti, ma ancora non abbiamo battuto nessuna squadra.
La seconda mossa è vincere contro le difficoltà. Mai lamentarsi, la lamentela crea l’alibi e oscura la strada per superare le difficoltà. Tutti possono spiegare perchè non si è riusciti a fare una cosa, pochi riescono a farla lo stesso.
La Terza mossa è vincere contro gli avversari, e qui viene il problema della qualità, nostra e degli altri, ed il problema di misurarla.Non andare mai alla ricerca della perfezione perchè non esiste. La qualità però si. Per questo serve SAPERE – SAPER FARE – SAPER ESSERE.

Tutto questo è trasferibile in contesto aziendale?
Certamente sì.  Il parallelismo è chiaro: atleta e manager, squadra e gruppo di lavoro, sono realtà affini, operanti in contesti estremamente competitivi. La chiave del successo è la capacità di sfruttare al meglio le proprie potenzialità di rendimento.

Come scoprire il valore del team?
Ad esempio attraverso lo Sport Outdoor Training®: una metodologia formativa innovativa che prende spunto dalle teorie di Kolb sul “learning by action” e permette di sperimentare su campo con trainer e testimonial sportivi di alto livello per poi riflettere e condividere traslazioni e apprendimenti con formatori di area psicologica-manageriale.
Lo Sport Outdoor Training® offre l’opportunità di sperimentare concretamente situazioni nuove. A seconda della disciplina sportiva scelta, il percorso formativo è volto al raggiungimento di obiettivi specifici, quali team work, team building, gestione della leadership, capacità di valutazione e di anticipazione, presa di decisione in tempi rapidi, gestione dell’attenzione e della concentrazione, capacità di ottimizzare le proprie risorse emotivo-cognitive, valutazione del rischio.

 

Lilli Ferri
Partner SkillDynamics


Can Someone Be Eternal?

The more we approach the Super Bowl LII, to be played in Minnesota, on February 4th, the more few considerations raise up in my mind. Especially after listening to the amazing Colin Cowherd in his podcast’s episode “Best of The Herd: 1/25/2018” (by the way check out this guy straight out of Seattle if you […]

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The more we approach the Super Bowl LII, to be played in Minnesota, on February 4th, the more few considerations raise up in my mind. Especially after listening to the amazing Colin Cowherd in his podcast’s episode “Best of The Herd: 1/25/2018” (by the way check out this guy straight out of Seattle if you not familiar with him), some interesting points were made.

            How easy do you think would it be to define who is the best at his sports, all time? I mean yeah you would have choices but who dares to argue Tiger, MJ, Micheal Phelps and Diego Armando Maradona are the best in their respective disciplines? Oh wait, I forgot one… Thomas Edward Patrick Brady Jr., considered by many experts to be the G.O.A.T., the greatest Of All Time. Obviously the various Jerry Rice, amazing WR for the San Francisco 49ers three times Super Bowl Champions, or Joe Montana, second most winning QB in history, would not agree but certain players can not be defined by just victories or successes.

            Born on August 3rd, 1977 Tom is now 40 years old and his professional career could not be any more special. Drafted as 199th pick at the sixth 2000 NFL Draft round, straight out of Michigan University, where no other weather could not be any different by the Bay Area, where he is originally from and where ironically the two players above stated performed in, he docked in New England, greater Boston Area to be precise, still “SuperBowlLess” at that point. Landed in a franchise where the starting QB, Drew McQueen Bledsoe, was drafted as number 1 pick in the far 1993, Tom worked his way up and after just one year, he replaced Drew in the starting lineup. What happens next is history.

            But numbers and statistics can not describe “the bests”; MJ’s legacy built on his name/brand will last forever, as well as Tiger’s or Muhammad Ali’s changes in their sports resulted enough to earn respect and honors that just “the bests” can afford to be recognized with. The same way Tom Brady, independently by what his decision will be after this umpteenth Super Bowl final, can not be judged on his stats, that evenly would cover him of endless glory, but there is something else. “What motivates me is I could have, should have done better. I am in my eighteenth, with all this knowledge, played so many games, so many experiences, so many teammates, so many game plans… I could, I should be perfect”; self-explanatory quote by Tom that makes you understand most definitely how all these extraordinary people allow themselves to redefine the laws of what is most certain in the world, the empirical proof.

            Numbers are just a thing and this 40 years old youngster still does it better than he has ever done it so “what should I stop”?

 

Tommaso Vitale

Ho 21 anni e studio presso la St. John’s University a New York. Come molti altri prima di me, sono arrivato qui da “migrante” per inseguire un sogno, quello americano ça va sans dire. Come tutti i ragazzini italiani, anchio ero innamorato del Calcio e l’ho giocato ad alto livello nell’Academy A.C Milan… bella beffa per uno che tifa Inter. All’età di 14 anni ho dovuto lasciare il posto a ragazzi che forse c’entravano ancora poco con il pallone ma che già mi surclassavano fisicamente. Quindi sono passato nelle serie minori a farmi le ossa. Fino a che, dopo la maturità, ho preso la decisione della vita. La mia passione per il Calcio mi ha portato qui, a New York, per proseguire gli studi negli States, dove coniugare sport passione sogni e lavoro è davvero possibile!
Vi racconto lo Sport made in U.S.A.


Non si vive di solo sport

Come preparare lo sportivo alla vita dopo la carriera?
Nella vita sportiva l’atleta viene accompagnato da varie figure professionali che interagiscono con lui a livello tecnico, psicologico, fisico, attraverso l’allenamento, la preparazione atletica, il mental coaching. Ciò che manca in questo percorso di accompagnamento è una preparazione al dopo, a quando la “carriera” finisce.

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“Lo sport è educativo suo malgrado”. La frase provocatoria è di Marcello Lippi.
Nel suo libro Il gioco delle idee, afferma che “lo sport è capace di far interagire le persone al fine di perseguire quell’interesse comune che esalta – anziché annichilire – il bene dei singoli. Lo sport, ancor più quando è praticato a livello agonistico, è educativo suo malgrado. Nel senso – spiega – che non è l’educazione il suo fine ultimo, ma il lavoro necessario alla preparazione di una vittoria costituisce inevitabilmente un serio percorso formativo.”

Partendo da questa premessa, ci rendiamo conto di come lo sport accompagni molte fasi della nostra vita: a livello amatoriale dall’infanzia alla età matura, a livello agonistico il ciclo di vita è più breve. In questo arco temporale l’atleta viene accompagnato da varie figure professionali che interagiscono con lui a livello tecnico, psicologico, fisico, attraverso l’allenamento, la preparazione atletica, il mental coaching, ad esempio.

Ciò che manca in questo percorso di accompagnamento dell’atleta è una preparazione al dopo, a quando la “carriera” finisce.

Ovviamente, per i grandi campioni, membri permanenti dello star system, il problema non si pone; infatti, con i loro ingaggi milionari non avranno difficoltà a reinserirsi nella vita di tutti i giorni.

La carriera di uno sportivo agonista ha, in genere, una parabola anomala rispetto a quella normale lavorativa poiché comincia abbastanza presto (in genere verso i 16 anni un atleta comincia ad entrare nell’agonismo) e termina in una fascia d’età (35-40 anni) in cui, solitamente, per qualsiasi altro tipo di lavoro, si è al massimo delle proprie potenzialità. L’atleta si trova quindi a dover reinventare la propria vita e, soprattutto, la propria identità, essendo troppo giovane per “adagiarsi” sugli allori godendosi i frutti della propria carriera (anche facendo un discorso esclusivamente economico, sono pochi gli atleti che potrebbero vivere di rendita con ciò che hanno guadagnato durante la carriera), ma troppo “vecchio” per poter cominciare da zero una qualsiasi carriera lavorativa.

Per la maggior parte degli ex atleti il momento del ritiro è un problema serio.

Secondo uno studio fatto dalla Figc, il 61% di 3 mila calciatori censiti è disoccupato, e trovare un lavoro entro i cinque anni dall’ultimo calcio al pallone è un’impresa possibile per 1 su 10. Eppure, come dimostrano diversi studi, le persone che hanno preso parte a uno sport di squadra sono mediamente più sicure di sé, e dimostrano doti di leadership da numeri 1. «La partecipazione a sport competitivi consente vantaggi non solo nell’immediato, ma anche negli anni successivi: pare infatti che favorisca lo sviluppo di caratteristiche personali utili per primeggiare nel mondo del lavoro», conferma Kevin M. Kniffin, ricercatore presso la Facoltà di Economia Applicata e Gestione alla Cornell University.

Nicola Di Turi sul Corriere del 14 dicembre 2016 nell’articolo “I calciatori sono tutti ricchi? Il 41,4% non supera i 50 mila euro l’anno” parte dai dati rilasciati dall’INPS e afferma che “il quadro che emerge dai dati del Coordinamento Generale Statistico Attuariale, però, è a dir poco sorprendente. In Italia gli sportivi professionisti con almeno un contributo versato nell’anno 2015 sono risultati 6.807, con il 91,5% dei lavoratori costituito da appartenenti alla Federazione Calcio. I super-ricchi, però, ovvero i calciatori professionisti della Federazione Calcio che presentano retribuzioni superiori a 700 mila euro, sono solo 330 su 3541. Assumendo che soltanto le grandi squadre di Serie A possano permettersi di mettere a bilancio ingaggi superiori a 700 mila euro l’anno, si può ben comprendere come i più ricchi superino appena la metà dei calciatori della Serie A. Dei 3541 calciatori professionisti censiti, il 41,4% non supera i 50 mila euro l’anno di ricavi.

Il 16% dei giocatori italiani professionisti incassa meno di 10 mila euro a stagione, mentre soltanto poco più di mille calciatori italiani riescono a superare i 100 mila euro l’anno di stipendio.

«La crisi economica si è riversata anche nel calcio e soprattutto sulle serie minori. In Serie A Higuain prende 7,5 milioni di euro, ma lo stipendio medio è di 400-500 mila euro. In Serie B si guadagnano mediamente 100 mila euro a stagione, in Lega Pro non più di 35 mila euro», spiega al Corriere della Sera Davide Dionigi, ex bomber di Napoli e Reggina, oggi allenatore in Serie B e Lega Pro. «In passato non era così, in tutte le categorie c’erano ingaggi discreti. Oggi ci sono anche ragazzi che guadagnano il minimo federale, ovvero 1500 euro al mese», ragiona Dionigi. Del resto, la carriera media dei calciatori non supera i 20 anni e la fascia di età più numerosa dei calciatori professionisti italiani è rappresentata dai ragazzi tra i 20 e i 24 anni con 1.574 lavoratori (il 23,1% del totale).

L’istituto di previdenza guidato da Tito Boeri, insomma, si è incaricato di sfatare uno degli ultimi miti degli italiani. D’altronde, secondo le dichiarazioni sui redditi percepiti nel 2014, in Italia un notaio guadagnerebbe mediamente oltre 200 mila euro l’anno. Un reddito superiore a più del 70% dei calciatori professionisti italiani, che nel 41,4% dei casi guadagnerebbero grossomodo quanto un avvocato (37 mila euro circa), un ingegnere (30 mila) e un dentista (49 mila). I calciatori super-ricchi, insomma, sarebbero solo il 9% del totale. E considerando che si tratta dei redditi in attività, il punto interrogativo riguarda soprattutto il fine carriera e le prospettive dopo aver appeso le scarpette al chiodo. Ma si sa, i luoghi comuni sono difficili da sfatare. E chissà se l’Inps riuscirà a spuntarla su chi crede che i calciatori siano tutti ricchi.”

Per quanto riguarda il Basket la situazione che abbiamo ricostruito è la seguente. Il campionato italiano si divide in Serie A, A2, B, C e D. Per quanto riguarda la Serie A, lo stipendio medio dei migliori giocatori si aggira intorno al Milione o poco meno, cifre ben diverse dall’NBA americana.

Arrivando in serie B gli stipendi vanno a dimezzarsi, infatti la media è di 400.000€ per i migliori.
In serie C le cose cambiano e di molto. Pochi sono quelli che riescono a vivere di basket e i migliori arrivano ad uno stipendio di 30.000 annui. La maggior parte però non percepisce stipendio, ma solo premi partita o bonus in base agli obiettivi raggiunti.
Infine abbiamo la serie D; in questa serie nessuno percepisce stipendio, qualcuno nelle squadre migliori può avvalersi del premio partita, ma la maggior parte dei giocatori deve ritenersi fortunata del rimborso spese.
La Pallavolo in Italia si suddivide nelle seguenti categorie: A1, A2, B1, B2, C e D.
Partendo dalla massima serie, possiamo dirvi che i top player arrivano a guadagnare nel migliore dei casi, un massimo di 250.000€ a stagione, che poi scende in A2 intorno ai 100.000€.
In B le cose cambiano ancora, infatti è proprio in questa fascia che avviene il distacco fra professionisti e non, almeno in termini economici; se in B1 i giocatori riescono a vivere dei loro stipendi, che si aggirano intorno ai 25.000€ annui, la cosa non è sempre così in B2, campionato che viene considerato semiprofessionistico in cui gli stipendi ammontano a 5 massimo 10 mila euro l’anno. Molti giocatori infatti hanno un altro lavoro.
Arriviamo infine alla serie C in cui i giocatori percepiscono in alcuni casi, dei premi partita, non di più. Infine, la serie D, prettamente una serie in cui i giocatori affrontano la stagione per passione, qui non si percepisce nulla.

Quando smetti non è facile ritrovare un equilibrio, fisico e psicologico. Si passa da tre ore di allenamenti al giorno a zero, o quasi. Si passa dall’adrenalina ogni domenica, ad un’esistenza normale.

«Sembrerà una sciocchezza, ma credo che uno psicologo, qualcuno che stia vicino a chi smette di giocare sia necessario. Perché è dura». Marisa De Santis (Moglie di Agostino di Bartolomei)

Molti sono stati i suicidi di atleti a fine carriera. Ci sono anche tanti altri casi di atleti che, pur non essendo arrivati a compiere l’atto estremo del suicidio, sono entrati in uno stato di depressione più o meno grave. Molto spesso si è cercato di dare, a questa depressione che colpisce gli atleti a fine carriera, alcune spiegazioni esterne rispetto allo sport, ma, in alcuni casi, la spiegazione è proprio dovuta al fatto di aver concluso la propria carriera agonistica come atleta.

Alcune ricerche hanno dimostrato che il 20% degli atleti in attività soffre di depressione, ma che la percentuale sale addirittura al 50% se si considerano anche gli atleti che hanno concluso la propria carriera.

Da un sondaggio anonimo ai calciatori di serie A di alcuni anni fa effettuato dalla Gazzetta dello Sport, tra tante altre variabili studiate, si può notare che il 78% dei giocatori ha manifestato durante la sua carriera almeno un sintomo della depressione.

La depressione in generale può avere molteplici cause: psicologiche, fisiologiche, sociali, ecc. Non è possibile quindi dare una spiegazione univoca, valida per ogni atleta colpito, ma in generale si può fare un inquadramento delle maggiori cause che possono portare uno sportivo nel pieno delle sue energie, oppure con una bella carriera agonistica alle spalle, ad attraversare uno stato di depressione che, a volte, può spingerlo fino al suicidio.

E’ allora necessario investire su un progetto formativo dedicati a supportare gli atleti che si avviano a terminare la propria carriera agonistica.

Particolare attenzione andrà posta alle società che militano nelle categorie minori, alle quali gli atleti hanno dedicato anni di passione e di impegno assoluti, a fronte di remunerazioni non di prima fascia come abbiamo visto in premessa.

L’obiettivo deve essere quello di fornire a questi atleti un percorso che consenta loro un avvicinamento al mondo del lavoro che tenga conto delle competenze acquisite, delle aspettative, del mercato lavorativo e di quant’altro sia necessario per ridurre i rischi di depressione o difficoltà di reinserimento in un contesto produttivo. Potremmo definire questo percorso una azione di Long Life Learning, che prenda in considerazione diverse aree tematiche – come ad esempio la gestione del proprio patrimonio o il bilancio delle competenze – e si sviluppi in prima battuta attraverso strumenti di assessment come test in autovalutazione e questionari comportamentali, per continuare con aule laboratorio di apprendimento esperienziale e personal coaching.

Il goal più grande sarà quello di aver accompagnato l’atleta in un percorso di autovalutazione e autoconsapevolezza, agevolando il trasferimento efficace e produttivo nel mondo del lavoro delle competenze e delle skills mentali acquisite nell’esperienza sportiva.

 

 

Marco Pirola
Sociologo, CEO di Holos srl. Dirigente ASD Mojazza di Milano, Professional Coach, da anni si occupa dei temi della managerialità e dello sviluppo personale. Già docente della Cattolica di Milano, accompagna le aziende sul percorso del miglioramento continuo e del knowledge Management.


Riflessioni Inter-Nazionali

Nel mio articolo precedente mi sono dilungato molto, over and over direbbero qui negli States, nel ribadire la moltitudine di sfaccettature e pregi che la tifoseria degli sport professionistici americani presenta. Ma non è mai abbastanza. Procedendo con gli studi ho appreso di quanto lo sport sia una faccenda di…

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Foto Corriere dello Sport

Nel mio articolo precedente mi sono dilungato molto, over and over direbbero qui negli States, nel ribadire la moltitudine di sfaccettature e pregi che la tifoseria degli sport professionistici americani presenta. Ma non è mai abbastanza. Procedendo con gli studi ho appreso di quanto lo sport sia una faccenda di business or marketing, più che di agonismo vero e proprio. Ogni singola decisione presa non lascia nulla al caso. Ad esempio, la pianificazione dei grandi eventi sportivi, siano essi una finale come il Superbowl o un torneo di due settimane come gli US Open di Tennis, nasce con un anticipo minimo di 3-4 anni. Per farvi capire, gli hotel nei dintorni della Città degli Angeli, Los Angeles, sono già quasi completamente sold out per il Superbowl 2021.

A parte questa piccola digressione, oggi volevo dedicarmi alla grande disfatta nazionale, l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali di Calcio, che verrà discussa fino alla nausea per almeno i prossimi 5 anni. Anche qui a New York non sono mancate le considerazioni degli “allenatori da bar”, ma grazie alla lontananza dalla Madrepatria, l’oggettività alla fine si è fatta strada. Non di pancia, ma di fatti. Congiuntamente ho sentito con piacere che anche qualche giornalista ha riflettuto su questo punto, senza sparare a zero su allenatori e giocatori che, per la mediocrità del loro talento e preparazione, di colpa ne hanno ben poca.

Same old story che a quanto pare ancora non è stata recepita: totale decadimento dei settori giovanili. Per meglio dire, totale decadimento dell’incidenza di talenti italiani. Ci aggiriamo sul 53% di presenza straniera nel calcio italiano, sia a livello giovanile che a livello professionistico: 7/11 della rosa iniziale della Juventus è composta da stranieri, 10/11 di quella del Napoli e 9/11 della squadra di Milano (Inter) subiscono la stessa sorte. Ora, quale può essere la spinta motivazionale di un giovane calciatore italiano che già sa che verrà in qualche modo rimpiazzato da un mediocre giocatore proveniente da qualche angolo del mondo?

Una disgrazia. I giovani vengono lasciati al loro destino, mal educati (calcisticamente) e mal allenati: non c’è più quel profumo di talento che si sentiva nei campetti di cemento degli anni ’80 e ’90 dove ci si facevano le ossa e la tecnica a furia di ginocchia sbucciate ed agenti esterni ad interferire. Oggi i ragazzini sono fortunati e sui campi di calcio, soprattutto delle primavere e delle giovanili di squadre professionistiche come Inter, Milan, Juventus ecc, veramente non manca proprio niente. Ma dove sta allora il problema se nella maggior parte dei casi le infrastrutture permetterebbero il meglio ai nostri ragazzi? L’import di extracomunitari su cui, e qui mi attacco al secondo argomento su cui intendo soffermarmi, ci lucrano numerosissimi “politici” del calcio. L’esatta copia traslata del nostro paese per cui l’ipocrisia e il prezzo alto per la coscienza da pagare sembrerebbero solamente essere semplici incidenti di percorso.

Mi farò aiutare da un esempio che secondo me racconta l’Italia del calcio dei passati anni, da quando, purtroppo, di Pinturicchi, Puponi e Maestri non ne sono più nati. E’ la storia di Joseph Minala, giocatore Camerunese oggi ventunenne, che vestì la maglia della Lazio a soli 17 anni. Venne pescato dalla Lazio in un campetto della capitale appena immigrato dalla madrepatria e fu aggregato subito alla primavera; passo poco prima di fare il grande salto alla prima squadra. Alcuni nomi che facevano parte di quella primavera, proprio di Simone Inzaghi, erano Alessandro Murgia e Danilo Cataldi, oggi semi protagonisti della prima squadra. E il mitico Joseph che fine ha fatto? Naviga tra le acque della bassa Serie B in prestito negli ultimi anni tra Bari, Latina e Salernitana. A questo punto ci si chiede: che tipo di giocatori sarebbero oggi Cataldi e Murgia se fossero stati buttati nella mischia dei grandi tre anni fa e fossero stati cresciuti a dovere? Non lo sapremo mai, ma sicuramente qualcuno ci ha lucrato.

Il caso di Minala non è, non sarà e non è stato l’unico e anzi potrebbe essere esteso a casi, politici e calcistici, che di clamore e ripercussioni come queste ne fanno emblema.

 

Sono Tommaso Vitale ho 21 anni e studio presso la St. John’s University a New York. Come molti altri prima di me, sono arrivato qui da “migrante” per inseguire un sogno, quello americano ça va sans dire. Come tutti i ragazzini italiani, anchio ero innamorato del Calcio e l’ho giocato ad alto livello nell’Academy A.C Milan… bella beffa per uno che tifa Inter. All’età di 14 anni ho dovuto lasciare il posto a ragazzi che forse c’entravano ancora poco con il pallone ma che già mi surclassavano fisicamente. Quindi sono passato nelle serie minori a farmi le ossa. Fino a che, dopo la maturità, ho preso la decisione della vita. La mia passione per il Calcio mi ha portato qui, a New York, per proseguire gli studi negli States, dove coniugare sport passione sogni e lavoro è davvero possibile!
Vi racconto lo Sport made in U.S.A.


Diabete & Sport
Venerdì 01 Dicembre 2017

Evento ECM – Il Giovane Sportivo con Diabete – Difficoltà e opportunità nella transizione alle cure dell’adulto in un’età difficile.

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Il Giovane Sportivo con Diabete – Difficoltà e opportunità nella transizione alle cure dell’adulto in un’età difficile è il titolo del convegno organizzato da SID – Società Italiana Diabetologia che si terrà a Milano nel weekend 1-2 dicembre 2017. Il Congresso è un evento accreditato ECM dedicato a Medici, Infermieri e Psicologi.

La dott.ssa Lucia Bocchi interverrà come nostra relatrice nell’ambito della II Sessione di lavoro (Il giovane atleta diabetico: l’ambiente, l’individuo, la squadra), con un contributo dal titolo: Diabete, Sport e Psiche: non solo glicemia.

Obiettivo Formativo del convegno: Documentazione clinica, Percorsi clinico-assistenziali diagnostici e riabilitativi, profili di assistenza, profili di cura.

L’iscrizione è gratuita e potrà essere effettuata tramite la compilazione di un form on-line sul sito della SID.

Brochure informativa:


Genitori, arriva il weekend sportivo. Siete pronti?!

Ecco alcuni consigli per trascorre una felice Domenica Sportiva, senza trasfigurarvi nei temuti hooligans della domenica!

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Genitori, arriva un nuovo weekend sportivo, siete pronti ad affrontarlo?
Lo sport per molti bambini è una grande passione, e un’importante palestra di vita. Ciò che imparano sul campo tornerà utile a scuola, in famiglia e anche in futuro, nel mondo del lavoro.
Potete fare molto per aiutare i vostri ragazzi a raccogliere i frutti dell’esperienza sportiva. Per esempio, tifando per loro in maniera corretta e costruttiva, senza trasfigurarvi nei temuti hooligans della domenica!
Ecco alcuni consigli pratici per una felice domenica sportiva:

1.    Valorizza il gruppo. Probabilmente tuo figlio è molto bravo e dimostrata evidenti doti in campo, ma  quando sei con lui non esprimere giudizi negativi sui suoi compagni.  Ogni forma di individualismo va a discapito della squadra. E’ proprio all’interno del gruppo che i ragazzi possono imparare ad accettare chi è diverso da loro. E quindi a rispettare anche i futuri avversari.

2.    Aiutalo, ma non allenarlo. Genitore e coach hanno due ruoli diversi. Quindi, tra le pareti domestiche, cerca di non lasciarti andare a consigli tecnici e analisi post-partita. È importante non sovrapporsi alla figura dell’allenatore, che non deve mai perdere la sua autorevolezza. Mamma e papà devono limitarsi a sostenere emotivamente il figlio, premiando il suo impegno e non il risultato.

3.    Dosa gli incoraggiamenti. Prima di una partita, cerca di non sovraccaricarlo emotivamente con troppi “Forza, dai, metticela tutta, sarai bravissimo…”. Un eccesso di esortazioni crea ansia e fa passare il messaggio che vuoi solo che la sua squadra vinca. Ciò che davvero conta, invece, è che il proprio figlio si impegni e si diverta. Se perde, ma ha dato tutto se stesso, ha comunque vinto.

4.    Non scaldarti durante il match. A bordo campo (ma anche quando guardate una partita in tv o allo stadio) ricorda che per tuo figlio sei il primo modello di etica sportiva. Evita quindi di urlare, sbraitare fare gesti o smorfie che lasciano trasparire disappunto e disprezzo per l’arbitro, per l’allenatore e per la squadra avversaria.

5.    Parla con rispetto dell’avversario. Dopo la partita può avere senso commentare le azioni dell’altra squadra, ma attenzione a quello che dici e a come lo dici. È meglio non dare giudizi troppo pesanti e generici, come: “Non sanno giocare”. Ma: “si può dire che questa volta non hanno giocato bene”, motivando il tuo giudizio. In questo modo tuo figlio capirà che chi indossa la maglietta di un altro colore non è il nemico, ma qualcuno da cui si può imparare.

6.    Apri i suoi orizzonti. Spesso l’attività agonistica diventa l’unica ragione di vita di un ragazzo. E questo non lo aiuta a viverlo per quello che è veramente: uno sport, un gioco. Così, ogni sconfitta è un dramma. Organizza il suo tempo in modo che non si divida solo tra scuola e campetto. E cerca di stimolare in lui anche altri interessi, altre passioni.


Sport & Scuola: indagine in corso!

Nel mio percorso diviso tra giornalismo e ruolo di dirigente sportivo, mi sono spesso trovato di fronte all’eterna dicotomia tra Scuola e Sport. Non volendo cadere nelle solite banalità e non volendo nemmeno utilizzare i consueti luoghi comuni per trattare l’argomento, ho deciso di fare un piccolo test a campione tra le famiglie della società […]

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Nel mio percorso diviso tra giornalismo e ruolo di dirigente sportivo, mi sono spesso trovato di fronte all’eterna dicotomia tra Scuola e Sport. Non volendo cadere nelle solite banalità e non volendo nemmeno utilizzare i consueti luoghi comuni per trattare l’argomento, ho deciso di fare un piccolo test a campione tra le famiglie della società con cui collaboro.

Si tratta di una realtà da circa 300 iscritti di settore giovanile dal minibasket all’under18. In particolare mi sono chiesto e ho chiesto:

1) Cosa si aspettano le famiglie dall’attività sportiva che hanno scelto i loro figli?
2) Cosa si aspettano dagli istruttori/allenatori?
3) Ritengono che la scuola sia a conoscenza dell’attività scelta dai figli?
4) Come si rapporta l’istituzione scolastica con l’attività sportiva dei figli?
5) Ritiene compatibile scuola e sport

I risultati sono stati da un certo punto di vista sorprendenti, oltre che, ovviamente, variegati.
In primo luogo il campione ritiene l’attività sportiva come parte integrante della vita dei propri figli, pur, spesso e volentieri, dovendo fare dei sacrifici per assicurare la presenza degli stessi a partite e allenamenti.
Quello che le famiglie si aspettano è non solo una crescita fisica, ma anche morale ed etica del figlio attraverso la pratica sportiva. Quindi lo sport è visto anche come strumento educativo dalle famiglie campione. Dunque la dicotomia sport-scuola, secondo quanto emerso, non dovrebbe esistere. Invece esiste, eccome.

Il campione infatti lamenta, nella stragrande maggioranza dei casi, un’assenza di rapporto diretto tra l’istituzione scolastica e l’attività sportiva dei ragazzi. Non solo: addirittura in alcuni casi la scuola tende anche a non vedere di buon’occhio l’impegno sportivo degli alunni. Come è giusto che sia, infine, il 100% del campione ritiene che, nel momento in cui le due attività non possano proseguire su linee compatibili, la scuola debba avere la precedenza.

Altro aspetto cruciale che il campione intervistato lamenta: l’attività di educazione fisica a scuola è trattata in modo non consono. C’è chi lamenta la scarsa professionalità degli insegnanti, soprattutto nelle scuole elementari, la vetustà delle strutture, ma soprattutto, in alcuni casi, il fatto che la valutazione di educazione fisica non faccia media con le altre materie squalificandola di fatto in linea generale.

Questo per quanto riguarda il campione. I dati, questi si incontrovertibili, pongono il nostro paese nettamente al di sotto della media europea. (vedi documento allegato). Le due ore settimanali previste nelle scuole medie inferiori e superiori dimostrano la scarsa considerazione da parte del sistema scolastico nei confronti dell’attività motoria. La Francia, ad esempio, ne prevede cinque a settimana per entrambi i cicli.

Questo significa che non è ancora chiaro il concetto che lo sport fa bene anche alla scuola e non solo alla persona.

Per esempio psicomotricità e gioco-sport praticati nella prima infanzia favoriscono l’apprendimento di lettura e scrittura perché insegnano la lateralità (riconoscere la destra e la sinistra) e a muoversi nello spazio.

Inoltre è dimostrato come in adolescenza praticare attività strutturate come lo sport sia correlato non solo con la continuazione degli studi, ma anche con la riduzione dell’insuccesso scolastico e dei problemi comportamentali e di devianza, come adempio il bullismo, l’uso di droghe o la cosiddetta sindrome della Bedroom Culture. Questo è possibile perché l‘ambiente sportivo può costituire un valido contenitore del malessere giovanile; un luogo di aggregazione, in cui il ragazzo vive l’esperienza delle regole e della condivisione dei vissuti in modo sano e gratificante.

Lo sport agisce positivamente sulle sensazioni d’inferiorità caratteristiche dell’età adolescenziale, garantisce obiettivi quotidiani e a lunga scadenza, educa alla programmazione e abitua alle regole. I ragazzi, hanno l’opportunità di confrontarsi e sostenersi a vicenda, creando quelle dinamiche di gruppo che si riproporranno ad ognuno nei diversi step della vita.

Entrando nel dettaglio, lo sport insegna a controllare e regolare le emozioni negative, come ansia paura stress e dolore; a conoscere le proprie risorse e i propri limiti. Con lo sport i ragazzi imparano a risolvere problemi, a prendere decisioni, a concentrarsi e a gestire le proprie risorse cognitive per i tempi prolungati delle gare.

Poter traslare tutte queste abilità al mondo scolastico è un indiscutibile vantaggio!

Ma soprattutto lo sport è per i ragazzi un terreno protetto dove sperimentare un sentimento chiave della vita da adulti, la frustrazione. Spesso infatti non ci si pensa, ma lo sport insegna a ricominciare: dopo una partita persa ho sempre la possibilità di rifarmi, la domenica successiva. Ma non solo, la sconfitta mi è utile per fare un bilancio dei mie punti di forza e capire su cosa posso lavorare per diventare più forte. Imparerò che se mi impegno in allenamento, posso migliorare le mie performance e contribuire magari al successo della mia squadra. Poter fare i conti con la frustrazione di una sconfitta sportiva costituisce insomma un preziosissimo strumento di supporto per l’autostima di una adolescente.

Flavio Suardi

Raccontateci le vostre esperienze su sport e scuola, scriveteci su sportellogenitori@psicosport.it!


Il Mio Sogno Americano

Siamo a fine Ottobre, il crocevia di molti sport a livello collegiale negli States. Tommaso Vitale ci racconta lo Sport made in U.S.A. in presa diretta: dalla St. John’s University di New York.
Siamo ormai giunti a fine Ottobre, crocevia di molti sport a livello collegiale negli States: Le stagioni calcistiche, pallavolistiche e di college football americano sono al giro di boa e quella più attesa è alle porte […]

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Ciao, sono Tommaso Vitale ho 21 anni e studio presso la St. John’s University a New York. Come molti altri prima di me, sono arrivato qui da “migrante” per inseguire un sogno, quello americano ça va sans dire. Come tutti i ragazzini italiani, anchio ero innamorato del Calcio e l’ho giocato ad alto livello nell’Academy A.C Milan… bella beffa per uno che tifa Inter. All’età di 14 anni ho dovuto lasciare il posto a ragazzi che forse c’entravano ancora poco con il pallone ma che già mi surclassavano fisicamente. Quindi sono passato nelle serie minori a farmi le ossa. Fino a che, dopo la maturità, ho preso la decisione della vita. La mia passione per il Calcio mi ha portato qui, a New York, per proseguire gli studi negli States, dove coniugare sport passione sogni e lavoro è davvero possibile!
Vi racconto lo Sport made in U.S.A.

Siamo ormai giunti a fine Ottobre, crocevia di molti sport a livello collegiale negli States: Le stagioni calcistiche, pallavolistiche e di college football americano sono al giro di boa e quella più attesa è alle porte.
In questi giorni, infatti, tutte le squadre della palla a spicchi inaugureranno i roster con presentazioni ufficiali nei propri stadi, palcoscenico di coreografie ed entrate di scena per tutta la serata; tra squadra maschile e femminile verranno infatti presentati all’intera scuola e non solo, oltre 20 giocatori, con musiche di entrata personalizzate e video di accompagnamento. In aggiunta alla tradizionale ondata di alunni della scuola, desiderosi di vedere i loro idoli giocare a basket – perché davvero di idoli si tratta, costretti a fermarsi a firmare autografi al termine di molte partite come fossero veri professionisti – troviamo anche spettatori paganti che, sia per appartenenza alla scuola nelle annate precedenti (Alumni), sia per competenza territoriale, accorrono con tutto il loro entusiasmo alla serata del Tip-Off.
A parti invertite rispetto alla nostra cara e amata Europa, Soccer and Volleyball hanno la attendance più bassa: secondo statistiche portate dalla NCAA stessa, risalenti al 2014, la più alta average attendance estesa per ogni singola partita casalinga fu registrata dalla University of California Santa Barbara con una media di 3844 persone a partita.

Come vogliamo commentare questi numeri?
Come troppo bassi se rapportato alla media di spettatori presenti alle partite dello sport nazionale statunitense, il Football Americano, che genera una media di circa 43.612 spettatori a partita. Ma di tutto rispetto se lo rapportiamo alle medie delle Serie D e Serie C del nostro sport nazionale, il Calcio! Non dimentichiamo infatti che i numeri sopracitati comparano sport collegiale e sport professionistico, per di più in Italia, dove il calcio è sport nazionale.

Stesso discorso può essere fatto per un altro sport considerato nazionale per popolarità in Italia: la Pallavolo. La media di spettatori per la Serie A di Volley femminile oscilla tra le 1500 e le 2000 persone a partita. Nei college americani la average attendance per questo sport colpisce positivamente: nei programmi più vincenti e competitivi, le giocatrici si trovano attorniate da almeno 3000 supporters. Non male vero?

Non mi sento tuttavia di condannare il movimento della Pallavolo Italiana, la FIPAV infatti è stata abile ad aggiudicarsi il Mondiale 2018 maschile, e in relazione all’importanza e spettacolarità dello sport, è riuscitita a fare passi da gigante.

Vi risparmio i numeri riguardanti i due sport maggiori, Basket e American Football, perché sarebbero troppo umilianti da una parte e strabilianti dall’altra.
L’unico dato significativo interpretabile senza uso di troppe parole è questo: otto dei primi dieci stadi al mondo per capienza (spettatori) appartengono ad atenei americani e ospitano le rispettive squadre di Football. Si assestano tra i 107.601 e 100.19 posti, ma ciò che impressiona maggiormente, é il Sold-Out ad ogni singola partita…non si trova un posto libero!

E allora mi sorge spontanea la domanda: come possiamo lamentarci qui in Italia della mancata concessione dei diritti ai tifosi, se siamo noi stessi a tenere un atteggiamento snobistico nei confronti dell’andare allo stadio, per sostenere dal vivo la nostra squadra, in nome del pigro convincimento che “a casa, al caldo e sul divano è meglio”?

E’ vero, in Italia lo sport non è non sarà mai parte così fondante della nostra cultura come lo è invece negli States, anche perché, lasciatemelo dire, forse di poco altro si possono vantare. Un fatto è certo, però: piangersi addosso è proprio “Cosa Nostra”!

 


OLTRE L’AULA: l’investimento formativo e la misurazione della sua efficacia

Oltre l’aula è uno spazio di riflessione, ospitato nel sito di SkillDynamics, nel quale vengono lanciati argomenti e stimoli di riflessione sul tema dello Sviluppo Organizzativo.
Per primo affronteremo il tema dell’investimento formativo e della misurazione della sua efficacia.

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Oltre l’aula è uno spazio di riflessione, ospitato nel sito di SkillDynamics, nel quale vengono lanciati argomenti e stimoli sul tema dello Sviluppo Organizzativo.
Per primo affronteremo il tema dell’investimento formativo e della misurazione della sua efficacia.

Benvenuto a chi volesse dare il suo contributo e ben trovato a chi da anni scambia con noi esperienze e pratiche, e che con noi condivide il principio che nel nostro mondo non esiste concorrenza, ma semplicemente “colleganza”. Tutti coloro che si occupano di migliorare l’essere ed il ben essere di sistemi complessi, siano essi organizzazioni o persone, fanno semplicemente lo stesso mestiere e solo tramite il confronto e lo scambio potranno farlo, tutti, molto meglio.

La cooperazione è la faccia più bella della competizione perché sancisce che l’antagonista non è chi fa il tuo stesso mestiere, ma l’antagonista è il disagio che vivono tutti coloro i quali hanno bisogno del tuo sostegno.

La Formazione

La formazione professionale altro non è se non il processo continuo di costruzione e consolidamento delle competenze, intese come l’insieme di conoscenze, capacità e comportamenti, necessarie per ottemperare ai requisiti specifici del ruolo ricoperto dalle persone nell’ambito della organizzazione per cui operano.

Può definirsi competente solo chi è in grado di trasformare gli input che riceve in output che soddisfano pienamente i destinatari del suo operare, ovvero dei suoi clienti, che possono essere interni, nel caso dei flussi di lavoro operativo, od esterni quando si tratta di coloro che pagano un prezzo per fruire dei prodotti/servizi dell’azienda. Ecco quindi che la competenza si manifesta sistematicamente ogniqualvolta il lavoratore è chiamato ad agire, a prescindere dal suo ruolo e dalla sua posizione gerarchica all’interno dell’azienda, ed è proprio per questa ragione che la competenza è uno dei fattori chiave della competitività dell’impresa.

Considerando che i termini competenza e competizione hanno la stessa radice etimologica: cum-petere – partecipare con altri – possiamo affermare che la competenza sia il pre-requisito per essere ammessi ad una competizione e che ciascun tipo di competizione abbia le sue proprie competenze distintive. Solo le aziende che presidiano al meglio le competenze distintive saranno competitive!

Identificare le competenze distintive, monitorarle, svilupparle, diffonderle e consolidarle diviene pertanto un imperativo categorico per le aziende che vogliono migliorare la loro posizione nel mercato.

Per acquisire informazioni predittive sulla competitività futura delle aziende sarà sufficiente analizzare gli investimenti fatti in formazione nel corso del tempo, sia in valore assoluto che in termini di incidenza su altre variabili socio-economiche (€/addetto, % investimenti, ecc.). Si scoprirà immediatamente che le aziende leader sono quelle che hanno maggiormente investito nella formazione.

Si può legittimamente obiettare che anche altre variabili concorrono, forse in misura maggiore, alla competitività: l’innovazione prodotti/mercati, l’efficienza dei processi, la qualità del prodotto/servizio, la motivazione delle persone. L’obiezione è inoppugnabile, va però ricordato che il livello di manifestazione delle variabili competitive elencate è determinato dalla competenza delle persone che hanno responsabilità gestionali e/o operative, ed è proprio per questa ragione che definiremo queste competenze chiave o, mutuando una diffusa locuzione anglosassone, core competencies.

Nel seguito del presente lavoro verranno affrontati i temi dell’apprendimento e dell’efficacia della formazione e della sua misurabilità.

L’apprendimento 

Qualsiasi intervento formativo deve avere l’obiettivo di colmare il gap esistente tra il livello corrente di competenza, di un individuo o addirittura di una intera organizzazione, ed il livello di competenza richiesto dalle dinamiche e dai cambiamenti esterni all’impresa e dalla stessa non governabili, quali le nuove tecnologie, l’aggressività della concorrenza, ecc.

Con la formazione vengono acquisite nuove competenze che permettono di incrementare il patrimonio di saperi dell’organizzazione – conoscenze, saper essere e saper fare – e di conseguenza di indurre nei fruitori cambiamenti, piccoli o grandi, che si devono tradurre in nuovi ed efficaci comportamenti.

La formazione può essere erogata in svariate differenti modalità che vanno dall’aula tradizionale fino alla formazione uno-a-uno (coaching) oppure in remoto con una gamma ampia di possibile interattività.

Queste modalità hanno costi ed efficacia molto diversi tra di loro ma, dato il fine che le accomuna, la loro efficacia si manifesta tramite l’adozione sistematica, da parte dei destinatari, di nuovi comportamenti.

La fase di applicazione delle nuove pratiche e la verifica dell’efficacia sono quindi parte integrante del processo formativo e vedremo ora come sia possibile realizzarla.

Suggeriamo che un percorso formativo venga impostato e gestito tramite i seguenti 5 passi:

Passo 1: qualsiasi intervento/percorso formativo deve esplicitare gli obiettivi che intende realizzare dichiarando quali sono i nuovi comportamenti osservabili che il partecipante dovrà adottare al termine del percorso a dimostrazione della effettiva acquisizione delle competenze.

Passo 2: durante i momenti formativi devono essere effettuati momenti di verifica dell’effettivo trasferimento di concetti/pratiche

Passo 3: ciascun momento formativo si concluderà con un piano di azione / applicazione degli apprendimenti, un impegno formale che ciascun partecipante assume con l’azienda, ma prima ancora con se stesso.

Passo 4: realizzazione del piano e monitoraggio, ove possibile utilizzando quali risorse altri partecipanti, suddivisi in piccoli gruppi di tre persone, ed applicando il modello Batesoniano dell’auto-aiuto.

Passo 5: a distanza di qualche settimana viene svolta una sessione di confronto e feedback tra i partecipanti che permette a tutti di fare tesoro dei vissuti altrui rinforzando gli apprendimenti avvalendosi dell’esperienza vicaria.

La misurazione del ritorno dell’investimento formativo

Le discipline economico-finanziarie distinguono con precisione i concetti di Costo e di Investimento.

Il costo è l’espressione monetaria (importo) del valore dei beni e servizi utilizzati per la produzione o l’acquisto di un bene o servizio che diventa investimento quando il beneficio indotto da tali beni o servizi si manifesta nel corso di più esercizi. Tale importo diviene quindi ammortizzabile ed ogni singolo esercizio si vedrà attribuita la sola quota di costo di sua competenza. Esattamente quello che accade per gli impianti e le attrezzature industriali.

Utilizzando questa accezione la formazione, producendo benefici nel tempo, è a pieno titolo un investimento ma mentre nel caso di investimenti industriali è sufficientemente semplice determinare il ritorno economico (ROI) o finanziario (IRR) quando si tratta di formazione la cosa si complica un poco.

In prima approssimazione si potranno valutare le variazioni di prestazioni della persona, ma con questo criterio non sarà possibile separare gli effetti specifici dovuti dall’incremento di competenze da altri legati al contesto, alla congiuntura, ecc. Il rischio che si corre in questi casi è duplice e speculare: premiare / punire per i risultati ottenuti con una forte incidenza di fattori esterni, confermando i comportamenti di per sé inefficaci o punendo e inducendo cambiamenti di comportamenti efficaci.

Si suggeriscono due modi per monitorare l’effettivo apprendimento da parte dei partecipanti nell’intervallo che intercorre tra l’attività d’aula ed il successivo momento di follow-up:

  1. valutare il grado di attuazione del piano di miglioramento individuale redatto a fine corso;
  2. effettuare un feedback a 360° discontinuo e temporaneo (3 osservazioni) coinvolgendo i principali stakeholder del partecipante per l’osservazione dei soli comportamenti obiettivo del corso di formazione.

Per l’applicazione di questa seconda modalità è necessaria la predisposizione di un Modello di Gestione delle Competenze nel quale sono riportate, per i principali ruoli organizzativi, le competenze chiave ed i comportamenti osservabili che ne dimostrano il possesso da parte delle singole persone titolari di ruolo.

Questo argomento sarà affrontato nel prossimo appuntamento con Oltre l’Aula.

 

Sergio Balzani


Sport Resilience Lab – Allenare la resilienza nello Sport

Quante volte abbiamo sentito dire che un atleta è “andato nel pallone” o “non ha retto la gara”.
Resilienza e Durezza Mentale sono qualità psicologiche che possono fare la differenza, specialmente nelle situazioni in cui ansia da prestazione e pressioni agonistiche influiscono sulla capacità dell’atleta di gestire lo stress.

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Quante volte abbiamo sentito dire che un atleta è “andato nel pallone” o “non ha retto la gara”.
Resilienza e Durezza Mentale sono qualità psicologiche che possono fare la differenza, specialmente nelle situazioni in cui ansia da prestazione e pressioni agonistiche influiscono sulla capacità dell’atleta di gestire lo stress. 
Nello sport le situazioni di Choking ovvero di un black-out mentale di fronte alla pressione di un evento agonistico, sono molto frequenti. Lo Sport però, è una grande palestra di resilienza e la psicologia dello sport dimostra come sia possibile allenare la resilienza stessa nello sport.

E tu, quanto sei Resiliente?
Sport Resilience Lab (S. Ortensi, 2016) è un protocollo che nasce in risposta a questa esigenza proponendo un training di potenziamento della Resilienza e della Durezza Mentale degli sportivi attraverso le tecniche di Mental Training.
Puoi valutare la tua capacità di resilienza con il nostro SPORT RESILIENCE QUESTIONNAIRE (Ortensi, 2016). Provaci!

Il metodo di allenamento del nostro Sport Resilience Lab ora è anche un ebook, puoi scaricare il primo capitolo gratuitamente qui   oppure il testo completo QUI
L’ebook Sport Resilience Lab è disponibile anche nei seguenti Store: IBS, Hoepli, Tim Reading, Euronics, Omniabuk.


Il tempo dell’infortunio

Spesso gli sportivi vivono il tempo dell’infortunio come sospensione e attesa passiva. Invece, imparare a sfruttarlo come una risorsa preziosa aiuta a tornare in campo più forti e consapevoli.

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Noi spettatori vediamo il risultato finale: la gioia oltre la linea del traguardo, il passaggio perfetto che manda un pallone in rete, l’ace che fa vincere una partita. Ma per arrivare quel punto, al culmine dell’espressione sportiva, un atleta soffre. E lo fa per la maggior parte del suo vissuto sportivo.

Come può un atleta sopportare tutto questo?
In realtà, uno sportivo possiede doti di resilienza superiori alla media ed è perciò preparato ad accettare e superare il dolore fisico. Pensiamo ad esempio a quelle sofferenze “di routine” come lo sforzo della preparazione atletica, le difficoltà di allenarsi in condizioni climatiche o ambientali critiche, la delusione per una sconfitta. Sono, queste, difficoltà accettabili e tollerate perchè si ha un percorso chiaro davanti a sè fatto di step, pur molto sfidanti, verso la prestazione eccellente.

Ma esiste un altro tipo di sofferenza: l’infortunio, un evento inaspettato e destabilizzante, che mina la sicurezza e l’equilibrio emotivo. L’evento traumatico dell’infortunio costringe lo sportivo a ridefinire il proprio ruolo sociale. Rabbia, paura del dolore, frustrazione e non accettazione dell’infortunio, sono alcune delle più immediate e comuni reazioni da affrontare e da trasformare in strumenti di crescita personale.

Spesso gli sportivi vivono il tempo dell’infortunio come sospensione e attesa passiva, congelando insieme all’attività sportiva anche tutti quei rapporti che ruotano intorno ad essa. Invece, mentre aspetta il momento di tornare in campo l’atleta continua a essere un atleta e il tempo che si trova ad avere per sé è una situazione che raramente può sperimentare durante la vita agonistica regolare, condizionata da allenamenti e gare. Diventa allora molto importante poterlo sfruttare, prevedendo un piano per allenare e acquisire competenze sportive, strategiche e psicologiche.
Psicosport ha messo a punto un piano di recupero dall’infortunio, un protocollo di intervento che si avvale degli strumenti diagnostici e delle tecniche proprie della preparazione mentale, dedicato in modo specifico alla gestione e al recupero dell’atleta infortunato. Contattaci per saperne di più!


Possiamo fidarci delle Intuizioni?

Non è magia, preveggenza e neppure istinto, l’intelligenza intuitiva è un superpotere che tutti abbiamo, ma che spesso sottovalutiamo.

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Non è magia, preveggenza e neppure istinto, ma come spiega la dott.ssa Stefania Ortensi, l’intelligenza intuitiva è un superpotere che tutti abbiamo, ma che spesso sottovalutiamo. Senza che ce ne rendiamo conto, la nostra mente immagazzina esperienze, informazioni ed elementi sensoriali, che l’inconscio poi elabora e ci restituisce al momento opportuno sotto forma di intuizioni.

Dove nascono le intuizioni?
Le neuro scienze hanno dimostrato che questi messaggi preziosi che spesso orientano le nostre scelte hanno origine nell’emisfero destro del cervello, ovvero dove hanno sede le emozioni.

L’intuito, infatti, si distingue dalla razionalità: il primo rappresenta una capacità di cognizione rapida ed emotiva, la seconda – continua Stefania Ortensi – si basa sul ragionamento e sull’analisi dei dati, un procedimento più lento e faticoso”.

Non tutte le intuizioni sono giuste, è ovvio. Ma di sicuro portano a prendere decisioni che ci somigliano di più. “Purtroppo oggi, la fretta, il bisogno di risposte certe e azioni produttive, ci stanno facendo perdere la capacità di ascoltarci e di fidarci delle sensazioni”, ammette l’esperta. “Preferiamo affidarci al pensiero logico, invece che gestire un’emozione”.

E se imparassimo di nuovo a credere nella nostra intelligenza intuitiva? Ecco come fare:

1 Coltivare i momenti di relax

Le intuizioni appaiono quando riduciamo al minimo lo stress, le attività, gli impegni. In uno stato di calma profonda possiamo guardarci dentro senza interferenze e lasciare spazio alle intuizioni.

2 Non giudicare

L’intuito deve essere ascoltato e basta. Ogni forma di giudizio o di analisi mette in moto il pensiero logico e annulla quello intuitivo. Quando si hanno delle sensazioni occorre accoglierle e ascoltare se modificano il nostro stato di benessere.

3 Allenare la fiducia

Se non si è più abituati a seguire l’intuito, possiamo creare un percorso graduale per stimolare la fiducia in ciò che sentiamo. Iniziamo dalle piccole cose. Per esempio potremo farci guidare dall’intuito per decidere accanto a chi sederci in un gruppo di persone mai frequentate prima.

4 Prestare attenzione ai preconcetti

L’intuizione è puro pensiero, deve fornirci indicazioni utili per scegliere, ma non trasformarsi in una presa di posizione affrettata. Per esempio se abbiamo la sensazione che una persona sia inaffidabile, è giusto alzare la guardia, ma non comportarci come se già avessimo la prova della sua scorrettezza.

 

L’articolo è tratto dall’intervista di Barbara Gabbrielli a Stefania Ortensi, pubblicata sul numero 40 della rivista Starbene


Lo Sport dei Ragazzi: istruzioni per l’uso!
Giovedì 05 Ottobre 2017

Conosciamoci! Il Team Psicosport incontra genitori, allenatori e operatori del mondo dello sport.

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Giovedì 5 Ottobre il Team Psicosport sarà a Laveno Mombello per incontrare genitori, allenatori e operatori del mondo dello sport giovanile. L’intento della serata è affrontare i principali temi della vita sportiva dei nostri figli con la mediazione di uno psicologo dello sport e accogliendo i punti di vista di tutti i principali attori dello sport giovanile: genitori, tecnici, dirigenti sportivi.

  • Parleremo di motivazioni e aspettative
  • Sport e autostima
  • Relazione genitore – allenatore
  • Gestione della gara
  • Sport e scuola

La serata è organizzata sotto il patrocinio del Comune di Laveno Mombello, grazie all’iniziativa dell’Associazione Genitori e la collaborazione delle società sportive del territorio.
L’ingresso è libero, ore 20.30 presso il Teatro Franciscum, via Redaelli 13.


Dimenticati dello smartphone! Non riesci a farne a meno?

Nel catalogo delle nuove ossessioni, la tecnologia gioca un ruolo da protagonista.
Niente paura! Ecco una strategia in 3 mosse per combattere la dipendenza!

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Arriva il week-end, ma non riesci a liberarti del telefono?
Le intenzioni sono buone, ma la tentazione di controllare la mail è troppo forte. Succede sempre più spesso di non riuscire mai a staccare veramente dal lavoro, il tempo in ufficio si dilata e ci segue fin dentro casa, a cena con gli amici, nell’intervallo del cinema. E il lunedì mattina siamo già stanchi.
 
Al catalogo delle piccole ossessioni vanno aggiunte nuove voci e sono per la maggior parte digitali. Sharon Begley nel libro “Non riesco a farne a meno – La Scienza dietro le nostre ossessioni” – in uscita ad Ottobre – spiega come gli impulsi a compiere determinate azioni oggi passino tutti attraverso lo smartphone, che diventa come una coperta di Linus che assorbe la paura di essere dimenticati o di perderci qualcosa.
 
La tecnologia ha decisamente amplificato l’ansia, l’emozione che sta alla base dei gesti compulsivi. Quante volte nelle ultime due ore avete controllato le notifiche dei social? A quante conversazioni su whatsapp avete risposto negli ultimi 30 minuti?
 
Controllare, rispondere in tempo reale non sono altro che compulsioni e “sono una risposta a questo stato d’animo perchè forniscono l’illusione di tenere sotto controllo almeno una parte della propria vita – spiega la dott.ssa Stefania Ortensi – Ma a differenza di ciò che accade nelle compulsioni tradizionali, in cui l’attenzione è rivolta verso l’esterno (spegnere il gas, riordinare i cassetti in modo maniacale), la tecnologia e il web hanno spostato il bisogno di controllo verso noi stessi”.
 
Essere sempre sotto i riflettori però amplifica l’ansia da prestazione e il bisogno di essere perfetti e aggiornati, ingigantendo anche l’illusione di non poter mai incorrere in imprevisti sia nella percezione che gli altri hanno di noi, sia nel rapporto con il mondo esterno.
 
E’ un processo irreversibile? Forse no, possiamo imparare a governarlo mettendo in atto una strategia semplice in tre mosse:
 
1 – Stabilisci una fascia oraria in cui smettere di rispondere alle mail.
Essere reperibili 24ore al giorno ci fa sentire efficienti e infallibili e spegnere il telefono all’inizio sarà fonte di ansia, ma ti accorgerai che il tuo valore non dipende dalla tua reperibilità.
 
2 – Trova da solo la soluzione
Prova a farcela da solo senza chiedere a google, senza controllare le mappe. Chiedi informazioni alle altre persone, fai affidamento alla tua memoria e al tuo senso dell’orietamento. Questo mettarà in moto un meccanismo che ci fa sentire capaci, aumentando la nostra self-efficacy.
 
3 – Decidi con chi vuoi comunicare
Una comunicazione è più efficace se è mirata. Postare su facebook un contenuto aperto tutti non ci garantisce di essere ricordati o desiderati, potrebbe anzi non essere nemmeno notato nell’immenso traffico di informazioni del social network. Prima di pubblicare una foto o un messaggio, scegli prima a chi dedicarlo.
 
 
L’articolo è tratto dall’intervista di Barbara Gabbrielli a Stefania Ortensi, pubblicata sul numero 40 della rivista Starbene

Allenare ad alto livello: stress, pressione, ossessione.

L’esperienza di Silvio Baldini dimostra quanto la motivazione intrinseca sia la benzina primaria anche per chi lavora nello sport di altissimo livello. La passione aiuta a gestire la pressione!

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5 ottobre 2011. Silvio Baldini viene esonerato dal Vicenza dopo la sconfitta con il Varese. Un tecnico, quello nativo di Massa, classe 1958, molto chiacchierato.

Allenatore vulcanico e uomo di campo in senso assoluto, Baldini vive nel quadriennio 1999-2003 il suo periodo migliore alla guida dell’Empoli, che conduce in Serie A e con cui si salva il primo anno. Da qui un tunnel che sembra senza fine.

ph @LaGazzetta

Esonerato nell’ordine da Palermo (2004), Parma (2005) e Lecce nel 2006. Torna in panchina nel 2007-08 alla guida del Catania ma anche qui i problemi non mancano: durante la prima giornata del campionato di Serie A si rende protagonista di un episodio disdicevole. Viene espulso all’85° minuto di gioco e, nei confronti dell’allenatore del Parma Domenico Di Carlo che lo invita ad uscire dal terreno di gioco, reagisce in modo violento, colpendo il collega con un calcio e rimedia un mese di squalifica. La stagione non va poi meglio, con il Catania che lo esonera a fine marzo. Il richiamo di casa è fortissimo: torna ad Empoli, per riportarlo in Serie A, ma manca l’obiettivo e la squadra toscana lo sostituisce nel giugno 2009. Due anni di stop ed ecco il Vicenza che non gli lascia terminare il campionato e lo esonera nuovamente.

STRESS E FELICITÀ – Dopo il quinto esonero consecutivo, Baldini stacca la spina. “Il calcio mi portava ansia e stress da star male, mi ero rotto di vivere con queste pressioni e mi sono messo da parte. Anche se dentro di me il calcio è sempre stato una parte importante. Basta, non ne potevo più. Preferivo allenare i miei cani da caccia”. Sei anni e mezzo dopo, Baldini torna ad allenare a due passi dalla natia Massa e assume la guida della Carrarese in Lega Pro.

ph.@LaNazione

Lo fa gratis, per scelta personale mettendo, a suo dire, il benessere psicofisico al primo posto. “Sto benissimo e mi sembra di essere tornato indietro di 20 anni all’inizio della mia carriera, quando vivevo il calcio come una gioia e non come un’ossessione”.

Stress, pressione, ossessione. Quando lo sport diventa così distorto, come fare a non entrare in un tunnel pericoloso?

“Nel Calcio si è messi quotidianamente davanti al confronto con il risultato e questo alimenta ansia da prestazione che se viene mal gestita – spiega Stefania Ortensi, Psicologa dello sport – può sfociare anche in atteggiamenti aggressivi o sopra le righe”.

È bene però ricordare non esistono solo l’alto agonismo, i risultati e gli scudetti. Il Calcio può essere inteso anche in modo differente, come passione pura e divertimento. Quando nello sport si mette al primo posto il benessere davanti alla prestazione, allora questo torna essere una preziosa e stimolante risorsa. È forse quello che è successo a Mister Baldini: un cambio radicale di prospettiva. Cambiamento che gli ha permesso di tornare alle origini e recuperare la motivazione intrinseca, cioè quella spinta all’azione che nasce da dentro noi stessi e ci spinge a fare le cose per il puro piacere di farle, indipendentemente da risulta e gratificazioni esterne.

Tornare alle motivazioni più profonde, ritrovare l’esperienza autotelica, il Flow – quello stato di grazia che viviamo quando proviamo grande gratificazione da quello che stiamo facendo – dandosi obiettivi di prestazione e non di risultato è certamente uno dei modi migliori per gestire l’ansia da prestazione e affrontare prontamente le responsabilità di allenare ad alto livello.

Flavio Suardi


Stop all’ansia da rientro!

Si chiama post-vacation-blues e ne soffre il 40% degli italiani. Come uscirne con le tecniche di mental training.

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Si chiama post-vacation-blues e ne soffre il 40% degli italiani. Come uscirne con le tecniche di mental training?

La post vacation blues o sindrome da rientro di solito inizia a farsi sentire durante gli ultimi giorni di ferie, per poi esplodere una volta tornati alle vecchie routine. Malinconia e sensazione di non aver avuto abbastanza tempo per noi si amplificano: eccessiva spossatezza, difficoltà di concentrazione e apatia, irritabilità sono i sintomi più frequenti della depressione da fine vacanza.

“La sindrome da rientro è legata alla difficoltà di accettare la fine della vacanza, che rappresenta la perdita del tempo e dello spazio per se stessi, una sorta di lutto da elaborare” spiega la dott.ssa Stefania Ortensi, psicologa dello sport e del benessere.

Ma niente paura, questa situazione di malessere e rimpianto continuo può essere curata in autonomia, a partire già dagli ultimi giorni di ferie. Possiamo disintossicarci dall’ansia da routine adottando alcuni accorgimenti mutuati dalle tecniche di mental training più utilizzate dagli atleti professionisti!

1. Performance Profile
Le ferie ci offrono l’occasione d’oro di avere del tempo per noi.
Così come gli atleti compilano il Performance Profile, noi possiamo redigere una sorta di bilancio di competenze, riflettendo con serenità su ciò che non ci soddisfa e su ciò che invece più amiamo della nostra quotidianità.

2. Goal Setting
Il secondo passo è pianificare nuovi obiettivi per la nostra “stagione agonistica”: un desiderio o un progetto da realizzare, qualcosa di nuovo da imparare una volta rientrati. Piccoli goal che ci stimoleranno a riprendere con più energia.

3. Dare importanza al recupero
Come è ben noto, una parte fondamentale della preparazione degli atleti è l’allenamento fisico, ma spesso ci si dimentica che i tempi di recupero tra una seduta e l’altra rivestono un’importanza pari se non maggiore. Il nostro consiglio quindi è di non gettarsi a capofitto nella vita di prima, ma di conservare spazi programmati di relax e momenti da dedicare se stessi: sarà come vivere delle microvacanze!

4. Visualizzazione
Nei momenti più duri, quando siamo demotivati, irritati e privi di energie, la nostra esperta consiglia di utilizzare la visualizzazione del posto sicuro. Consiste nel richiamare alla mente i luoghi delle vacanze che più ci sono piaciuti, per rievocare le sensazioni di benessere che abbiamo vissuto. Mentalmente attingeremo agli effetti benefici di quei momenti e terremo lontano ansia e stress.

Leggi l’articolo correlato uscito su Starbene n°35:


Tecniche di Mental Training applicate… alle ferie!

I segreti dello sport agonistico ci vengono in aiuto anche per progettare le nostre vacanze, in modo da ottenere il massimo e tornare a casa carichi di energie.

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I segreti e le tecniche di preparazione degli atleti agonisti ci sono di ispirazione in molti ambiti della vita quotidiana. Possiamo trarne vantaggio anche per programmare le nostre ferie in modo da ottimizzare al massimo rendimento e benefici del periodo più atteso dell’anno.

La vacanze sono il traguardo ambito dell’estate, le identifichiamo spesso come l’unico rimedio a stress e stanchezza accumulati durante l’anno. Ed in parte è vero. Come spiega Stefania Ortensi, psicologa dello sport: “le ferie sono una risorsa importante per il nostro benessere perchè ci consentono un cambiamento di ritmo che stimola e rigenera“. Attenzione allora a non sottovalutarle o improvvisarle, si rischia di trasformarle in fonte di ansia e delusione.

Se vogliamo ottenere il massimo dalle nostre vacanze, possiamo fare ricorso ad alcune tecniche che utilizzano gli sportivi agonisti. Parliamo per esempio di Goal Setting, la pianificazione degli obiettivi che ci vogliamo prefiggere per il nostro periodo di stacco.
Quali caratteristiche devono avere? Per prima cosa devono essere realistici e realizzabili in tempi ragionevoli. La cosa migliore è prendere carta e penna e fare una lista di ciò che vorreste vedere e di attività che vorreste fare: ink it, don’t think it! Vi aiuterà non disperdere energie mentali inseguendo un ideale di vacanza irrealizzabile.

Nei percorsi di Mental Training insegnamo agli atleti a rimanere nel Qui ed Ora, a concentrare cioè tutta la loro attenzione nel momento presente, per evitare di rimanere ancorati per esempio ad un errore appena commesso, oppure al contrario di correre troppo avanti con il pensiero, disperdendo energie mentali in pensieri astratti.

Come può tornare utile per un turista in partenza questo accorgimento?
Il 72% degli Italiani si rende reperibile anche in ferie, ma ogni mail, ogni telefonata ci riportano in ufficio o ci fanno fare un balzo in avanti verso il momento del rientro, minando lo stato di benessere e tranquillità appena raggiunto. Se proprio non ne potete fare a meno, riservate alle questioni lavorative un momento circostanziato della giornata.
I viaggi ci conducono in luoghi sconosciuti e avere una meta da esplorare ci porta a fantasticare e proiettare desideri sulla novità. Per evitare l’ansia tipica di quando si esce dalla propria zona di comfort è utile dare importanza a ogni attimo, ogni angolo, ogni volto nuovo. E’ ciò che rende unica una vacanza e terrà inoltre alla larga lo stress da rientro!

Scarica l’intervista qui:


Come nasce lo Sport Outdoor Training®

A partire dagli evidenti parallelismi sport-azienda e affrontando il problema del rendimento lavorativo secondo la metafora della performance sportiva, si aprono nuove prospettive formative.

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Analogamente a quanto accade nello sport, la competizione nel mondo aziendale si è fatta sempre più accesa, puntando su valori quali la centralità del cliente, l’eccellenza del prodotto/servizio, l’innovazione continua e, soprattutto, il valore e la motivazione delle risorse umane interne, integrate in un gruppo di lavoro affiatato e determinato. In altre parole, un team vincente.

La preparazione mentale, che rappresenta un supporto e un completamento indispensabile nella preparazione tecnico-atletica dello sportivo di alto livello, oggi può essere applicata nello sviluppo, nel potenziamento e nell’ottimizzazione delle capacità psicologico-cognitive fondamentali nel top-management. Il risultato consiste nel cambiare il modo di pensare delle persone su ciò che è desiderabile, possibile e necessario.

Da qui la nascita dei moduli di Sport Outdoor Training come mezzo di comprensione e di risoluzione delle problematiche aziendali: una metodologia formativa innovativa, che guida il cliente nella sperimentazione su campo di attività sportive e che, grazie ad un forte coinvolgimento fisico, cognitivo ed emozionale, favorisce il raggiungimento di specifici obiettivi aziendali.
Nelle sessioni di Sport Outdoor Training, infatti, i manager hanno la possibilità di sperimentare situazioni sportive che rimandano facilmente a situazioni vissute in ambito professionale. In questo modo, le competenze apprese sul campo vengono traslate al contesto lavorativo.

La variegata offerta di diverse discipline sportive proposte dallo Sport Outdoor Training è un’occasione per scoprire abilità nascoste, ritrovare il piacere del lavoro in team e di valori come collaborazione e coesione.

Nella costruzione del percorso formativo Skilldynamics si pone come partner e non come semplice fornitore, rispettando le esigenze aziendali specifiche.
Una filosofia che consente di tramutare ciò che era passivo ed unidirezionale in attivo e reciproco, passando dalla correzione dei punti deboli alla valorizzazione dei punti di forza, dall’apprendimento di contenuti all’apprendimento di metodi, dalla centralità del formatore a quella dell’utente.


La felicità nello Sport: il Flow!

Se ci pensate, l’attività sportiva è un’attività fine a se stessa. Con questo non voglio dire che sia inutile, anzi, ma che non è fondamentale per la sopravvivenza umana. Se scendessero da un’astronave degli alieni sono sicuro che […]

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Se ci pensate, l’attività sportiva è un’attività fine a se stessa. Con questo non voglio dire che sia inutile, anzi, ma che non è fondamentale per la sopravvivenza umana. Se scendessero da un’astronave degli alieni sono sicuro che troverebbero l’attività sportiva senza senso: uomini che soffrono, si sacrificano, si fanno male, si sfidano per qualcosa di intangibile o per un pezzo di metallo come una medaglia. Se è per questo gli animali non praticano sport, quindi lo sport è dell’uomo.

 

Perché lo facciamo?
La risposta è semplice: perché siamo umani. La nostra forza vitale sta nel ricercare sempre qualcosa d’altro, qualcosa da provare, da vedere, da sfidare. Il piacere (anche qualcosa che va al di là di esso, diceva Freud) guida le nostre vite e anche la nostra scelta di praticare sport (o perlomeno dovrebbe). Nonostante le fatiche, le perdite, gli infortuni, i sacrifici.

Nello sport esiste uno stato, simile alla trascendenza, ma del tutto umano e terreno, assolutamente non mistico, in cui i nostri confini corporei vengono infranti, come se si potesse vedere oltre quello che si sta facendo: il nuotatore si percepisce tutt’uno con l’acqua, il corridore con il vento, una ginnasta con il gesto atletico. Questo è il flow.

In psicologia è lo stato psicologico che si sviluppa a partire da un completo coinvolgimento della propria attenzione sull’attività, in una condizione di totale equilibrio percepito tra le difficoltà del compito e le proprie abilità. Il flow non è una condizione rara, ma implica consapevolezza e attenzione nel compito.

Il flow ha più sfaccettature – dimensioni in gergo scientifico: è un equilibrio tra sfida e capacità, presuppone mete chiare, una concentrazione totale sul compito, un senso di controllo e un coinvolgimento talmente profondo che tutto diventa automatico, semplice. Noi siamo nel gesto, noi siamo nello strumento, noi sappiamo esattamente cosa fare.

Quanto dura?
Il flow non ha tempo: lo scorrere delle lancette è alterato, rallentato o accelerato, non ce ne si rende conto. Come in tutte le cose belle. Il flow però va ricercato, va allenato, va sperimentato. Sono sicuro che alla fine ogni sportivo possa ricordare almeno uno stato di flow e che la magia dello sport sia data anche un po’ dalla ricerca di questo strano, piacevole, misterioso e sempre diverso stato mentale.  Che travalica i rischi, la fatica, le botte, le delusioni ma anche le vittorie e i risultati.
Il flow non è una vittoria in campo ma una vittoria dentro se stessi. La felicità allora sta nel controllo, nel tempo che impazzisce, nel crede nella proprie abilità, nel gesto automatico, nell’immersione nella natura e, forse, anche nell’insensatezza. Se si capisce questo si capisce lo sport. Allora, siete ancora sul divano?

Dott. Nicola Tonetti – Psicologo dello Sport
ha partecipato al 22°Master in Psicologia dello Sport di Psicosport.
Vuoi più info sul Master in Psicologia dello Sport? Guarda il nostro video

 


Juve: questione di choking

La Juve cade ancora sul più bello: su 9 finali di Champions, è arrivata la settima sconfitta. Come liberarsi dalla Maledizione da Finale.

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“Il mio compito non è giudicare trenta minuti di blackout, ma un’intera annata. E io sono orgoglioso di questo gruppo, perché abbiamo la consapevolezza di aver raggiunto una dimensione europea totale. In tutti noi c’è la volontà di migliorare e di continuare a crescere sapendo che questa è una competizione in cui se si sbagliano 10-15 minuti non si arriva ad alzare il trofeo. Questa finale ci deve rendere ancora più cattivi”. Così Andrea Agnelli, presidente della Juventus, dopo la sconfitta di Cardiff.

“Ci è girato tutto male”, ha detto a fine partita Gigi Buffon. Che ha poi anche aggiunto: “Il Real Madrid ha dimostrato di essere più abituato di noi a certi palcoscenici e a vincere determinate partite, quando la forza mentale ti deve sorreggere”.

“Sul gol di Casemiro abbiamo mollato mentalmente. Invece bisognava restare aggrappati alla partita, è quello che andrà fatto l’anno prossimo, dobbiamo migliorare nella gestione della partita”. Questa invece una sintesi del pensiero di Max Allegri, tecnico juventino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre persone, tre dichiarazioni, un unico filo conduttore che lega i concetti di blackout, forza mentale e gestione delle energie in un contesto così importante.

Sarebbe ovviamente riduttivo pensare di spiegare la sconfitta della Juventus solo ed esclusivamente parlando di inadeguatezza dal punto di vista della preparazione mentale, però è indubbio che da quando il Real Madrid ha segnato il gol del 2-1, le facce dei giocatori di Allegri sono cambiate e la tensione li ha completamente abbandonati, lasciando agli spagnoli campo sostanzialmente libero.
E così la Juventus è caduta nuovamente sul più bello: su 9 finali di Champions disputate, è arrivata la settima sconfitta. La seconda sul altrettante finali disputate in tre anni. La squadra, per usare un paragone ciclistico, ha le caratteristiche per competere nelle grandi corse a tappe, campionato su tutte, arriva in fondo ad una stagione logorante come quella di Champions League, ma poi al momento di concretizzare non riesce a scacciare la scimmia che ormai le staziona sulla spalla.

“Nello sport si possono rilevare quotidianamente situazioni di Choking ovvero di un black-out mentale di fronte alla pressione di un evento agonistico – afferma la dott.ssa Stefania Ortensi, Direttore del Master di Psicosport – e alla base di questo fenomeno gioca sicuramente un ruolo centrale l’ansia da prestazione e la relativa capacità di gestione dello stress dell’atleta, ma esistono anche qualità psicologiche come Resilienza e Durezza Mentale che possono fare la differenza nella prevenzione del fenomeno”.

-Come si possono integrare nel contesto di una manifestazione sportiva così importante i concetti di durezza mentale e resilienza?

“Per Durezza Mentale si intende un costrutto multidimensionale che comprende la capacità mentale di recuperare dopo sconfitte e errori, l’abilità di controllare la tensione agonistica, la capacità di mantenere l’attenzione per tempi prolungati, il livello di autostima sportivo e il grado di coinvolgimento e impegno nel raggiungere gli obiettivi – continua Ortensi – mentre il concetto di Resilienza deriva originariamente dalla tecnologia metallurgica dove indica la proprietà di un materiale di resistere alle forze che vi vengono applicate (sollecitazioni come piegamenti, allungamenti, compressioni od urti) riprendendo la sua forma originale. Altri riconducono l’etimologia della parola al verbo latino “resalio”, ovvero il tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate. In psicologia si definisce resilienza la capacità di resistere alle frustrazioni, allo stress ed alle difficoltà della vita. La resilienza è quindi la capacità di fronteggiare efficacemente gli eventi critici – come un evento traumatico, un infortunio o una sconfitta – reagendo in modo positivo”.
Resilienza e durezza mentale non sono solamente qualità innate, ma caratteristiche che si possono apprendere, sviluppare e “allenare” attraverso un lavoro di preparazione mentale. Il Mental Training è un allenamento psicologico composto da diverse tecniche, selezionate in base alla specificità della singola disciplina sportiva, agli obiettivi da raggiungere e al profilo personologico dell’atleta che consente di rafforzare durezza mentale e resilienza dell’atleta portando un’automatizzazione delle strategie di gara, consentendo un esame critico degli aspetti della prestazione, favorendo l’apprendimento dei particolari della tecnica e aumentando il controllo delle situazioni stressanti e/o dolorose.
La preparazione mentale è una componente essenziale del programma di preparazione globale di un atleta per imparare a migliorare la gestione dello stress agonistico, pianificare gli obiettivi, stendere un profilo di prestazione, lavorare su concentrazione e abilità attentive, alimentare la motivazione intrinseca, migliorare la capacità di presa di decisione in tempi rapidi, acquisire tecniche di controllo del respiro e rilassamento o gestire in modo ottimale le risorse proprie fisiche, emotive e cognitive.

-A detta di molti commentatori e degli stessi protagonisti in campo, la Juventus ha sbattuto contro la criticità del gol del 2-1 per il Real, arrivato in maniera molto fortunosa. Buffon ha parlato di “episodi che girano male”. Ma come si può cercare di reagire ad un evento del genere provando a salvaguardare la prestazione?

“Un’efficace reazione all’errore inizia paradossalmente prima ancora che l’errore venga commesso – spiega la dott.ssa Ortensi – essa parte infatti dalla lettura o interpretazione a priori che l’atleta fa del possibile errore. Si tratta quindi di un lavoro che va fatto “a secco”, prima dell’evento, solo così l’allenatore nel momento decisivo potrà far leva sui giocatori per una spronarli a reagire. E’ fondamentale che un atleta lavori in Mental Training alla propria capacità di reazione all’errore”.
“Per voltare pagina dopo un errore e reagire efficacemente senza compromettere il resto della prestazione serve lavorare su una lettura funzionale da parte dell’atleta dell’errore.
È fondamentale che ogni atleta metta in conto preventivamente la possibilità di commettere errori o di “bucare” una prestazione lavorando a pieno sul proprio senso di autoefficacia così da non correre mai il rischio di identificarsi nell’errore stesso. “Io NON sono l’errore, ma ho commesso un errore come è ovvio e normale che prima o poi succeda del mio sport”. Questo è l’approccio da cui iniziare.
La presa di consapevolezza che l’errore è “fisiologico” per l’atleta e non ne cambia il valore in campo – per quanto si lavori duramente per ridurne la probabilità – e la sua accettazione consente agli sportivi di gestire efficacemente una prestazione negativa e voltare le spalle all’errore più rapidamente.
Creare inoltre una routine di reazione all’errore che contenga immagini mentali, respiri e self-talk positivo può implementare la capacità di lasciarsi alle spalle velocemente la prestazione negativa, mantenendo un atteggiamento positivo, sia a livello mentale che fisico-posturale, attivando strategie di rilassamento, Re-Focus e concentrazione.

-Come si può ripercuotere questa sconfitta sugli impegni futuri?

“Certamente qualora la sconfitta non venga rielaborata correttamente e ricontestualizzata può generare nell’atleta vissuti di frustrazione, demotivazione e in qualche caso depressione. Non è un caso se i più recenti studi evidenziano come gli atleti siano una categoria di popolazione ad alto rischio di depressione. Il mondo dello sport, infatti, presenta alcuni stressors che vanno ad esacerbare il rischio di fenomeni depressivi negli sportivi.
“Il macigno di aspettative, interne ed esterne, che a volte opprime l’atleta e il dover fare quotidianamente i conti con una cultura sportiva concentrata troppo sul risultato e troppo poco sulla qualità della performance, che troppo velocemente incorona i propri eroi dopo una medaglia “pesante” per poi abbandonarli o darli per “bolliti” alla prima difficoltà, portano l’atleta ad identificarsi erroneamente con le sue prestazioni attribuendo un valore quasi assoluto ad ogni gara. Ogni perfomance assume quindi in valore di un esame o ancora peggio un giudizio rispetto al proprio valore e alla propria identità di atleta, secondo un principio dicotomico del tutto-o-niente – o sei un campione o sei un incapace – che porta a fragilizzare lo sportivo”.
Anche in questo caso il Mental Training può essere un prezioso alleato per ripianificare i propri obiettivi dopo una sconfitta, valorizzare i propri punti di forza, trovare nuovi sproni motivazionali, focalizzarsi sulla qualità della prestazione più che sul mero risultato agonistico, ritrovando quello stato di grazia estremamente appagante, piacevole e motivante che accompagna le prestazioni eccellenti. Ciò che viene definito Flow.

-Esiste una sorta di “sindrome da finale”, dato che nel caso specifico la Juventus ne ha perse 7 sulle 9 disputate e che questo peso si ripercuota sui giocatori ancora prima di scendere in campo?

L’ansia da prestazione e di conseguenza il Choking sono fenomeni da tempo descritti in diverse discipline sportive, pensiamo al braccino del tennista, allo Yip nel Golf, al Target Panic nel tiro con l’arco o al Brick del Basket. Più in generale in altri sport si parla di Icing o Cracking. Tutti modi per descrivere un deterioramento della prestazione a seguito di uno stato mentale caratterizzato da ansia da prestazione e forte pressione psicologica che accadono più frequentemente nei momenti decisivi della stagione agonistica ove le pressioni sono maggiori, come una finale”.
Per esempio, Nicolò Campriani, Oro Olimpico alla Carabina a Londra 2012 e Rio 2016, nel proprio libro parla di “blocco dell’ultimo colpo” che gli è costato la medaglia Olimpica a Pechino 2008.
“In questi momenti clou la percezione dell’atleta di eccessive pressioni, richieste di compito elevatissime e la sensazione di “non poter perdere” o “dover vincere” portano vissuti di ansia da prestazione che peggiorano drasticamente la performance dello sportivo e di conseguenza della squadra”.
Ancora una volta, grazie alle tecniche di Mental Training è possibile imparare ad affrontare la prestazione sportiva momento per momento, focalizzandosi solo sul “qui ed ora”, dimenticando paure e pressioni esterne e ritrovando la qualità del proprio gioco.

Flavio Suardi


Atleti e depressione: dalla P.O.D. Syndrome al Fine Carriera

Staff PsicosportL’incidenza della depressione sulla popolazione generale è del 6%, tra gli sportivi questa percentuale arriva al 20%, per poi alzarsi fino al 50% se si parla del fine carriera di un atleta. Cosa succede nella mente degli sportivi?

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Dietro l’immagine patinata e di successo che viene associata al mondo dello sport spesso si cela un’ombra inaspettata: cosa c’è dietro ad un risultato eccellente o ad un colpo perfetto, Cosa sta accadendo nel mondo interiore di quell’atleta?

Troppo spesso lo sport diventa un catalizzatore di tensioni interne e disagi emotivi. Non è quindi un caso se uno dei disturbi psichici più studiati rispetto allo sport sia proprio la depressione.

Se è vero, come numerose ricerche dimostrano, che una regolare attività fisica può migliorare la qualità di vita e il benessere delle persone che ne soffrono, è altrettanto verificato che proprio gli atleti siano una categoria ad alto rischio di depressione. Si pensi che se l’incidenza della depressione sulla popolazione generale è del 6% (350 milioni di persone ne soffrono), tra gli sportivi questa percentuale arriva al 20%, per poi alzarsi fino al 50% se si parla del fine carriera di un atleta (dati Adnkronos Salute, 2011).

L’ambiente sportivo infatti può diventare causa di ansia e depressione quando contiene al suo interno dinamiche disfunzionali e frustranti. Basti pensare al peso delle aspettative di risultato che spesso possono portare al burn-out.

Un recente studio del dottor David Fletcher, ricercatore inglese di Psicologia della Performance presso l’Università di Loughborough (UK), evidenzia come in otto biografie su dodici di sportivi professionisti emerga la parola depressione.

Ormai sono molti gli atleti che non fanno mistero di averne sofferto. Dal calciatore inglese Aaron Lennon a Gigi Buffon, da Federica Pellegrini a Serena Williams, passando per Ian Thorpe, Andrè Agassi, Marco Pantani, Andy Baddeley, Jack Green, Natasha Danvers, Allison Schmitt, Dame Kelly Holmes e Lindsey Vonn. Solo alcuni esempi fra tanti per comprendere come la ricerca del successo sportivo, del perfezionismo tecnico, della gloria olimpica abbiano inevitabilmente i loro costi in termini psicologici ed emotivi.

I FATTORI DI STRESS

Il mondo dello sport presenta alcuni stressors che vanno ad esacerbare il rischio di fenomeni depressivi: il rischio di infortuni, il sovrallenamento, la gestione della propria immagine pubblica, il bisogno di vincere per avere sostegni economici, le richieste tecniche in continua crescita, il terrore del fallimento, lo spettro della fine della propria carriera agonistica, sono solo alcuni tra questi.

Oltre al peso delle aspettative interne ed esterne, l’atleta deve fare i conti quotidianamente con una cultura sportiva concentrata in modo esasperato sul risultato e decisamente poco sulla qualità della performance; una cultura sportiva che troppo velocemente incorona i propri eroi dopo una medaglia pesante per poi abbandonarli o darli per bolliti alla loro prima difficoltà. Questo cosa comporta? L’atleta tende a  identificarsi, sbagliando, con le sue prestazioni, attribuendo ad ogni gara un valore quasi assoluto.

Ad ogni prestazione, quindi, viene messo in discussione il proprio valore. Ogni performance è un esame o ancora peggio un giudizio rispetto al proprio valore e alla propria identità di atleta, secondo un principio dicotomico del tutto-o-niente – o sei un campione o sei un incapace – che porta a fragilizzare lo sportivo.

Secondo il Prof. Jurgen Beckmann, Direttore del dipartimento di Psicologia dello Sport presso l’Università Tecnica di Monaco, questo disturbo colpirebbe maggiormente gli atleti che praticano sport individuali perché generalmente attribuiscono il fallimento in grande parte a se stessi, vivendo maggiori sensi di colpa, rispetto agli atleti che praticano sport di squadra, in cui vi è una maggiore distribuzione di responsabilità.

Un’altra causa frequente di depressione nello sport è poi legata all’infortunio. L’esperienza, sempre critica per l’atleta, richiede una corretta elaborazione psicologica dell’evento traumatico e delle sue conseguenze, soprattutto quando possono comportare un fine carriera anticipato e non programmato. Non è un caso che il recupero post-infortunio sia uno dei principali ambiti di intervento dello psicologo sportivo, perché la paura di re-infortunarsi può diventare un pensiero autolimitante e disfunzionale, con un impatto importante sulla salute mentale dell’atleta e sulla sua serenità e che paradossalmente potrebbe aumentare la probabilità di farsi ancora male.

LA DEPRESSIONE POST-OLIMPICA

Oggi si parla spesso di una particolare forma depressiva che colpisce gli sportivi, la depressione post olimpica o Sindrome POD (Post Olympic Depression): si fa riferimento a quel particolare disagio che avverte l’atleta al termine dell’impegno olimpico, quando si sente svuotato, apatico, disorientato e demotivato.

I Giochi sono il sogno di ogni atleta, l’evento che ha desiderato da bambino e per cui si è preparato una vita, staccare l’agognato pass olimpico è una chance che per pochi. La sua vita sportiva viene scadenziata nei cosiddetti quadrienni olimpici. Risulta dunque evidente la portata del carico di stress ed aspettative cui sono soggetti gli atleti olimpionici, in aggiunta alle pressioni che già caratterizzano lo sport agonistico in genere.
Succede spesso che un atleta che si allena per i Giochi programmi la sua vita in funzione di essi,  identificandosi talvolta con l’evento stesso. E quando le Olimpiadi finiscono, al di là del risultato ottenuto, lasciano un grande vuoto.

Sono molti gli atleti ad aver dato una descrizione di questa esperienza.
Dopo Allison Schmitt e Ian Thorpe anche Niccolò Campriani ne parla senza remore nella sua autobiografia: come lui stesso scrive, dopo “aver perso le Olimpiadi” nel 2008  Pechino, non è più riuscito a guardare avanti, né al presente né tanto meno al futuro. Un disagio che l’ha portato a lavorare uno psicologo dello sport, Edward F. Etzel, professore della West Virginia University, il quale lo ha accompagnato nell’affrontare il momento delicato e nel trovare nuove spinte motivazionali per programmare un nuovo ciclo olimpico.

Grazie alle tecniche di Mental Training, Campriani ha imparato ad affrontare le gare un colpo alla volta, focalizzandosi sul qui ed ora, dimenticando paure e pressioni esterne. Imparando a focalizzarsi sulla qualità della prestazione e non sul mero risultato agonistico, ha recuperato lo stimolo per andare a caccia del tiro perfetto, ritrovando quello stato di grazia estremamente appagante, piacevole e motivante che accompagna le prestazioni eccellenti. Ciò che viene definito Flow.

DEPRESSIONE E FINE CARRIERA

Alcune volte la depressione post-olimpica coincide con il fine carriera dell’atleta e in questo caso può assumere le fattezze psicologiche della rielaborazione di un lutto. Il lutto per l’atleta che era e che non sarà più, unito alla necessità doversi reinventare in un nuovo ruolo professionale. Non è un caso che alcuni atleti reagiscano posticipando il ritiro quasi all’infinito.

Si è riscontrato che più l’atleta è di alto livello, maggiore è il rischio di depressione, in linea con l’entità dell’investimento di tempo, emozioni e vita messo in campo fino al momento del ritiro. Vivere la transizione dal mondo dello sport al mondo reale può rappresentare una vera sfida. Basti pensare alla quantità di ore impiegate con gli allenamenti, alle trasferte, ai ritiri, ai periodi di preparazione, alle abitudini alimentari, alla propria identità personale, che spesso si sovrappone a quella sportiva.
Come nel caso di una grave perdita si può andare incontro ad un temporaneo abbassamento del tono dell’umore, ad una diminuzione della voglia di fare, ad un orientamento della propria esistenza in senso depressivo. Per alcuni lo shock del ritiro è così intenso da provocare veri e propri sintomi post traumatici da stress.

Anche in questo caso l’intervento di uno Psicologo dello Sport può essere determinante, sia per elaborare la fase depressiva, che per accompagnare l’atleta verso l’accettazione del cambiamento e supportarlo nella riprogrammazione della propria vita professionale attraverso la strutturazione di percorsi personalizzati di Outplacement.

Stefania Ortensi


Tutti al traguardo!

Cala il sipario sul 23° Master Psicosport.

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Cala il sipario sul 23° Master Psicosport.
Un percorso formativo intenso e ricco di contenuti per i nostri nuovi aspiranti colleghi psicologi dello sport, a cui auguriamo di poter seguire fin da subito le proprie passioni e di poter dare una nuova forma alla propria vita professionale.
Ma è stata un’esperienza di crescita importante anche per il nostro Team Psicosport, che ha consolidato una rete davvero prolifica di nuove idee, nuovi modelli applicativi e ha posto le basi di alcuni progetti che stanno rapidamente vedendo la luce.
Quindi grazie ragazzi, grazie Team e grazie a tutti i docenti e i testimonial intervenuti in aula, che sono stati parte della nostra super squadra. Ci vediamo al 24° Master!


Outplacement – Perchè è così difficile smettere?

Non capita solo ai professionisti, l’horror vacui da fine attività colpisce tutti gli appassionati sportivi.

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Non capita solo ai professionisti, l’horror vacui da fine attività colpisce tutti gli appassionati sportivi. 

Per i grandi atleti una delle principali difficoltà consiste nel riconvertirsi in un ruolo professionale nuovo, che non sempre è vicino al mondo agonistico frequentato per gran parte della vita. Ritrovarsi in una veste nuova, con ritmi di vita completamente diversi può essere destabilizzante, oppure può costituire un altro tipo di sfida. Gli interventi di Outplacement di Psicosport supportano l’ex atleta proprio in questo senso: nel traslare le esperienze, l’atteggiamento verso la sfida, la pianificazione degli obiettivi dal mondo agonistico a quello lavorativo.
È un passaggio delicato e molto importante, che comporta un profondo bilancio delle competenze, verso una nuova percezione di sé.

E per i non professionisti, quali sono gli effetti del fine carriera?

In questo caso lo sport accompagna la vita lavorativa, la compensa e l’arricchisce con tutte quelle skills che si allenano sul campo e vengono poi riversate subito nel vissuto quotidiano; pensiamo per esempio alla resistenza alla fatica o alla frustrazione di una sconfitta, ma anche alla capacità di lavorare in team o per obiettivi.
Uno sportivo non professionista, forse, è più allenato a vedersi in una doppia veste; e se in ottica lavorativa l’abbandono dell’attività sportiva risulterà meno destabilizzante, potrebbe invece avere ripercussioni più profonde nella sfera personale. 

Anche a livello amatoriale, l’attività agonistica comporta un investimento di tempo e di emozioni molto importante. Le routine costruite in tanti anni sono difficili da abbandonare; le relazioni sociali legate alla pratica di uno sport non sempre possono essere coltivate anche fuori dal campo. Un intervento di Outplacement può allora essere molto utile per creare una nuova percezione di sé, ottimizzando tutte le competenze acquisite durante le esperienze di sport.



Alice Buffoni – Staff Psicosport


Se parli da solo migliori te stesso

Il Self-Talk, o dialogo interiore, è una pratica molto usata dagli sportivi professionisti ed è un buon metodo per riorganizzare i pensieri. Intervista a Stefania Ortensi.

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Sport, Alimentazione e Valore del Team
Martedì 31 Gennaio 2017

I nostri professionisti al servizio del mondo sportivo: una serata per parlare di temi importanti

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Appuntamento con i professionisti del Team Psicosport per parlare di alimentazione sportiva e di come si costruisce una squadra vincente.
L’incontro di Martedì 31 gennaio è organizzato da Asd Luino Volley con il supporto di Ethicom e Associati, ed è aperto su invito agli atleti e alle società del territorio.

Presso la palestra delle scuole medie di Germignaga, a partire dalle ore 19:00 Elena Casiraghi introdurrà gli atleti all’alimentazione ottimale per il benessere e la performance sportiva. A seguire, con Lilli Ferri e Roberta Lecchi, si scoprirà come costruire un team vincente: leadership, rispetto dei ruoli e comunicazione come basi per l’evoluzione ottimale del gruppo in squadra.

L’invito è rivolto anche ai genitori degli atleti e agli allenatori, figure chiave nella crescita sportiva dei ragazzi.

L’appuntamento da non perdere è dunque in calendario per il giorno 31 gennaio dalle ore 18.45 presso la palestra di via Ai Ronchi a Germignaga. Ingresso libero.

Scarica la locandina dell’evento.


Il Flow: fattori inibenti e fattori favorenti

Il Flow è la condizione che predispone la peak performance, ma quali sono i fattori che lo favoriscono e lo inibiscono?

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Il Flow, teorizzato da Csikszentmihalyi negli anni ’70, è quello stato psicologico che si sviluppa a partire da un completo coinvolgimento delle proprie risorse attentive sull’attività in condizioni di equilibrio percepito tra le difficoltà del compito e le proprie abilità individuali.

In Psicologia dello Sport il modello del flow viene analizzato per lo studio della prestazione eccellente (peak performance). Le prestazioni sono influenzate dagli stati e dai processi psichici dell’atleta. Il flow è la condizione che predispone la peak performance, perché corrisponde alle condizioni mentali più favorevoli per l’espressione ottimale della prestazione sportiva. Più l’atleta riesce a percepire le condizioni di flow, maggiori saranno le probabilità di raggiungere la prestazione eccellente.

Possiamo dire che il flow si può allenare: lavorando sui fattori individuali che lo predispongono, imparando a gestire gli stimoli ambientali in cui è immerso l’atleta.
Esistono quindi fattori favorenti e fattori inibenti il Flow. Questi variano per ogni singolo atleta e ciò che è ottimale per alcuni può essere problematico per altri.

Ad esempio, cosa può accadere nella mente di un sportivo, quando scopre che il suo più grande rivale non gareggerà? Siamo portati a credere che questo sia un notevole vantaggio, in ottica di raggiungimento del risultato. Ma dal punto di vista della prestazione, una notizia di questo tipo costituisce sempre un fattore favore il Flow?
In che modo potrebbe incidere nella routine di preparazione alla gara, nell’attivazione dell’atleta e nella performance stessa?
Vediamo alcuni esempi.

Mondiali Aarhus 2006. Vanessa Ferrari è in finale nell’All Around. All’improvviso, la statunitense Chelsie Memmel, favorita, si ritira per problemi alla spalla.

Vanessa apprende la notizia prima di salire alla trave: “Calma, devi fare la tua competizione. Non pensare a nient’altro”[da Effetto Farfalla, V.Ferrari, Mondadori], si dice. Ma sbaglia l’avvitamento e cade.
Vanessa diventerà poi Campionessa del Mondo e come sostiene da sempre il suo allenatore Enrico Casella, fu quell’errore a farla trionfare.

Kazan 2015: Gregorio Paltrinieri si appresta a scendere in vasca per la finale dei 1500, ma il suo grande avversario, Sun Yang, dà forfait all’ultimo momento.
“Io sono un tipo preciso, che pensa a tutte le eventualità: il suo forfait mi ha gettato nel panico. Mi chiedevo: che farò adesso? Con lui sapevo che potevo anche perdere ma sarebbe stato con il grande Sun. Così invece…”[Intervista Corriere della Sera 18/01/2016].
Gregorio ha perso poco prima della gara un punto riferimento che lui stesso ha definito interiore: “Scontrarmi con Sun era quello che sognavo da sempre. Mi sono sentito quasi tradito”.

Gli imprevisti, anche quando positivi vanno rielaborati perché spostano i punti di riferimento e i nostri “ancoraggi” mentali, rischiando di trasformare un vantaggio apparente in un elemento di disturbo che potrebbe compromettere la prestazione. Anche questa è durezza mentale e si può allenare.

Continua Paltrinieri: “Mi ripetevo: ora non puoi buttarla via. Non che avessi proprio paura, ma quell’inquietudine è stata un avversario complicato da sconfiggere. Resistere è stato una prova fondamentale per me”.

Ed è per questo che in un percorso di mental training è centrale un lavoro sullo stato di Flow, lo stato mentale ottimale che consente all’atleta di esprimere al massimo le proprie potenzialità.
In primis lo si indaga con la Flow State Scale*, somministrandola nel tempo e in diverse situazioni di resa eccellente, così da osservare per ogni atleta la combinazione ottimale dei tratti che la caratterizzano.
In seguito se ne vanno ad analizzare i fattori favorenti e inibenti così da poter lavorare con le tecniche di mental training sulle condizioni predisponenti lo stato di grazia, per riuscire a rievocarlo volontariamente diventandone padroni.

*(Muzio et al., 1998; da Jackson, Marsh, 1996, modificata)


Lo sport dei ragazzi, istruzioni per l’uso
Martedì 25 Ottobre 2016

Quali sono i vantaggi che lo Sport apporta nella crescita dei ragazzi? Una serata per scoprirlo.

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Quale occasione migliore per scoprire quanti vantaggi apporta lo Sport alla crescita dei ragazzi?

A scuola e nella vita quotidiana chi ha praticato un’attività sportiva ha una marcia più. Il 25 Ottobre insieme alla dott.ssa Roberta Lecchi del Team Psicosport e alle Società Sportive di A.S.S.Legnano parleremo di come Allenatori, Dirigenti e Genitori possano lavorare insieme per costruire un ambiente sano e stimolante, non solo per i giovani atleti, ma per tutti gli attori della realtà sportiva giovanile.

Ci sarà inoltre ampio spazio per conoscere gli strumenti e le tecniche del Mental Training: quando sono utili, come si applicano, come aiutano la prestazione in campo.

DOVE: ASSL, via Mons.Girardelli 10, Legnano(MI)
QUANDO: 25 ottobre 2016, ore 20.30
CHI: Team Psicopsort, Atleti, Allenatori, Dirigenti
INGRESSO LIBERO

Locandina


ISTDP: l’alleato che non ti aspetti
Venerdì 14 Ottobre 2016

Due incontri per conoscere il metodo ISTDP – intensive short-term dynamic psychotherapy

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L’ISTDP – Intensive Short-Term Dynamic Psychotherapy è la forma di psicoterapia sviluppata da H.Davanloo della Mc.Gill University di Montreal a partire dagli anni ‘70. Rappresenta un’evoluzione dei modelli psicodinamici tradizionali, finalizzata all’accelerazione del percorso terapeutico attraverso un uso attivo dei fondamentali concetti psicoanalitici di Ansia, Difesa ed Impulso.

 

Saranno due gli appuntamenti per conoscere il metodo ISTDP:
DOVE: Milano, via Leopardi 2
QUANDO: 14 ottobre e 25 novembre, ore 19.

Durante gli incontri (INGRESSO LIBERO con registrazione) verranno presentate parti di una terapia breve che utilizza l’ansia come strumento di diagnosi e sblocco mostrando l’efficacia della Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve (ISTDP). Verrà presentato inoltre il programma 2016-2017 del MASTER SPAI in Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve.
Gli incontri saranno tenuti dal dott. Leone Baruh, punto di riferimento in Italia nel campo delle psicoterapie brevi, direttore del Educational Commitee della IEDTA (l’associazione internazionale che raggruppa le più importanti Terapie Dinamico Esperienziali) e unico italiano nel consiglio direttivo (www.iedta.com).


NEW! Biofeedback applicato allo sport – Corso di specializzazione
Giovedì 09 Giugno 2016

La scienza al servizio degli atleti? Ecco un appuntamento da non perdere per chi vuole fare dello sport una professione: Biofeedback applicato allo sport, workshop di taglio pratico-esperienziale finalizzato a trasmettere le competenze necessarie all’utilizzo in ambito sportivo del Biofeedback, uno dei più efficaci e innovativi approcci terapeutici e di miglioramento della prestazione. PROGRAMMA Il […]

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La scienza al servizio degli atleti? Ecco un appuntamento da non perdere per chi vuole fare dello sport una professione: Biofeedback applicato allo sport, workshop di taglio pratico-esperienziale finalizzato a trasmettere le competenze necessarie all’utilizzo in ambito sportivo del Biofeedback, uno dei più efficaci e innovativi approcci terapeutici e di miglioramento della prestazione.
PROGRAMMA
Il programma del corso si articola in 12 ore di lezione e prevede momenti di apprendimento attraverso l’esperienza diretta, con la strumentazione messa a disposizione da Righetto srl., al fine di sperimentare i segnali psicofisiologici e le procedure di intervento. L’esperienza è guidata e assistita dal docente e dal tecnico fornitore. Il corso include il materiale didattico e scientifico.

INFO
Il corso è a numero chiuso e verrà attivato al raggiungimento del numero minimo di partecipanti. Gli iscritti avranno la possibilità di noleggiare o acquistare con agevolazioni il sistema più adatto alle esigenze individuali.
Agevolazioni sul costo di iscrizione al Corso per gli ex allievi del Master in Psicologia dello Sport.

Il corso fornisce le basi per poter accedere ai diversi livelli di qualificazione in linea con i criteri di certificazione della BFE- Biofeedback Federation of Europe.

QUANDO
9-10 Giugno 2016

DOVE
MILANO, QUANTA Village – via Assietta 19

CHI
psicologi, psicoterapeuti, psicologi dello sport, neuropsicologi, psicofisiologi

DOCENTE RESPONSABILE
Dott. Guido Bresolin: Psicologo dello sport,  responsabile del centro PERFORMIND
Docente presso il Master in Psicologia dello Sport di  PSICOSPORT e del C.I.S.S.P.A.T di Padova, con pluriennale esperienza nel campo di biofeedback applicato allo sport. Ha partecipato a numerosi workshop e convegni internazionali della Biofeedback Foundation of Europe  (BFE).

Scarica la locandina del corso


Ragazzi in crescita: uno sport a misura di teenagers
Venerdì 20 Maggio 2016

Ciclo di incontri in-formativi sulla tematica Sport e Adolescenza.

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Sporteen: in gioco per loro è un progetto in-formativo dedicato agli operatori in campo educativo e formativo in campo sportivo e culturale con gli adolescenti.

Il ciclo di incontri è voluto da Coop. Energicamente, con APD Sport+ e la Coop. Dire, Fare, Giocare, nell’ambito del Progetto «Sporteen» realizzato con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, con il Patrocinio delle Amministrazioni Comunali della Valle Olona.

Il Team Psicosport condurrà il secondo incontro, dal titolo: RAGAZZI IN CRESCITA – UNO SPORT A MISURA DI TEENAGERS.

RELATORI: Roberta Lecchi, psicologa dello sport e Lilli Ferri, partner psicosport

DOVE: Sala Conferenze Centro Civico Polivalente – Piazza Soldini, Castellanza.

QUANDO: 7 giugno, ore 21.

INFO: psicosport@psicosport.it – 0331411984

INGRESSO LIBERO

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Scuola Calcio Magenta colpisce… di testa!
Giovedì 26 Maggio 2016

La Scuola Calcio Magenta si rinnova e … colpisce di testa siglando la Partnership Psicosport.

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La Scuola Calcio Magenta si rinnova e … colpisce di testa siglando la Partnership Psicosport.
Primo step della collaborazione sarà l’appuntamento del 26 Maggio 2016: una serata dedicata a genitori, allenatori, dirigenti sui fondamenti della preparazione mentale.

Relatore della serata sarà Flavio Nascimbene, psicologo dello sport e psicoterapeuta, professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano, Coordinatore del progetto di Psicologia dello sport dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e docente di presso i Corsi UEFA B della FiGC Lombardia.

Durante l’incontro parlermo di:
-Motivazioni e Aspettative
-Gestione della gara
-Sport e Autostima
-Sport e Scuola
-Relazione Genitori/Allenatori

DOVE: Sala Consiliare di via Fornaroli 30, Magenta – MI

QUANDO: 26 Maggio ore 20.30

INFO: psicosport@psicosport.it  – 0331 411984

Scarica il poster dell’evento

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Testa, Lupi e… hamburger

Che l’allenamento mentale vada di pari passo con quello atletico e tecnico, non è una formula astratta da corsi di psicologia sportiva, ma un costrutto che trae linfa e legittimazione proprio dal campo.

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Come si porta la psicologia sportiva in un team?
Ad esempio Goal setting di squadra, niente cultura dell’alibi e attenzione per prima cosa sempre alla performance, possono essere alcuni degli ingredienti di un buon percorso di preparazione mentale, che coinvolga i giocatori, ma anche lo staff tecnico.
E per creare il giusto Team Spirit si può costruire insieme una routine pre partita che coinvolga i ragazzi e lo staff, ad esempio cenare tutti insieme dopo l’ultimo allenamento.

Scaramanzia? Può darsi, ma noi psicologi sportivi preferiamo considerarla una parte integrante del percorso di avvicinamento alla gara, un momento in cui gli atleti staccano la mente dal campo e recuperano la dimensione ludica dello stare in team.

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Leadership: cosa succede quando il coach è una donna?

Intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sul numero 41 di Starbene.
Non è più una novità sentire di una donna coach alla guida di squadre e o singoli atleti uomini.

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Intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sul numero 41 di Starbene.
Non è più una novità sentire di una donna coach alla guida di squadre e o singoli atleti uomini. Possiamo annoverare diversi esempi.

Nel calcio, il team francese Clermont-Ferrand (serie B) passa dalla leadership di  Elena Costa a quella di Corinna Diacre; la Fiorentina sceglie Laura Paoletti come team manager.
Nel basket, nientemeno che nella NBA troviamo Becky Hammon Assistant Coach del guru Popovich negli SPURS e altre donne inserite negli staff tecnici di Cleveland Cavaliers e Sacramento Kings.
Anche nel tennis fenomeni simili sono all’ordine del giorno: pensiamo a Murray, TOP 10 ATP,  che ha voluto la Mauresmo come coach.

Superati quindi pregiudizi e stereotipi culturali iniziali, le donne hanno dimostrato non solo di poter ricoprire queste cariche con successo, ma di poter dare un valore aggiunto.

STILI DI LEADERSHIP
Ricerche nell’ambito della Psicologia delle Organizzazioni dimostrano che le donne tendono ad avere una leadership più attenta alle relazioni e soprattutto maggiormente orientata ad uno stile più democratico.
Le donne leader spesso tendono ad uno stile trasformazionale e interattivo, cioè che prevede negoziazione, in un rapporto di scambio “alla pari” tra coach e giocatori, basando il proprio rapporto su leve più emozionali. Stile che risulta più efficace in contesti di rapido mutamento e innovazione come lo sport. Lo stile che generalmente prediligono gli uomini, invece, è di tipo transazionale, ossia tendono ad assumere una disposizione conservativa delle dinamiche già presenti nella squadra, il leader fissa gli obiettivi e si occupa di mantenere gli standard individuati.

Ovviamente non esiste uno stile “giusto o sbagliato” in termini assoluti perché la leadership è situazionale, ovvero non si presuppone un approccio univoco a ogni situazione. Il leader, infatti, deve sapere quando e come modulare il proprio stile direzionale per ottenere i risultati desiderati in funzione delle caratteristiche dei membri.
Ogni situazione, ogni squadra, ha il proprio “stile di guida”. Starà all’abilità del leader comprendere in che occasione attuare uno stile piuttosto che un altro, a seconda delle circostanze.

INTELLIGENZA EMOTIVA
Le donne si sono rivelate più capaci di creare relazioni, risolvere conflitti, aumentare la coesione e la partecipazione interna nei gruppi, incrementando i flussi comunicativi.
In una parola, le donne si sono dimostrate più capaci di intelligenza emotiva, ovvero la capacità di una persona di entrare in contatto con la propria e l’altrui sfera emotiva ed utilizzare strategie per rendere le emozioni una risorsa preziosa su cui contare.
È una capacità che tutti possiedono, ma in misure differenti ed esserne consapevoli è il primo passo per allenarla visto che l’intelligenza emotiva predispone a prestazioni eccellenti sia nello sport che in azienda.

COME REAGISCONO GLI UOMINI?
Certamente sarà necessario superare l’empasse iniziale legato a possibili pregiudizi. Parliamo ad esempio di una ancora molto diffusa stereotipizzazione per genere degli incarichi con relativa diffidenza e prevenzione nei confronti della professionalità femminile. A si aggiungano gli scarsi riconoscimenti e valorizzazioni delle competenze delle donne.
Ma se una donna è preparata, capace e competente riuscirà a guadagnarsi su campo la stima, la credibilità e l’autorevolezza che merita, anche in un team maschile.

Ecco l’intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi sull’argomento, a firma di Rossana Campisi in edicola questa settimana su Starbene: